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Filo-logico

 

L’era del paradosso
di Giuseppe Ciarallo
La manipolazione delle parole: la presa del vocabolario nel mondo a roverso

Quando sarà passata definitivamente questa ubriacatura di nulla, questa euforia di vacuità, questa pericolosa esaltazione dell’apparire senza essere, in un futuro spero non troppo lontano, non si potrà che definire questo scorcio di storia tristemente iniziato nei primi anni Ottanta, come ‘era del paradosso’. Sì perché a ben vedere sembra che in questi ultimi sei lustri siano stati ribaltati concetti che sembravano radicati nel vivere delle società e soprattutto nel lessico delle stesse. Poi, chissà cosa è successo, il mondo ha cominciato a essere ‘roverso’, come nelle illustrazioni di un simpatico libro ispirato a una serie di incisioni spagnole del 1823, dove ogni cosa viaggia al contrario (i pesci svolazzano, gli uccelli nuotano nel mare, un toro frusta un umano messo all’aratro ecc.) (1). Insomma, a un certo punto ogni cosa ha cominciato a girare al contrario rispetto al semplice buon senso, ma anche al senso orario, riportando indietro le lancette della Storia .

Il ‘la’ viene dato, nei mitici Eighties, in Inghilterra dalla signora Thatcher, Lady di Ferro dei conservatori, la quale vara la severa politica dell’austerity: ci son troppi sprechi, bisogna tagliare i costi. Da dove si comincia? Dal tassare i redditi più alti? Si prendono i soldi nelle tasche dei più ricchi? Macché! Perché inimicarsi la borghesia del Paese quando è molto più semplice colpire quei fannulloni dei minatori, dei portuali, gli operai delle industrie di ogni settore? E sì che la signora Tina (così la chiamavano, acronimo di Ther’Is No Alternative – come a dire ‘senza di me il diluvio’) avrebbe potuto rifarsi a quel grande economista del XII secolo, suo connazionale, tale Robin Hood, il quale teorizzava, e non solo, che i soldi vanno prelevati da dove ci sono per essere messi laddove ce n’è più bisogno.

Paradosso per paradosso, nello stesso periodo in Italia, il glorioso Partito socialista dei Turati, dei Nenni, dei Pertini, diventava, sotto la guida di Bettino Craxi, il partito degli spregiudicati affaristi e delle mazzette sottobanco. Da movimento nato a difesa del lavoro e dei lavoratori, a partito di governo filtro di ogni malaffare all’insegna del do ut des. Per il pregiudicato Craxi il potere, sempre pronto ad assolvere se stesso, non utilizzò mai la parola ‘latitanza’, preferendogli il termine ‘esilio’ che evoca l’ingiustizia di chi è costretto a subirlo.

In seguito, abbiamo avuto anche di peggio. I più fervidi sostenitori della famiglia tradizionale, i paladini della lotta contro le unioni non santificate col rito cattolico apostolico romano, che non dimentichiamolo impone l’indissolubilità del matrimonio... tutti divorziati. Berlusconi, Fini, Bossi, Casini. Ce ne fosse stato uno ancora insieme alla moglie sposata in prime nozze. Evidentemente le regole ferree valgono per il popolino ma non per la nobiltà, in quest’era di neofeudalesimo galoppante, anzi strisciante.
E i crociati delle radici cristiane d’Europa da contrapporre all’odiato invasore mussulmano? Una banda di pagani, folgorati sulla via di Binasco, che adorano il dio Po, nel nome del quale officiano ridicoli riti inventati lì per lì in una qualche osteria della Bassa, che predicano il razzismo più odioso, che auspicano l’affondamento dei natanti pieni di profughi, vecchi, donne e bambini, per non vedere scalfito il loro ‘sudato’ benessere e inquinata la loro celtica cultura (!). Credo che nulla sia più lontano di tutto ciò, dalla parola e dalla figura di Cristo, che viene quotidianamente lordata, non lodata, da questi accaniti sostenitori della Chiesa nel Medio(cre) Evo che ci tocca vivere.

E poi c’è la geniale invenzione di una lingua nuova. Una lingua che è l’esaltazione stessa del paradosso. Che bello quando le parole avevano un significato preciso e non ondivago, quando erano accettate da tutti per il significato che avevano, un significato sicuro e condiviso. La guerra in Vietnam era una guerra, orribile e sporca come ogni guerra, ma era riconosciuta da tutti, sostenitori e contrari, per quello che era: una guerra. Oggi, i buffoni che ci governano hanno bisogno di infingimenti, di cambiare le carte in tavola, di imbrogliare il popolo cui hanno preventivamente lavato il cervello con trent’anni di immondizia televisiva. I nostri soldati in Afghanistan, ma ancora prima in Iraq, in Somalia, in Serbia, sparano e ricevono pallottole e bombe, uccidono e vengono uccisi, ma nonostante questo, le loro sono... missioni di pace (per buona... pace dell’articolo 11 della nostra Costituzione). Se fosse vissuto ai nostri giorni San Francesco avrebbe indossato un saio mimetico, sandali anfibi e in mano avrebbe avuto un mitra per diffondere con maggior efficacia e penetrazione la parola del Nazareno. Ma che razza di lingua è quella dove la guerra diventa pace e dove i missili che portano morte e distruzione sono definiti ‘intelligenti’?

I fascisti, quelli di una volta, almeno avevano il coraggio di inneggiare al ‘santo manganello’ e si facevano vanto del loro massiccio uso per ‘schiacciare la teppaglia rossa’ (Manganel!! / Che produci dei segni bleu / ci sei tu / e quegli altri non ci son più); oggi, i manganelli, perché di questo si tratta, in dotazione alle forze dell’ordine (anche quelli di ultima generazione, come il famigerato ‘tonfa’, che non dimentichiamolo è una delle quattro armi usate nel karate), vengono chiamati innocentemente... distanziatori. E l’affondamento dei barconi di immigrati? Respingimenti. Non c’è un cane poi, né a destra né a sinistra, che le scuole private le nomini più in questo modo: nei melliflui discorsi dei politici diventano ‘paritarie’, così da far cadere il presupposto dell’articolo 33, sempre della nostra Costituzione, che permette sì l’istituzione di scuole da parte di enti e privati, ma... senza oneri per lo Stato.

E che dire di quelle ridicole locuzioni create ad hoc, ‘escort’ e relativo ‘utilizzatore finale’, e usate mediaticamente come vere e proprie leggi ad personam? Non è giusto né giustificato modificare una lingua, peraltro usando termini esteri a casaccio, per non nuocere al potente di turno. Non è che siccome non si può usare la parola ‘puttaniere’ per una delle più alte cariche dello Stato, si debba necessariamente abolire il termine del soggetto a cui l’utilizzatore finale si rivolge, o trovare dei neologismi soft che ne attenuino il senso di negatività che gli stessi ipocriti bacchettoni e crociati, fino a oggi gli hanno appioppato.

Un altro vocabolo paradossale, anzi una vera e propria contraddizione di termini, è ‘pedofilia’, parola che solo apparentemente nulla ha a che fare con il linguaggio del potere. La sua definizione, da vocabolario, è: “Perversione sessuale caratterizzata da attrazione erotica verso i fanciulli, indipendentemente dal loro sesso”. E, aggiungerei, indipendentemente dall’età, visto gli ultimi casi di abusi su bambini di due e quattro anni. Mi sono sempre chiesto perché associare una patologia che ha alla sua base un’azione (o quantomeno un’intenzione) violenta nei confronti dei minori, con termini positivi come affetto, amicizia. Infatti, come tutti sanno, nella sua etimologia la parola pedofilia contiene in sé i termini greci di bambino e affetto, affetto per il bambino, dunque. Sicuramente nell’antichità esistevano culture e modalità di approccio alla sessualità diverse, anche con persone non ancora giunte all’età adulta, ma oggi, per definire un’azione aberrante e prevaricante nei confronti dei più indifesi tra gli esseri umani, i bambini, perché non usare il più corretto termine ‘misopedia’? Come la misoginia nei confronti della donna, la parola misopedia esprimerebbe correttamente l’atteggiamento di avversione e di odio verso i fanciulli. E, sempre paradossalmente, restituendo le parole al loro autentico significato, potrebbe essere vanto di ogni essere umano normale, naturalmente amorevole verso i cuccioli della propria specie, quello di essere chiamato ‘pedofilo’.

Ingentilire le parole, addolcire il significato delle stesse, dunque, come se attenuandone la forma si rendesse più lieve e accettabile anche la sostanza. D’altronde, persino le camere a gas dei lager nazisti, portavano nomi rasserenanti. “Sopra la stretta scala (che portava alle camere a gas, n.d.a.) erano affissi cartelli. Dicevano in varie lingue LOCALE PER BAGNI E DISINFESTAZIONE. Avevano un effetto rassicurante e rendevano tranquillo chi era ancora diffidente. Vidi spesso persone scendere allegramente, mamme scherzare coi figlioli” (2).

Guardiamo come viene usato il termine violenza a seconda delle convenienze. In una società che vive sulla paura del cittadino, instillata ad arte e a ritmo continuo dai media controllati direttamente o indirettamente dal governo (ma anche da quelli vicini all’opposizione viene propinata suppergiù la stessa minestra), in una società sempre più violenta nei comportamenti, sia collettivi che dei singoli, dove si muore quotidianamente di lavoro, per una parola di troppo in metropolitana, per un parcheggio, per una partita di calcio, per inquinamento, per disperazione, per un mancato ricovero in ospedale, per razzismo, per il fuoco o le botte di un carabiniere, di un poliziotto o di una guardia carceraria, in una situazione di violenza incontrollata in seno a una società malata (alla faccia del securitarismo di cui sopra), paradossalmente si stigmatizzano come portatori di violenza, persino evocando termini estremi quali ‘terrorismo’ e ‘lotta armata’, i fischi di comuni cittadini all’indirizzo di un politico già condannato nei primi due gradi di giudizio per collusione con la mafia, oppure quattro uova lanciate da operai esasperati contro la sede di un sindacato che, piaccia o meno sentirselo dire, ha sottoscritto con il padronato (pardon, classe imprenditoriale) un contratto che fa strame di diritti e spazi democratici che la classe lavoratrice ha conquistato con il proprio sangue durante secoli di dure lotte.

Sarebbe bene riportare le cose alle loro reali dimensioni: le cose piccole valutarle per tali, alle cose grandi dare il peso che meritano. La crisi economica mondiale non andava e non va liquidata come un’esagerazione della parte disfattista della nazione che ‘rema contro l’efficace azione di governo’, la statuetta del Duomo lanciata da un idiota contro un presidente del Consiglio, per quanto dolorosa se presa in piena faccia, non è la fucilata che ha posto fine ai giorni di JFK.

E anche quell’ossessivo ‘guardare avanti’, ripetuto come un mantra dalla sinistra, come ancora si trattasse di marciare gioiosi verso il sol dell’avvenire, è diventato un falso obiettivo verso il futuro e il benessere dell’umanità. Guardare avanti, andare avanti sulla strada dell’errore, significa perpetuare scelte sbagliate che, nel caso delle società di questo terzo millennio, portano non verso il progresso ma in direzione di imbarbarimento e conflitto. Mio nonno mi insegnò che quando ti accorgi di aver imboccato il ramo sbagliato di un bivio, non c’è altro da fare che tornare indietro per riprendere il giusto cammino. Più aspetti a farlo, più sarà lunga la strada del ritorno. Ecco, in questa fase la parte progressista della nazione dovrebbe avere il coraggio di fermarsi e di tornare indietro, fino a raggiungere il punto in cui tutti i diritti acquisiti dai lavoratori gradualmente, versando nel tempo ettolitri di sangue sudore e lacrime, hanno cominciato a essere rimessi in discussione; questo anche facendo una rivoluzione semantica, ricominciando cioè a chiamare i padroni col loro nome, altro che imprenditori-spina-dorsale-dell’economia-nazionale, e guardando, visto che tra i politici odierni proprio non ce ne sono, ai tanti personaggi del nostro passato e della nostra Storia che ancora oggi potrebbero rappresentare, per intelligenza e lungimiranza, i punti di riferimento saldi e sicuri di una sinistra irrimediabilmente allo sbando.
La manipolazione del vocabolario, d’altronde, non è cosa di oggi se persino Antonio Gramsci, figura che la sinistra ha colpevolmente riposto in soffitta anziché utilizzarne le mille intuizioni avute con un secolo d’anticipo, nei suoi Quaderni dal carcere scriveva: “La vera Babele non è tanto dove si parlano lingue diverse, ma dove tutti credono di parlare la stessa lingua e ciascuno dà alle stesse parole un significato diverso”.

La parola usata dunque per confondere. La parola usata per nascondere. La parola usata artatamente per ‘non far capire’, come le messe in latino di una volta, che dovevano intimorire il popolo bue con parole altisonanti e incomprensibili, per farlo star buono e quieto negli stenti dell’aldiqua, con la promessa di un’eternità di agi nell’aldilà.
Se rapportato a tali loschi fini, è addirittura sensazionale, quasi geniale, l’arrampicata di specchi nella quale si produsse Donald Rumsfeld, segretario della Difesa degli Stati Uniti sotto l’amministrazione del presidente George W. Bush, dal 2001 al 2006, quando a posteriori dovette giustificare l’invasione dell’Iraq, disposta sulla base di notizie false che davano il dittatore iracheno Saddam Hussein in possesso di armi chimiche e testate nucleari, nella realtà inesistenti: «Il fatto è che ci sono conoscenze risapute, ci sono cose che sappiamo di sapere. Ci sono cose sconosciute. Che significa dire che ci sono cose che ora noi sappiamo che non sapevamo. Ma ce ne sono anche che sono non conoscenze sconosciute... cose che non sappiamo di non sapere. E ogni anno ne scopriamo qualcuna in più di queste non conoscenze sconosciute». Ora, sarebbe stato più semplice dire: “Scusate, abbiamo preso un granchio!”, oppure più onesto confessare: “Sinceramente, che ci fossero o meno armi di distruzione di massa in Iraq, a noi poco importava, visto che: 1) Saddam Hussein lo abbiamo foraggiato noi durante la guerra contro l’Iran; 2) di far fuori un dittatore, riportando la democrazia nel suo Paese, ci interessa ben poco, e la nostra Storia lo dimostra visto che abbiamo appoggiato (anzi patrocinato e finanziato) tutte le dittature possibili e immaginabili in America latina e non solo); 3) il petrolio ci serve per mantenere il tenore di vita della nostra nazione e l’Iraq è uno dei maggiori produttori al mondo di oro nero, senza contare gli interessi diretti del presidente e del suo staff nelle compagnie petrolifere americane; 4) con la scusa della ricostruzione ci siamo assicurati una valanga di dollari per i prossimi vent’anni”.

Va be’, queste sono fantasie di un ingenuo sognatore non ancora del tutto assuefatto alle dosi forzate di minzolinate che sanno tanto di minculpop.
Ma come è possibile che un politico (e non solo), oggi, si senta talmente sicuro di sé da non avere il minimo timore di suscitare nell’ascoltatore, con quegli equilibrismi linguistici che sfociano spesso nella pura corbelleria, un moto di indifferenza quando non addirittura di ribellione? Dove si trova il coraggio e come si forma la ‘faccia di bronzo’ necessaria a tale bisogna?

Una convincente spiegazione la si può trovare nell’ultimo lavoro di Gianrico Carofiglio, che per una volta abbandona la consueta veste del giallista per regalarci interessanti spunti di riflessione col suo saggio dall’emblematico titolo La manomissione delle parole (Rizzoli, 2010). Carofiglio collega indissolubilmente il grado di sviluppo di una democrazia e la qualità della vita pubblica, alla qualità delle parole, all’uso che se ne fa e a quello che riescono a significare. Il pericolo, sempre in agguato, è quello del processo di conversione del linguaggio all’ideologia dominante, “che si realizza attraverso l’occupazione della lingua, la manipolazione e l’abusivo impossessamento di parole chiave del lessico politico e civile”, oltre che attraverso la censura, viene da aggiungere. Lo scrittore incita apertamente alla ribellione, nei confronti di quello che considera un vero e proprio attacco alla base della democrazia. “Possiamo – e probabilmente dobbiamo – ribellarci sempre e in qualsiasi campo. Anche alla manipolazione delle parole: perché già solo chiamare le cose con il loro nome è un atto rivoluzionario”.

Ma uno dei passaggi fondamentali del libro, e che ci aiuta a rispondere alla domanda relativa all’origine della ‘faccia tosta’ di alcuni personaggi, riguarda l’analisi del mutamento di alcuni termini fondamentali nel tempo. Parole come Giustizia, Ribellione, Bellezza, Scelta, ma soprattutto Vergogna. Ecco, chi violenta le parole per piegarle ai propri disonesti fini è persona mossa non da coraggio ma da incapacità di provare vergogna, e con essa la capacità di praticare il suo contrario: l’onore e la dignità. “La caratteristica della vergogna – scrive Carofiglio – come di altri sentimenti, è di essere un segnale. La capacità di provarla costituisce un fondamentale meccanismo di tutela della salute morale, allo stesso modo in cui il dolore fisiologico è un meccanismo che mira a garantire la salute fisica minacciata. [...] La vergogna, il pudore, la paura dell’ignominia proteggono – dovrebbero proteggere – l’uomo, e ancor più l’uomo politico, dalla violazione dei codici etici, interiori ed esteriori”.

C’è un piccolo problema, a parer mio, e cioè che la capacità di vergognarsi è un po’ come la verginità, una volta perduta è impossibile riacquistarla. Una volta superato il muro della vergogna, bisogna andare avanti perché nel cercare ditornare nei binari dell’onore e della dignità si offrirebbe irrimediabilmente il fianco agli strali dei nemici di sempre ma anche a quelli degli ex amici.
Ecco, i cinici svergognati di oggi sono un po’ come dei tossicomani: hanno bisogno ogni giorno di una dose maggiore di antidoto al veleno del decoro e della dignità (chissà se un giorno potremo tornare a essere una società talmente civile, da avere creato centri di recupero per una tale razza di disgraziati).

Come salvarci allora da tutti i pericoli e le imboscate che giorno per giorno vengono tese al bene più prezioso che abbiamo, la nostra capacità di espressione? Un’interessante tesi è quella enunciata dalla brava e acuta attrice Lella Costa: «Ognuno di noi potrebbe proporsi di salvare un certo numero di parole, di averne cura, di custodirne il significato... credo che tutti noi ne siamo responsabili».
Adottare le parole, dunque, difenderle dagli interferenti attacchi di eventuali malintenzionati, alimentarle come si fa con i bambini per vederle crescere e prosperare nel loro coerente e condiviso significato.

Bene, se mi è consentito, vorrei cominciare da subito quest’opera. Mi piacerebbe adottare tre termini (a me cari perché conosciuti attraverso le arricchenti letture delle pagine di Dostoevskij), che adoro per il loro suono ruvido e stridente, ghiaioso, dal sapore di cristallo che si frantuma in bocca in mille piccoli cocci taglienti: sinedrio, archimandrita e protomartire.
Ma soprattutto mi piacerebbe essere il geloso custode di una parola che amo particolarmente, rappresentativa di un aspetto dell’essere umano che va via via scomparendo, una qualità che permette all’uomo di non essere una banderuola in balìa degli eventi o delle convenienze, ma soggetto sempre e comunque degno di stima. Una parola oramai quasi dimenticata. Coerenza.

 

Giuseppe Ciarallo

 

(1) El mondo roverso, opere di Federico Bonaldi, Libreria Editrice Canova, 1964
(2) L’istruttoria, Peter Weiss, Einaudi, 1966

 

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