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Scrivere a
partire da un dato di realtà
Nel 1998 lessi sul Corriere della Sera di una madre che diventava
prostituta perché convinta di riuscire a trovare l’assassino
della figlia attraverso le frequentazioni che questa scelta le permetteva.
E ci riusciva, suscitando la commozione del suo Paese quando la storia
veniva resa pubblica. La vicenda avveniva in Grecia, a Salonicco,
ma nella mia mente trasferii naturalmente tale storia in Italia. Erano
gli anni degli sbarchi dall’Albania, in cui criminalità
e prostituzione nell’immaginario collettivo italiano battevano
nazionalità albanese. Già allora i problemi dell’immigrazione
e del lavoro erano centrali come adesso, anche se non si sapeva ancora
che l’Occidente sarebbe piombato in quella perdita di garanzie
nel lavoro e nella società che gli economisti giustificano
dicendo che viviamo la più grande crisi economica dopo quella
del ’29.
Cominciai a parlare con immigrati e italiani che lavoravano con immigrati
e presto capii che ciò di cui io potevo parlare non era la
realtà degli stranieri. Come parlare di ciò di cui tanti
potevano parlare meglio di me? Come potevo essere io a raccontare
la vita degli immigrati, quando essi stessi potevano raccontarla meglio
di me, come fa sempre più una ricca letteratura dell’immigrazione
in lingua italiana?
Quelli che fanno i soldi con gli sfigati
Ciò di cui io potevo parlare era qualcosa che ci riguardava
molto da vicino: ciò che fanno gli italiani. Venivo scoprendo
che il pregiudizio, il disprezzo, il cinismo erano persino tra quelli
che avrebbero dovuto accogliere gli immigrati e prodigarsi con gratuità
e che invece si rivelavano come ‘quelli che fanno i soldi con
gli sfigati’. E parallelamente scoprivo che c’erano sfigati
anche all’interno di ‘quelli che fanno i soldi con gli
sfigati’, che anche in alcuni centri di volontariato e del terzo
settore si ricreavano meccanismi di sfruttamento, di discriminazione,
di perdita di democrazia e garanzie. Anzi, l’essere tali centri
opere a fin di bene giustificava forme di lavoro che hanno addirittura
anticipato la precarizzazione che sarebbe esplosa qualche anno dopo.
Ne derivava un imbarbarimento delle relazioni degli operatori fra
di loro e fra gli operatori e gli utenti. Meccanismi, questi ultimi,
che sono andati crescendo negli ultimi anni. E come potrebbe essere
altrimenti, quando tra la fine degli anni Novanta e l’inizio
del nuovo secolo certe associazioni hanno del tutto assunto la logica
del sistema di cui dovrebbero rappresentare un’alternativa e
sono diventate vere e proprie aziende operanti con logiche da aziende?
O alcune, addirittura, sono nate proprio per svolgere un’opera
di rincalzo a forze di sistema, come loro emanazione e con il loro
sostegno?
E tu chiamale onlus (organizzazioni non a
scopo di lucro)
«Il bilancio di San Patrignano è di 31,1 milioni di euro
nel 2008. 140 sono gli operatori volontari, cui si aggiungono 350
tra dipendenti, collaboratori e consulenti» mi dice l’avvocato
Pietro Massarotto, presidente del Naga, associazione di volontari
di Milano che si occupa di assistenza sanitaria e legale agli immigrati
clandestini.
Siamo a parlare nel suo studio. Lui digita, legge sullo schermo e
mi fa degli esempi. Altro esempio: «La comunità S. Egidio
conta circa 50mila aderenti, in 73 Paesi nei cinque continenti. Chi
ha 50mila aderenti è ancora un’associazione di volontariato?»
Mi appassiono ai numeri e quando sono a casa accendo il computer e
digito su un motore di ricerca qualche altro nome dei più noti…
La Caritas nel 2007 ha un bilancio di 37 milioni di euro. Il bilancio
della comunità fondazione Exodus è di 8.992.376 euro
nel 2006 e di 9.957.656 euro nel 2007. Nel 2008 i dipendenti sono
saliti a 307 unità, i collaboratori a 194 e i volontari a 363.
Le sedi in tutta Italia sono 27, con le realtà collegate diventano
oltre 40. La Compagnia delle Opere, “associazione di promozione
sociale senza scopo di lucro”, ha 41 sedi, e secondo dati al
31 dicembre 2008 associa oltre 34.000 imprese, la maggioranza delle
quali sono piccole e medie aziende, e 1.086 organizzazioni non
profit; arriva a impiegare, su tutto il territorio nazionale,
oltre 54.000 persone, fra addetti e volontari stabili. Il bilancio
del 2008 è di 1.266.217 euro, di cui 611.154 provengono da
contributi di enti pubblici.
Né stato né mercato…
ma stretti stretti allo Stato
Il termine terzo settore è stato coniato per indicare
soggetti che, almeno in linea teorica, operano tra lo Stato e il mercato.
Esso svolge attività di interesse sociale: definizione molto
ampia, si va da attività in favore di soggetti in estremo bisogno
(immigrazione, tossicodipendenza, prostituzione, emarginazione), ad
attività sportive, ricreative, culturali e per il tempo libero.
Il fenomeno oggi ha dimensioni enormi. Basti pensare che al 2008 nella
sola Lombardia ci sono 4.407 associazioni iscritte all’albo
regionale del volontariato, di cui 855 associazioni non a scopo di
lucro, 677 associazioni di solidarietà familiare, 446 associazioni
di promozione sociale. Lo Stato e la pubblica amministrazione hanno
progressivamente delegato loro la maggior parte dell’azione
sociale.
Caratteristiche del terzo settore dovrebbero essere il collocarsi
al di fuori dal mercato e l’assenza di fini di lucro: tutti
gli utili prodotti dall’attività dovrebbero essere per
definizione reinvestiti nell’attività stessa. In effetti
sono compresi nel terzo settore sia soggetti di volontariato puro
che sopravvivono in condizioni di precarietà, sia grandi organizzazioni
nazionali come Caritas, Arci, Acli, Exodus, S. Egidio, San Patrignano,
Compagnia delle Opere. Anzi, la configurazione di qualche soggetto
è ormai diventata semi-istituzionale: penso per esempio a una
molto discussa attribuzione a San Patrignano della gestione della
Casa di lavoro nell’istituto di pena di Castelfranco Emilia
in provincia di Modena: per la prima volta nell’Italia moderna
la gestione della giustizia affidata a privati.
Una definizione che non definisce
«Il fatto è che terzo settore è una definizione
residuale» dice Pietro Massarotto, «indica ciò
che non è né privato né pubblico, perciò
definisce poco e comprende soggetti diversi: fondazioni, comunità,
associazioni, onlus, cooperative sociali, enti di volontariato, ong.
Tant’è vero che si discute se le cooperative possano
appartenere a pieno titolo al terzo settore: qualcuno lo esclude,
anche se molti soggetti che operano nel terzo settore sono cooperative.
Viceversa ci sono enti di volontariato puro che non si riconoscono
nel terzo settore: non hanno una delega dallo Stato e non ricevono
finanziamenti pubblici». Nei fatti, in tante realtà del
volontariato e del terzo settore molto in vista e maggiormente sostenute
dallo Stato e dalle amministrazioni locali ormai i criteri economici
sono prevalenti. Tali soggetti oggi agiscono come normali soggetti
economici, pur godendo di particolari vantaggi: sovvenzioni pubbliche
e private, lavoro gratuito fornito da volontari, di cui tanti sicuramente
spinti da tutt’altre motivazioni, o dallo stesso Stato anche
attraverso l’assegnazione come operatori di giovani che svolgono
il servizio civile nazionale.
Una obiezione politica
Una fondamentale obiezione politica è che occuparsi dei servizi
essenziali al bene pubblico dovrebbe spettare allo Stato, mentre l’attività
volontaria dei singoli non dovrebbe essere sostitutiva, semmai aggiuntiva,
motivata da situazioni di urgenza e di particolare necessità,
e da svolgersi in condizioni di assoluta gratuità. «Quando
non esisterà più nessun clandestino e l’ultimo
degli immigrati avrà ricevuto il diritto all’assistenza
dal servizio sanitario nazionale, il Naga non avrà più
motivo di esistere» dice il presidente del Naga. “Più
società meno Stato”, recita invece lo slogan della Compagnia
delle Opere.
D’altra parte è vero che l’apparato statale non
è sempre stato l’unico soggetto a occuparsi delle necessità
sociali; ed è vero che negli anni Ottanta, di fronte a uno
Stato inefficiente e corrotto, il diffondersi del volontariato ha
rappresentato una ripresa dell’iniziativa della società
e degli ‘uomini di buona volontà’; è sembrato
poter essere una possibilità di impegno che superasse gli steccati
di ideologie e schieramenti, nonché i modelli prevalenti di
una società improntata all’egoismo e alla prevaricazione;
e per molti così è stato per alcuni anni.
«Ancora oggi bisogna distinguere all’interno del terzo
settore» dice Massimo Rossi della onlus Vento di terra che si
occupa di cooperazione internazionale. «Esso», continua,
«ha una funzione che mai lo Stato potrebbe ricoprire: dare modo
alla società civile di valorizzare istanze e saperi in termini
di intervento sociale e solidarietà. Inoltre l’apparato
statale ha utilizzato il volontariato in aree ove non riusciva a intervenire,
in terre di nessuno e di conflitto ove l’operatore istituzionale
non sarebbe accettato: prostitute, tossici... Infine credo che il
terzo settore abbia la funzione di difendere i diritti umani, anche
quando calpestati dagli apparati statali».
Il fenomeno ha cominciato a configurarsi come problematico quando
il rapporto tra l’intervento statale e quello di altri soggetti
si è invertito e lo Stato ha cominciato a delegare totalmente
i compiti sociali. Perché a questo punto molte realtà
del mondo del volontariato hanno smarrito la coscienza della propria
diversità adeguandosi, in nome di vantaggi immediati, ai meccanismi
del sistema inizialmente rifiutati.
Hanno consolidato un sistema di relazioni con il potere che le pone
al di fuori da ogni vero controllo, che comunque con l’esperienza
acquisita sanno benissimo come aggirare; quindi per il loro carattere
dominante impongono un modello economico e culturale, con il risultato
di screditare progressivamente il fenomeno nel suo insieme e di nuocere
ad associazioni che hanno tutt’altre motivazioni. Il tutto,
nonostante le dichiarazioni di fede antistatalista, pagato ancora
con denaro pubblico.
Perché lo Stato si disimpegna in favore
del terzo settore?
Due risposte sono possibili. Una di tipo ideologico: perché
si pensa che lo Stato debba per principio essere non troppo pervasivo
e limitare il suo intervento. Una di tipo pratico: perché si
pensa che il servizio pubblico sia più burocratico e meno efficiente
di quello reso dal terzo settore. In realtà non è possibile
un’affermazione univoca.
Per esempio paesi come Francia e Germania, dove il peso del terzo
settore nella sanità è molto minore che in Italia, sono
la dimostrazione che il servizio statale non è per definizione
meno efficace e più costoso. Viceversa la Lombardia, la regione
italiana dove il servizio sanitario è più terziarizzato,
è quella che ha visto maggiormente impennarsi le spese per
la sanità. L’opzione alla fin fine si riduce a una scelta
di tipo politico, sostenuta da una ideologia che trova terreno fertile
nei limiti oggettivi e nella cattiva reputazione di cui gode tutto
ciò che è “pubblico” in Italia.
Il sistema Milano, la fase precedente: tutti
alla pari, lottizzazione permettendo
L’ente pubblico si è defilato dall’impegno diretto,
ma ha continuato a sovvenzionare e via via ha esercitato un condizionamento
sull’intervento, che si è perfezionato con l’imposizione
di direttive non solo tecniche, ma politicoideologiche.
Fino a un paio di anni fa il Comune emetteva un bando in cui precisava
le somme disponibili e gli obiettivi di massima, dopodiché
i vari soggetti presentavano i loro progetti, ai quali venivano assegnati
dei punteggi secondo criteri previamente esplicitati: i concorrenti
tutti alla pari, in teoria, sulla linea di partenza. In realtà,
come è facile intuire nell’Italia lottizzata, basta guardare
i nomi dei vincitori dei bandi per constatare chi ha progressivamente
fatto la parte del leone: la Compagnia delle Opere, legata al presidente
della regione Lombardia e al movimento di Comunione e liberazione
da cui egli proviene, anche a spese dell’area cattolica progressista
(Caritas) e dei soggetti laici.
«È un problema generale» dice a questo proposito
Massimo Rossi. «Non credo che il tasso di corruzione nel terzo
settore sia superiore a quello di altri settori. Viviamo una lenta
deriva, il problema è il livello di coscienza di questo Paese
in caduta libera. Finché non si affronterà il problema
della corruzione, in Italia non si farà un passo avanti».
Il sistema Milano, la fase attuale: verso
lo Stato etico?
Negli ultimi due anni il comune di Milano ha introdotto nei bandi
per iniziative rivolte alle aree del disagio una serie di principi
e dettagliati regolamenti, rivolgendosi non più a tutti indistintamente,
ma principalmente ai soggetti con cui ha già rapporti di collaborazione
e stretto convenzioni, in nome della necessità di avviare una
politica basata sull’unità di intenti.
A inaugurare tale fase è stato il Patto di legalità
e socialità nato nell’estate del 2006 da un’intesa
politica fra prefettura, Provincia, Comune e Casa della Carità
e che dettava delle regole di comportamento per i campi rom. Patto
talmente dubbio nella sua validità legale e nelle norme che
dettava che persino chi aveva avuto assegnata la gestione dei campi
avanzava dubbi.
“Noi non lo applichiamo, perché è semplicemente
impossibile farlo” diceva don Massimo Mapelli della Casa della
Carità. “Si vogliono obbligare operatori sociali come
noi a fare la parte dei poliziotti, controllando chi entra e chi esce,
con limiti di orari e consegna di tesserini… È un lavoro
da poliziotti, nell’appalto che abbiamo vinto non c’erano
questi obblighi”.
“Mi auguro che questo patto possa diventare una piattaforma
politica sia per il nostro governo che per l’Europa” dichiarava
nel novembre 2007 il sindaco Letizia Moratti in occasione della seconda
edizione del Forum sull’integrazione e sull’immigrazione
promosso da Eurocities, la rete delle grandi città europee;
prontamente ripresa dall’onorevole Franco Frattini: “Questo
sarà il tessuto all’interno del quale si muoveranno le
politiche di integrazione”.
Nei nuovi bandi viene richiesta una dichiarazione di intenti e l’adesione
ai principi ideologici proposti dall’istituzione. Il problema
si pone soprattutto per i settori in cui l’approccio ideologico
è più forte: la tossicodipendenza, la prostituzione,
l’immigrazione. Un esempio è l’accordo del comune
di Milano con San Patrignano, di cui il sindaco Letizia Moratti sposa
la linea d’intervento: il problema della droga viene affrontato
senza nessun interesse per il disagio sociale e le sue cause e senza
fare nessuna distinzione tra droghe leggere e pesanti; viene posta
come unica strategia il contrasto alla tossicodipendenza anche con
l’internamento e con metodi coercitivi come avviene in strutture
come San Patrignano. Soggetti come la Lila, la cui azione è
rivolta alla ‘riduzione del danno’, non hanno più
nessun sostegno (e come mai non ci si interroga sul perché
Milano, governata da vent’anni dal centrodestra, sia diventata
la capitale della droga?).
«È un condizionamento indebito» dice Massimo Rossi.
«Credo che sia un’invadenza della politica metodologicamente
sbagliata, poiché le scelte di indirizzo devono essere lasciate
ai comitati scientifici e non ai politici».
«Se non siamo allo Stato etico, poco ci manca» dice Pietro
Massarotto. «A queste condizioni, noi non partecipiamo neppure
ai bandi, non ci sentiamo di sottoscrivere queste linee di intervento
che non condividiamo, per poi operare diversamente. E come noi non
sottoscriveranno tanti altri soggetti».
Il Ciessevi: come abolire il rapporto cittadino-istituzioni
Da una decina d’anni è stato costituito un ente sostenuto
da fondi pubblici per fare da tramite fra le associazioni e le istituzioni:
si tratta del Ciessevi (Centro di servizio per il volontariato). Con,
al 2008, 42 collaboratori stabili pagati con denaro pubblico, si occupa
di incombenze burocratiche come la stesura dello statuto di un’associazione
e l’iscrizione della stessa all’albo regionale del volontariato.
Fornisce consulenza e si occupa di segnalare alle associazioni i bandi,
di raccogliere i loro progetti e di valutarli. Raccoglie soldi pubblici
e li redistribuisce. Svolge azioni di formazione, comunicazione, progettazione,
promozione. Al 2007 usufruisce dei servizi del Ciessevi il 57,8% delle
organizzazioni di volontariato lombarde; tra le 33 organizzazioni
socie troviamo rappresentate un po’ tutte le aree: Acli, Arci,
Agesci, Avis, Caritas, Compagnia delle Opere, Legambiente, Uisp (l’elenco
completo è consultabile sul sito).
Massimo Rossi trova che «la normativa e gli adempimenti sulle
onlus sono quanto mai complessi e perciò il Ciessevi ha una
sua funzione». Il fatto è che esso è comunque
una struttura che si interpone nel rapporto diretto fra il cittadino
e l’istituzione: interlocutore di un’associazione non
è più un referente all’interno dell’istituzione
ma una struttura di cui la stessa associazione formalmente è
parte; in questo modo l’istituzione non deve rispondere in prima
persona di certe scelte e si sottrae al rischio della conflittualità.
Il nuovo interlocutore diventa il Ciessevi, che è un’associazione
di associazioni: “dal volontariato… per il volontariato”
è il suo motto. Leggiamo nel bilancio del 2008 che “principio
fondamentale di Ciessevi è di favorire il coinvolgimento del
volontariato milanese nel Ciessevi non solo nella fruizione dei servizi,
ma anche nella progettazione, gestione e valutazione dei servizi stessi”:
il Ciessevi quindi siamo noi stessi. Salvo che “la guida del
Centro di Servizi” viene assunta da alcune organizzazioni, secondo
una logica che ricalca i rapporti di forza politici nel governo locale:
la motivazione è che, leggiamo, tali associazioni sono dotate
di “una ‘visione’ territoriale ampia e, spesso,
dotate di esperienza specifica nello svolgere servizi e azione promozionale
a favore di più piccole organizzazioni no profit”.
Qualche segno di flessione
Sarà da valutare che cosa significhi qualche segno di flessione
dell’adesione al volontariato negli ultimi anni. In provincia
di Milano, il numero di volontari mostra un trend di decremento costante:
dai 60.000 del 2003, ai 59.500 del 2005, ai 56.800 del 2006, ai 54.000
circa della fine del 2007. Anche a livello regionale, mentre c’è
stato un incremento significativo dai 138.762 volontari a fine 2003
ai 203.765 di fine 2005, si passa ai 202.000 del 2006 e ai 201.715
del 2007.
Confrontando i dati 2003 con quelli 2007 constatiamo che il numero
di persone retribuite è più che raddoppiato (da 4.500
a 9.500 circa), mentre la precarizzazione arriva anche tra questi
lavoratori: i dipendenti (a tempo pieno o a part-time), sul totale
delle persone retribuite, sono diminuiti percentualmente dal 43,6%
a fine 2003 al 32,9% a fine 2007, con un forte aumento delle collaborazioni
a progetto e delle prestazioni occasionali.
Domande finali
Sono passati dieci anni abbondanti da quando cominciai a lavorare
al romanzo Acasadidio,
come mai questa realtà non è ancora di dominio pubblico?
Perché si parla solo di camorra e mafia e non di questi sistemi
di accaparramento di potere e risorse? Perché non si esprime
il mondo della cultura, se è vero, come diceva Robert Musil,
che “nessuna grande cultura può trovarsi in un rapporto
obliquo con la verità”?
Giorgio Morale
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