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Dossier clinica Santa Rita: e se Brega Massone
fosse innocente?

 

 

Il giornalismo degli orrori (parte 3/3)
di Walter G. Pozzi
Consulenze mediche dubbie dal punto di vista metodologico, intercettazioni prive di valenza probatoria e utilizzate per la disamina psicologica dell’imputato, e un’informazione che ha abdicato al proprio ruolo divenendo il ‘giornalismo degli orrori’

Uno scrittore sa che un buon romanzo nasce nelle prime pagine. E sa anche che nelle righe iniziali stanno le sue fondamenta. Per questa ragione l’impronta stilistica, il cemento di ogni narrazione, è determinante. Occorrono parole vivide, immagini forti e verbi pregnanti che s’imprimano nella mente del lettore, così che quelle prime pagine siano ancora ben vive una volta arrivato in fondo. Se lo scrittore è riuscito nel suo intento, queste stesse componenti saranno ciò che nel tempo porteranno il lettore a parlare del suo romanzo con lo stesso coinvolgente entusiasmo di quando lo leggeva.
Vale anche nel caso di un processo, le cui prime pagine sono l’impianto accusatorio. Un racconto giudiziario inizia in procura, allorquando un pubblico ministero consegna al gip i risultati della propria indagine: il testo in cui tutti gli elementi narrativi sono già presenti. C’è il conflitto, c’è il protagonista, detto anche forza tematica (la giustizia) e, soprattutto, c’è la costruzione dell’antagonista, ovvero l’imputato: il nemico della società, in perfetta antitesi al bravo cittadino.

A questo punto tocca alla stampa dare respiro alla storia. Al momento dell’arresto, i giornalisti, che sono i primi lettori del romanzo giudiziario, non hanno modo di accedere all’Ordinanza della misura cautelare emessa dal giudice delle indagini preliminari. Così si ritrovano tra le mani una storia riassunta in poche pagine, una specie di soggetto, poco più di una sinossi, costellata di verbi pregnanti, di parole vivide, di giudizi sommari e di immagini simili a marchi a fuoco.
È questo il momento in cui l’accostamento tra romanzo e narrazione giudiziaria dovrebbe sgonfiarsi. Il momento in cui la metafora, intesa come attiva transazione tra contesti diversi, dovrebbe cessare, per lasciare i diversi contesti divisi e distinti tra loro. Perché se è normale che il lettore di romanzi si abbandoni all’opera di seduzione creata dallo scrittore accettando la sospensione dell’incredulità, non lo è nel caso del giornalista di cronaca giudiziaria che si ritrovi tra le mani le pagine scritte dal rappresentante di una sola delle due parti del contendere.

Perché se, di fronte al conflitto creato ad arte in un romanzo, il lettore ha tutto il diritto di accettare che lo scrittore definisca moralmente un personaggio come buono e un altro come cattivo, di fronte a un capo d’accusa da cui dipende la vita di un individuo, al giornalista è lecito chiedere la responsabilità della vigilanza, della sospensione del giudizio, il riconoscimento della presunzione d’innocenza. Che, tradotto in termini pratici, significa evitare di fare da grancassa alla magistratura sbattendo in prima pagina, come fossero verbo divino, le parole della procura, senza prima aver dato una lettura alle carte nella loro interezza.
Un diritto dovuto, al cittadino sotto accusa, che l’informazione nazionale sembra dimenticare sempre più spesso, da quando l’affermazione di un giornalismo giustizialista, sorto in contrapposizione a Berlusconi, ha acceso, in buona parte degli italiani, la fiamma della fede incondizionata per la magistratura. Anche se sarebbe ingiusto delimitare ai giorni nostri questa forma di servitù volontaria della stampa ai palazzi di giustizia.

Negli anni Ottanta, durante i giorni infuocati del processo Tortora, lo scrittore Leonardo Sciascia denunciava che: “L’amministrazione della giustizia, insomma, viene assumendo un che di ieratico, di religioso, di imperscrutabile – e con conseguenti punte di fanatismo”. Ecco, se una frase dovesse essere scelta a commento della condanna di primo grado del medico-chirurgo Pier Paolo Brega Massone e del rogo mediatico acceso in piazza dalla stampa tutta nei giorni del suo arresto, questa di Sciascia sarebbe la più consona. Perché se un qualche dubbio sollevano le traiettorie giudiziarie che hanno portato a condannare a 15 anni e 6 mesi l’imputato, salito alle cronache come ‘il medico dell’orrore’, che smembrava i pazienti sul suo tavolo operatorio, difficilmente si potrà evitare di rivolgere l’accusa di fanatismo a buona parte dei ‘grandi’ quotidiani, tra i quali QN - Il Giorno si è messo in particolare evidenza per impegno e dedizione.

Emblematici, a tal proposito, sono stati gli articoli usciti i primi giorni. Giusto per gradire, alcuni titoli: “La clinica degli orrori”, “Mai più chirurghi come lui” (con foto grande di Brega Massone), “Il medico dell’orrore” (con foto di Brega Massone, con guanti insanguinati, durante un’operazione), “Tiroide! Mi trovo senza mezzo polmone” (con foto del paziente a torso nudo che mostra la cicatrice), “E li chiamavano dottori…”, “Processo lampo al bisturi troppo facile”, “Io sono morto, grazie dottore” (un capolavoro di giornalismo necrofilo: foto in primo piano del paziente da vivo, operato dal dottor Brega Massone il 13 luglio 2005 e morto nell’aprile 2006, con la moglie che lo bacia teneramente sulla guancia), “Mutilava le donne”, “Pressione sulle vittime e sui colleghi coimputati”.
Per amore di verità, va precisato che nemmeno gli altri giornali hanno brillato per obiettività e spirito analitico. La formula magica, ‘Clinica degli orrori’, ha campeggiato anche sulle pagine del Corsera e su quelle de Il Giornale, una volta tanto, quest’ultimo, d’amore e d’accordo con la magistratura.

È arduo stabilire chi abbia coniato tali definizioni, se siano stai i brillanti giornalisti a inventare la locuzione ‘Clinica degli orrori’ in riferimento alla Casa di cura Santa Rita, o se sia stata suggerita dalla solita manina invisibile spuntata da una qualche zona d’ombra. Certo è che l’informazione le ha fatto da grancassa, se ancora oggi, a più di tre anni dal giorno dell’arresto del dottor Brega Massone, occorre ripetere quella medesima caratterizzazione per far comprendere all’interlocutore che si sta parlando della clinica di via Jommelli a Milano; a dimostrazione di quanto il romanzo del processo sia stato costruito in maniera perfetta sin dalle prime pagine.

La differenza tra la professione dello scrittore e quella del giornalista, molto spesso risiede nella decenza. Lo scrittore non rifiuta l’ambiguità dei fatti che racconta né ignora le sfaccettature che caratterizzano l’animo di un individuo. Suo compito è sondare il concetto di umanità, per questa ragione non userebbe mai la definizione di ‘mostro’ riferendosi a un uomo. La stessa Mary Shelley, nel suo Frankenstein, aveva adottato il termine ‘creatura’. Il giornalismo, pur spesso declinandolo con vari pseudonimi più o meno fantasiosi, al contrario, quando rovista nei bassifondi della cronaca, se ne serve molto volentieri. Spesso inserendolo in una determinata forma grafica di particolare visibilità.

La carta stampata e la televisione si sono mosse unicamente sul binario colpevolista. Rari i verbi al condizionale, mai un appello alla presunzione d’innocenza; la pratica di lavoro è stata la medesima per tutti: prendere le parole dei giudici come oro colato e pubblicarle, lasciando la difesa pressoché senza voce. Una scelta che ha contribuito in maniera decisiva a creare indignazione pubblica, ottenendo il risultato di elevare pm e giudici, non tanto a paladini della giustizia (cosa che in teoria attiene al loro ruolo), quanto a una dimensione di santità delle cui parole e delle cui decisioni non v’era alcun motivo di dubitare. Appunto: un buon romanzo lo si costruisce sin dalle prime righe, nelle prime pagine, ma è solo nella pessima narrativa alla James Bond che i buoni e i cattivi si palesano sin da subito, per non mutare più di pelle: perché il lettore deve comprendere immediatamente da che parte stare.

Il Giorno ha addentato sin da subito il dottor Brega Massone alla giugulare e non l’ha più mollato. Con titoli da scatola lo ha colpito senza scrupoli e così anche gli altri giornali, creando una risonanza non solo spaziale, vibrata come un diapason da quotidiano a quotidiano, ma anche temporale, se a settembre di quest’anno – a volte il caso! – sono già usciti due libri.
Il primo per Kaos edizioni, intitolato, senza troppi orpelli, Dossier Clinica degli orrori, che riporta la motivazione della sentenza di primo grado; e l’altro per Affari Italiani (che con questo libro esordisce come casa editrice), che riporta un titolo altrettanto terrorizzante, ASA IV. La clinica degli orrori, acquistabile in formato e-book al prezzo popolare di 1,99 euro, e che della sentenza propone una sintesi.
A colpire è la sincronizzazione dell’uscita delle due pubblicazioni in prossimità sia dell’udienza preliminare del secondo processo, prevista per il 29 novembre 2011, che chiama Brega Massone a rispondere dell’accusa di omicidio volontario, sia del processo di appello del marzo prossimo. Una coincidenza che dimostra come funzioni il famoso fiuto del giornalista.

L’argomento, proposto dal titolo del presente articolo, impone di trattare di Asa IV, e di soffermarsi in particolar modo sulla sua prefazione, scaricabile gratuitamente dal sito. A farsi carico di rilanciare il romanzo giudiziario è lo stesso direttore del quotidiano Affari Italiani, Angelo Maria Perrino, Cavaliere della Repubblica nonché consigliere di Mediawatch, un Osservatorio giornalistico che assume tra i propri oneri la diffusione “presso gli operatori dell’informazione e della comunicazione di ideali quale l’etica responsabile, la solidarietà sociale, la democrazia e la tolleranza, nonché la promozione della formazione di chi vuole operare e conoscere il settore”. La firma del testo che introduce il libro è sua. E si capisce sin dalle prime righe di essere di fronte
a una grande lezione di deontologia giornalistica, al punto di potere essere assunto come simbolo di tutti – tutti – gli articoli apparsi sui quotidiani nazionali, a partire dal giorno dell’arresto di alcuni medici, fino al momento della sentenza di primo grado.

Il suo incipit è un folgorante parallelismo tra la clinica Santa Rita e i campi di sterminio nazisti, diversi tra loro, a suo dire, solo “nel numero di vittime ma non nella logica”, e a supporto cita La banalità del male di Hannah Arendt. Si tratterebbe di una grande sintesi giornalistica se il processo fosse veramente riuscito a provare, al di là di ogni ragionevole dubbio (e non lo ha fatto), ciò che è scritto nella motivazione di sentenza.
Perrino, invece, prende tutto per sacrosanto e questo gli permette di stilare una rapida sintesi degli efferati crimini commessi e perpetuati in sala operatoria: mammelle asportate per semplici cisti o noduli benigni, broncopolmoniti e tubercolosi curate con l’asportazione del polmone, operazioni effettuate in quantità esagerata rispetto alla reale necessità. E, forse caricato a orrore dal flusso creativo della sua stessa prosa, a un certo punto, e finalmente senza indugi, usa la parola ‘mostro’: “Tra le persone arrestate c’è il mostro di questa storia, il principale responsabile della truffa ai danni del sistema sanitario Nazionale e dei pazienti, il deus ex machina avido e crudele di tutta l’operazione: Pier Paolo Brega Massone, il primario di chirurgia toracica della clinica, in carcere con uno dei suoi più stretti collaboratori, il dottor Pietro Fabio Presicci”.

Per irrobustire i propri concetti, Perrino si aggancia sia alle parole dei consulenti dell’accusa – “spezzatini di polmoni che potevano essere evitati, casi clinici che avrebbero potuto risolversi dal punto di vista medico e non chirurgico”; sia ad alcune intercettazioni, come nel caso di un sms in cui il dottor Brega Massone, come scrive Perrino, “si autodefiniva ‘L’Arsenio Lupin della chirurgia’”.
In realtà intorno a questo sms si è infiammata la fantasia dell’intera galassia di umanità gravitata intorno al caso, dato che è saettato di pagina in pagina, fino a ritrovare casa nell’aula del tribunale. Lo stesso pm Tiziana Siciliano, lo ha citato: “Uno straordinario sms, che credo ormai sia diventato uno dei luoghi simbolo di questo processo ‘andranno a controllare le cartelle, i DRG, chissà quanti ne troveranno pompati – quindi l’espressione è mia – mi arresteranno come truffatore. Firmato, l’Arsenio Lupin della chirurgia’” (1).
Non sfuggirà, leggendo l’sms originale, la presenza di quegli eccessi interpretativi che sono stati la costante del modello d’informazione apparso su giornali e televisioni, fatto di omissioni e di forzature. Se dal canto suo, la memoria di Perrino potrebbe apparire eccessivamente selettiva, dall’altra parte il pm, arricchendo il messaggio di quel “firmato”, compie una sottolineatura decisiva. Anche perché, a voler proprio interpretare il senso dell’sms del chirurgo – “Ormai non dormo +. Sono disperato. Tra le cartelle kissa qnte saranno pompate e mi arresteranno come truffatore. L arsenio lupin della kirurgia” – parrebbe più logico unire la penultima frase con l’ultima, trasformando quel ‘firmato’ in un ‘ovvero’: mi arresteranno come truffatore. Ovvero l’Arsenio Lupin della chirurgia.

La modalità giornalistica seguita da Perrino, come già detto, è ben lungi dall’essere un caso isolato. A lui si può contestare l’aggravante di aver scritto la prefazione a processo terminato, con la possibilità quindi di sedersi alla scrivania e di leggere con tutta calma le carte. È vero che migliaia di pagine non sono poche, ma è altresì vero che la lettura lo avrebbe ripagato con sorprese e sussulti. Ricollocate le intercettazioni per intero in una esatta sequenza temporale, contestualizzate le telefonate per comprenderne il senso originale, e confrontate le consulenze della difesa con quelle dell’accusa, il buon Perrino avrebbe dovuto faticare un buon po’ per trovare una prova netta – netta – della colpevolezza del dottor Brega Massone riguardo alle lesioni, dolose o meno.
Per divulgare ideali quali l’etica responsabile del mestiere di giornalista, esistono strade molto meno tortuose.

La frase di Sciascia, come detto, entrava nel merito del processo Tortora. Nel processo al dottor Brega Massone non c’è un pentito alla Pandico, anche se la sua funzione viene egregiamente svolta dall’uso delle intercettazioni. Un’autentica manna per i giornali.
Secondo Foucault, da un certo momento storico in poi nasce e si rende necessario, a livello processuale, la costruzione della figura del colpevole analizzato nel legame con il proprio crimine. Si tratta di un fattore determinante nella storia dell’amministrazione della giustizia perché ha contribuito a concentrare l’attenzione sul reo, creando in molti casi un fatale spostamento della focalizzazione dal reato a chi lo ha commesso.

La pratica è semplice: la vita dell’imputato viene analizzata con una lente d’ingrandimento che tende a ipertrofizzare, selezionandoli dal magma della complessità di un’esistenza, determinati atteggiamenti, esperienze e situazioni del passato e del presente, trasformando la condotta di vita dell’imputato in una naturale convergenza verso il crimine di cui è accusato. Il centro del discorso diventa quindi l’accertamento dell’immoralità dell’imputato fino a che non si mostri sotto forma di movente criminale. Un tempo la creazione di questa specie di biografia ‘ideale’ era frutto di testimonianze di parenti e conoscenti, di indagine nelle pieghe del percorso scolastico, dell’infanzia, delle frequentazioni. Oggi, la caratura morale dell’imputato filtra attraverso il setaccio tecnologico della telefonia. Una prassi assai più semplice perché possiede la virtù dell’immediatezza.

L’accusa al dottor Brega Massone è stata costruita su due colonne portanti, come appare evidente leggendo la cronaca dei giornali e, soprattutto, le carte processuali: le consulenze medico-scientifiche e le intercettazioni. Scorrendo i documenti del processo, tuttavia, non può sfuggire la debolezza dell’impianto accusatorio – fatto proprio dalla sentenza – al punto da trarre l’impressione che la leva per condannare l’imputato sia stata determinata, da una parte, da una forzatura metodologica riguardo alle valutazione delle consulenze di parte (2), e dall’altra – non essendo stata rinvenuta nessuna testimonianza diretta nelle parole del dottor Brega Massone riguardo ai reati che gli venivano contestati – da una marcata sottolineatura del linguaggio e dell’atteggiamento dell’intercettato, al fine di porre in grande rilievo l’immoralità dell’uomo e del medico (3). Ovvero, in mancanza di un’involontaria autodenuncia, le telefonate sono state utilizzate per mostrare avidità e cinismo, per evidenziarle nel confronto con il giuramento di Ippocrate.

A rendere grandemente possibile in tribunale questa scelta strategica hanno contribuito in maniera determinante gli stralci di telefonate pubblicati a getto continuo, giorno dopo giorno da una stampa colpevole, servile e irresponsabile – oltre che vergognosamente ansiosa di risonanza e di vendite – che senza scrupolo le ha lanciate in pasto ai propri lettori alimentando un sentimento da ultras. Nella certezza che, tanto, la gente non pensa ai toni e ai modi con cui essa stessa è solita parlare al telefono con gli amici; dimentica che tra conoscenti la comunicazione passa per codici privati e consolidati, il cosiddetto lessico familiare, utilizzando frasi che, tolte dal loro contesto e da quel codice che permette di andare sopra le righe, potrebbero inchiodare chiunque se utilizzate a conferma di una qualunque attitudine a delinquere.

Difficile dire quanto i pubblici ministeri abbiano fatto affidamento su questa complicità involontaria, per poter utilizzare con maggior forza d’urto le intercettazioni in fase dibattimentale. I giudici agiscono e decidono come meglio ritengono e sempre – proprio come più volte ha asserito di sé il chirurgo Brega Massone a sostegno del proprio operato – in scienza e coscienza. Certo è che la martellante campagna colpevolista operata dalla stampa li ha sottratti da ogni forma di pressione professionale, preparando sulle loro teste un solido riparo da qualsivoglia critica al momento della sentenza. L’impressione è che se avessero condannato il ‘mostro’ a mille anni di reclusione o alla pena capitale, nessuno si sarebbe lamentato. Ma è altresì inevitabile, vista la reiterazione del ‘peccato professionale’, riconoscere che la stampa, in questa occasione specifica, non ha agito in scienza né in coscienza.

Senza chiedersi in quale contesto le frasi venivano pronunciate, senza porsi problemi di inserirle in una trama di senso, senza costruire con l’analisi un filtro che le contestualizzasse, i giornali hanno pubblicato tutto ciò che si trovavano tra le mani o che capitava sulle scrivanie dei loro redattori. E se facendolo, poi, abbiano contato sull’impatto emotivo che le frasi pronunciate al telefono – lette così nude e crude – avrebbero inevitabilmente suscitato nei lettori, è difficile dirlo. Certo è che l’impatto emotivo c’è stato, generando nell’opinione pubblica un sentimento di condanna nei confronti dell’uomo Brega Massone.
Perché più che la sua immagine di chirurgo a essere stata devastata, a subire i danni peggiori, è stata la sua immagine di essere umano trasformato in mostro, attraverso una tecnica di scrittura di resa straordinaria quando si vuole creare un personaggio di finzione capace di terrorizzare l’immaginario collettivo. E il successo infatti è arrivato, per una storia lunga migliaia di pagine di giornale – buono per incartare il pesce. Un pessimo romanzo che va avanti da tre anni, e di cui si può dire che il peggio non ha ancora scritto la parola fine.

 

Walter G. Pozzi

 

(1) Atti del processo di primo grado, arringa conclusiva del pm Tiziana Siciliano, udienza del 13 aprile 2010
(2) Cfr. Lesioni da consulenza colposa, Giovanna Baer, Paginauno n. 25/2011
(3) Cfr. Dalle intercettazioni alla diagnosi di mostro, Giovanna Cracco, Paginauno n. 25/2011

 

Leggi online le 3 parti del Dossiers o scarica il PDF completo

Lesioni da consulenza colposa, Giovanna Baer

Dalle intercettazioni alla diagnosi di mostro, Giovanna Cracco

Il giornalismo degli orrori, Walter G. Pozzi

 

Leggi la controcronaca del processo di Appello
al chirurgo Brega Massone

 

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