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Dossier clinica Santa Rita: e se Brega Massone
fosse innocente?

 

 

Dalle intercettazioni alla diagnosi di mostro (parte 2/3)
di Giovanna Cracco
Consulenze mediche dubbie dal punto di vista metodologico, intercettazioni prive di valenza probatoria e utilizzate per la disamina psicologica dell’imputato, e un’informazione che ha abdicato al proprio ruolo divenendo il ‘giornalismo degli orrori’

Diciassette utenze sotto controllo, quasi un anno di intercettazioni (dal 4 luglio 2007 al 12 giugno 2008), 168 le telefonate e 14 gli sms ritenuti rilevanti, 1.862 pagine complessive di trascrizioni delle conversazioni. Questi i numeri delle intercettazioni telefoniche utilizzate nel processo di primo grado a carico del chirurgo Pier Paolo Brega Massone, numeri che il perito incaricato della trascrizione ha definito, nella sua relazione, una “consistente mole di lavoro”.
Il pubblico ministero Tiziana Siciliano, nella sua arringa finale (1) afferma che personalmente era molto “perplessa sul fatto di fare intercettazioni telefoniche”, perché il protocollo di indagine era “sostanzialmente già acquisito”: “identifichi l’anomalia statistica”, sequestri le cartelle cliniche, “conferisci una consulenza” per valutare l’appropriatezza delle codifiche assegnate (i DRG) e trai le valutazioni. Questo è l’iter nei casi di indagine per presunta truffa ai danni dello Stato da parte delle cliniche accreditate. Checché se ne dica, continua il pm, “le intercettazioni sono un grosso peso di lavoro, vanno seguite, vanno rinnovate, le devi leggere, devi prorogarle, devi depositarle” e quando è possibile evitarle si alleggerisce di non poco il lavoro della procura. Tuttavia, il gruppo di indagine ha valutato valesse la pena intercettare i primari e i dirigenti della Casa di cura Santa Rita giusto per un paio di settimane, per sentire le loro reazioni al momento del sequestro delle cartelle cliniche; le utenze telefoniche sono così state messe sotto controllo.

“E lì, invece, è accaduto per gli investigatori il miracolo”, afferma la Siciliano. Il secondo giorno di intercettazioni viene registrata una telefonata della dottoressa Arabella Galasso, telefonata che “apre un mondo” ai giudici inquirenti. È chiaro immediatamente “che quello che noi timidamente stavamo andando a toccare con questi sistemi di acquisizione documentale […] in verità non era altro che un piccolo aspetto, e che quello che saremmo e siamo andati a scoprire era di ben altro tenore”; ed è così che “a questo punto le intercettazioni telefoniche in questo processo acquisiscono un’importanza fondamentale”, continua il pubblico ministero Siciliano, “lo dico e lo affermo e con grandissima convinzione: senza le intercettazioni telefoniche il processo a carico della Casa di cura Santa Rita sarebbe stato un’altra cosa, nel senso che alcuni elementi anche importanti probatori noi li avremmo certamente acquisiti e valutati, al pari di come abbiamo ottenuto, ma nulla avremmo capito dell’intreccio, dell’adesione a un programma che non esito a definire criminoso”.
È senz’altro vero: le intercettazioni sono state fondamentali nel processo per lesioni dolose aggravate, truffa e falso in continuazione, a carico del dottor Brega Massone, processo che si è concluso, in primo grado, con una sentenza di condanna e una pena pari a 15 anni e 6 mesi.

 

Un processo giudiziario ha il compito di stabilire se e quale tipo di reato è stato commesso – con l’esatta individuazione degli articoli del codice penale e/o civile attinenti al fatto contestato – e se l’imputato è o non è colpevole di tale reato; ne consegue che oggetto del processo è un’azione (il reato), non uno stato dell’essere, non il soggetto imputato (il reo). Le prove sono dunque ‘prove di reato’. Nel caso di intercettazioni telefoniche, lo ‘spiare’ un indagato mira quindi a raccogliere informazioni attinenti al presunto reato oggetto di indagine.
Al chirurgo Brega Massone sono stati contestati 88 casi clinici in cui egli avrebbe operato inutilmente, senza alcuna indicazione chirurgica. Poiché le intercettazioni sono state considerate, non solo dall’accusa ma anche dai giudici – che hanno condannato il medico per 84 casi sugli 88 contestati – di ‘valore probatorio’, ci si aspetta, nel leggerle, di trovarvi riferimenti, informazioni, elementi attinenti ai casi contestati; ci si aspetta di trovare, nelle parole del chirurgo, se non proprio la confessione del reato almeno qualcosa di simile, un’ammissione di colpa, magari anche tra le righe – dato che le eventuali accuse lanciate da un altro soggetto (come per esempio la dottoressa Galasso, che nella telefonata resa celebre dai media parla del primario di chirurgia toracica come del “principe di queste cose”, ossia dei DRG) se non supportate da altre prove sono nulla di più che illazioni. E la parola ‘confessione’ non è qui usata fuori luogo dal momento che la procura non ha contestato al chirurgo – e il tribunale non ha emesso condanna per – il reato di lesioni colpose (per errore di valutazione, per incapacità professionale) ma di lesioni con dolo, ossia provocate con la piena consapevolezza di provocarle: il dottor Brega Massone operava sapendo di non dover operare, e ben cosciente di fare danno al paziente.

Ebbene, si leggono 1.862 pagine di trascrizioni telefoniche per arrivare in fondo e ritrovarsi delusi nell’aspettativa. In nessuna telefonata, il medico ‘confessa’ alcunché; pochissime sono, fra l’altro, le conversazioni che hanno per oggetto i casi clinici contestati, e quando ciò avviene le parole – private e pronunciate in libertà, dato che il chirurgo non sapeva di essere intercettato – che il dottor Brega Massone rivolge al proprio interlocutore sono sempre a sostegno della scelta chirurgica da lui effettuata basata sulla letteratura medico-scientifica e sulla convinzione di aver operato ‘in scienza e coscienza’; scelta che, anche in aula, l’imputato – e i consulenti della difesa – ha sempre rivendicato come corretta.
Dunque a che cosa sono servite le intercettazioni e qual è la loro valenza probatoria?

In primis, sono servite a tracciare una disamina psicologica dell’indagato, della figura del ‘criminale’. “Quanto sin qui ricostruito ha invero, sotto il profilo etico, ancor prima che giuridico, un qualcosa di inspiegabile ancorché di inaccettabile […] si tratta in prima battuta di un materiale dato dalle intercettazioni telefoniche di eccezionale chiarezza ma nel contempo di eccezionale crudezza […]” (2). Il dottor Brega Massone è colpevole di utilizzo, in conversazioni private, di un linguaggio particolarmente duro, è colpevole di “una raggelante equazione fra paziente o meglio pezzo anatomico del paziente e DRG” (3). “Adesso non è cinismo ma certi livelli di disprezzo che ho visto raggiungere nei confronti dei pazienti e delle umane e gravissime sofferenze che la malattia, soprattutto se oncologica, comporta sono realmente intollerabili. […] pensate la differenza fra una frase «mi hanno bocciato l’operazione che avevo previsto per una signora che è affetta da un tumore e che io ritenevo di operare nonostante la sua età avanzata», non «mi hanno bocciato la mammella novantenne», questo è intollerabile, «i quattro polmoni che valgono 44 mila euro» sono intollerabili, mi scatenano un’indignazione, prima umana che non professionale, insostenibile, assolutamente insostenibile” (4).

Un giudizio innanzitutto etico e umano quindi – non giuridico – che i due pubblici ministeri evincono “dalle parole stesse dell’imputato principale, parole usate con tutti, con i colleghi, con i proprietari di cliniche, con la moglie, con gli amici […] spesso accompagnate da una plateale esternazione della sua capacità chirurgica tanto che nel corso di quasi un anno di intercettazioni telefoniche non abbiamo sentito una, che fosse una, parola di reale commiserazione per le persone operate, ma solo un richiamo costante alla propria abilità o meglio convinzione di abilità che giunge a pensare al dottor Brega di essere vittima di un complotto quasi che quanto gli stava accadendo, e cioè la chiusura del reparto, non fosse correlato alle sue modalità operative nel senso proprio di operare ma una sorta di invidia generalizzata per il ruolo che egli, poco più che quarantenne, era già riuscito a raggiungere. Senza tenere conto di tutti questi fattori, queste sfaccettature della sua personalità non si riesce a dare una risposta a quanto accaduto. Il dottor Brega non è uno solo infatti, abbiamo un dottor Brega con i pazienti, sempre presente e sollecito; abbiamo un dottor Brega con i colleghi, sempre supponente e sicuro di sé; abbiamo un dottor Brega con i propri affetti sia amicali che sentimentali che esterna sempre la propria convinzione di essere nel giusto; abbiamo infine un dottor Brega nel processo, che ripete sempre di avere agito con scienza e coscienza, che è sempre apparso freddo e meticoloso fino alla pignoleria nel richiamare la letteratura, nel portare avanti le proprie convinzioni; un dottor Brega che mai è apparso neppure in minima parte scosso da quanto dichiarato davanti a lui dalle stesse parti offese” (5).

Un linguaggio rispettoso dei pazienti nelle proprie conversazioni private e il sentimento della compassione sembrano essere, per i ppmm – e per i giudici, dato che la sentenza ha fatto propria la tesi dell’accusa – condizione sine qua non per poter essere un bravo medico e il dottor Brega Massone, nelle sfaccettature delle sue multiple personalità, colpevolmente non possiede né l’uno né l’altro. Non si può parlare di ‘mammelle’ e ‘polmoni’ ed essere allo stesso tempo un chirurgo che opera in scienza e coscienza. In una rappresentazione idealizzata che sembra ispirata dai serial televisivi, il medico deve essere sentimentalmente ‘buono’: non può far uso di ‘espressioni a dir poco colorite’ né peccare di presunzione con ‘orgogliose rivendicazioni delle proprie qualità professionali’ – espressioni e rivendicazioni sottolineate nelle motivazioni di sentenza; non può utilizzare codici linguistici spesso spicci, crudi e fuor di retorica, quei codici che tutti noi instauriamo automaticamente con i colleghi, gli amici, i famigliari; non può arrabbiarsi e sfogarsi fino a pensare di essere vittima di un complotto per una situazione a tal punto inspiegabile, dal suo punto di vista – data la convinzione di aver sempre agito correttamente – da non riuscire a trovare altra spiegazione a quanto gli sta accadendo.

Appare inoltre paradossale che la ferma convinzione del dottor Brega Massone nella correttezza delle proprie scelte chirurgiche, espressa sia nelle telefonate private che in aula, sia stata utilizzata a supporto del reato di lesione dolosa. Per i magistrati, inquirenti e giudicanti, Brega Massone non è solo cinico, avido e incapace di empatia; Brega Massone ha una personalità fredda e calcolatrice, da perfetto criminale. Anche quando non sa di essere intercettato, anche quando il sequestro delle cartelle cliniche lo pone in un forte stato di preoccupazione – “sono disperato”, “sono distrutto” dice in alcune telefonate – l’autocontrollo è tale da non lasciarsi mai sfuggire di bocca una sola parola che possa far trasparire quel disegno criminoso che, secondo i magistrati, sta portando avanti da ben due anni, in modo continuativo e seriale: operare pazienti che non hanno alcun bisogno di essere operati.

Se le intercettazioni non hanno valore probatorio ai fini del reato di lesione dolosa, resta la questione del movente. E qui, in un ragionamento circolare, le motivazioni della sentenza affermano: “La serialità e l’univocità dei comportamenti delittuosi esaminati – per i quali si impone, in forza delle risultanze oggettive e della stessa linea difensiva del primario, l’esclusione di profi li di colposa imperizia – richiede una risposta in termini di movente, che l’ipotesi accusatoria individua nel profitto economico della casa di cura (e degli imputati stessi) […]” (6). Le conversazioni telefoniche del chirurgo e di altri sono quindi portate come prova di movente: “[…] è lo stesso Brega Massone, con la sua viva voce, a confermare, senza ombra di dubbio, l’ipotesi accusatoria, ricostruendo la filosofia del proprio agire in base ai DRG” (7).

Il contratto economico tra il chirurgo e la Santa Rita non prevedeva un fisso mensile ma una percentuale (il 9%) legata ai rimborsi (i DRG) che la Casa di cura riceveva dalla Regione Lombardia: questo significa che più il dottor Brega Massone aveva pazienti, più il dottor Brega Massone (e la clinica) incassava. Non era un contratto espressamente richiesto dal medico né tanto meno atipico per la clinica, ma applicato dalla proprietà alla maggior parte dei medici che in quella struttura operavano. In quel 9% rientrava anche il costo dell’èquipe medica, i due aiuti, Fabio Presicci e Marco Pansera.
Significativa al riguardo è una telefonata a cui la procura e i giudici danno grande rilevanza, indicandola come probatoria di un agire chirurgico non dettato da necessità terapeutica ma dal solo “scopo di lucrare maggiori rimborsi dall’Ente pubblico” (8). Il 18 ottobre 2007 Brega Massone parla al telefono riferendosi a eventuali primari che, venendo da fuori Milano, avrebbero dovuto iniziare a lavorare nel reparto di chirurgia toracica della Santa Rita, e dice: “Forse non han ben capito che primariato è. Forse questi pensano che sia un primariato nel pubblico oppure un privato che ha un bacino d’utenza […] A meno che non si facciano dare tutti un fisso […] però poi dubito che la clinica, dopo tre mesi che vede che sei in perdita, ti mantenga”. Parlando di un primario di Bologna, afferma: “E faceva sei, sette massimo, gli ho visto fare sette pazienti, ma neanche tutti polmoni. Sette, non so, se tu prendi 800 euro per polmone: 7 per 8 fa 5.600 euro lordi. Cosa ci paghi? Con 5.000 euro lordi, che sono già 4.000, e con quei 4.000 netti cosa ne prendi? 2 tu e 1 gli altri due [Presicci e Pansera, n.d.a.]? Ma gli altri due, per 1, ti sputano in faccia. Cioè, non vengono a fare il giro o… o stanno lì. Capito? Cioè, i numeri son questi, eh? Cioè, tu, o tu fai quindici polmoni o, altrimenti, non puoi pagare un’èquipe. E, per fare quindici polmoni… auguri”.

Siamo evidentemente di fronte a un conversazione che rivela l’etica non ufficiale della realtà delle cliniche private accreditate. Un’azienda – e tale è la Santa Rita – non mira certo a lavorare in perdita. Non tiene aperti reparti che non rendono, al contrario di un ospedale pubblico che ha obblighi diversi proprio in quanto pubblico. Il fatto che il dottor Brega Massone fosse consapevole dell’ambiente in cui operava come medico e l’attenzione che dimostrava all’aspetto economico del suo lavoro non provano che egli coscientemente scegliesse di operare pazienti che non avevano alcuna necessità di un intervento chirurgico, e che quindi il denaro era l’unico movente delle sue azioni. Questa equazione è possibile solo facendo un evidente salto logico teorematico.

Anche l’espressione divenuta famosa sulle pagine dei giornali, “pescare i polmoni dall’Oltrepo pavese”, contenuta in questa stessa telefonata, va letta nel suo contesto (come tutte le telefonate, e come spesso non è stato fatto). Il concetto chiave è quel “bacino d’utenza” precedentemente citato: “Io ero l’unico, e per tale motivo han cercato di farmi fuori, che aveva pazienti” – e, per inciso, qui ritorna la convinzione del chirurgo di essere vittima di un complotto: come il kafkiano Josef K del Processo, si arrovella per trovare una ragione per quanto gli sta accadendo, ragione che gli par di individuare nella competizione tra cliniche accreditate sulla piazza di Milano, competizione inevitabile tra aziende private, competizione creata da un sistema sanitario pubblico che ha aperto le porte ai privati.
“Eh beh, tu pescavi dall’Oltrepo pavese?” è la domanda posta al dottor Brega Massone dall’interlocutore della telefonata – non si tratta quindi di un’espressione coniata dal medico. “Ma io pescavo dappertutto” risponde il chirurgo, “da Lodi, dove andavo a fare le mammelle che poi ho incominciato a pescare anche i polmoni dall’Oltrepo pavese, da Pavia, da Milano ormai, perché comunque tutti i miei ex pazienti dell’Istituto [dei Tumori, n.d.a.] che mi seguono e ancora adesso, oggi me ne son venuti tre a Pavia, eh? Di pazienti che venivano lì a far le visite. Continuano a telefonarmi e mi dicono: «Anche a pagamento, noi veniamo da lei». Quindi voglio dire, cioè, io avevo ormai un giro, che mi ero creato col mio modo di fare, con l’essere disponibile a qualsiasi ora. Ancora adesso, pensa che, in questi ultimi quindici giorni, avrò fatto trentacinque o quaranta visite gratis. Di gente che mi chiama, viene, mi porta le lastre. Stasera è venuta la mamma di quella paziente down, poverina. Cioè, voglio dire, qui il problema è che loro [i chirurghi che vengono da fuori Milano, n.d.a.] non si rendono conto che, comunque, trovare un paziente che abbia…” e la conversazione prosegue con le considerazioni economiche sopra citate.

Da questa telefonata non si evince che il dotto Brega Massone si inventa indicazioni chirurgiche quando non vi è la necessità di operare, che il dottor Brega Massone si inventa i pazienti: quel che emerge è che il chirurgo, ben cosciente di lavorare in un’impresa privata che fa i conti con le spese di un reparto e con il profitto, trova i pazienti, e li trova dandosi da fare con visite gratis e rendendosi sempre disponibile. Certo è discutibile il fatto che un medico sia costretto a farsi ‘promotore di se stesso’, a ‘crearsi un giro’: sotto inchiesta dovrebbe essere messo il Sistema che innesca tutto questo.

Vale la pena, ora, andare a leggere le due intercettazioni telefoniche da cui è partita l’inchiesta sul reparto di chirurgia toracica della clinica Santa Rita, esaminandole però anche nei passaggi precedenti a quelli divenuti famosi grazie ai quotidiani. Dice la dottoressa Galasso (vai alla deposizione in aula della dottoressa Galasso durante il secondo processo in Corte d'Assise), il 18 luglio 2007: “Adesso è arrivata una delibera che, ancora una volta, tutela le strutture e colpevolizza i medici. Dopo la storia della San Carlo è arrivata una delibera, la Regione Lombardia ha stabilito che verranno regolarmente, con un preavviso di 24 ore, i NOC a fare i controlli e, dopo la terza cartella che loro ritengono contraffatta o, comunque, il DRG pompato, va direttamente in Pretura. Diretto. E la colpa è del responsabile; quindi la colpa, nel caso specifico, è mia per tutti i
miei collaboratori. No? E la Casa di Cura viene incriminata solo se successivamente si ritrovano gli estremi per un dolo o per un incitamento a delinquere, no? Però, in prima battuta, dal Pretore ci va il medico a dare spiegazioni del perché un intervento che costava 1.000 euro è diventato 8.000. Quindi, ancora una volta, questi pezzi di […], perché tali sono, destra, sinistra, centro, non vanno ad attaccare i proprietari che comunque, mettono gente… dei marcioni”.
E solo dopo queste considerazioni, che mettono sotto accusa il Sistema, non i medici, la dottoressa Galasso pronuncia le frase ormai nota, con tempo verbale al futuro: “Quindi, adesso, questo cosa vuol dire? Che Pipitone [il proprietario della clinica Santa Rita, n.d.a.] prenderà i più delinquenti del mondo, che gli faranno guadagnare miliardi, nel calcolo delle probabilità, se anche li ciascano, la colpa è dei medici e lui viene fuori pulito”.

Nella telefonata del 20 luglio 2007 è sempre la dottoressa Galasso a commentare l’avvenuto sequestro delle cartelle cliniche da parte della procura, e a pronunciare la frase incriminante: “Se controllano le cartelle tu lo sai che il principe di queste cose è Brega Massone”. Subito dopo l’affermazione, commenta: “Quindi, è così. È incredibile. È quantomeno incredibile. E poi non… nessuno si riesce a spiegare perché hanno chiesto l’acquisizione di cartelle… cioè di DRG otorino, neurochirurgici, urologici, ecc. e non hanno mandato gli avvisi [di garanzia, n.d.a.] agli altri”.

Nel corso del 2007 e dell’anno precedente, diverse case di cura accreditate hanno subìto sequestri di cartelle cliniche da parte della procura milanese; le inchieste giudiziarie sono state più d’una, e tutte impostate seguendo il protocollo di indagine citato dalla stessa pm Siciliano nella sua arringa. Sono inchieste per truffa ai danni dello Stato, inchieste che vertono sulla congruità dei DRG indicati dalle cliniche. Anche la dottoressa Galasso parla infatti di DRG. Il reparto di chirurgia toracica, di cui Brega Massone era primario, non era stato, fino a quel momento, oggetto di indagine, perché non era stata individuata dalla procura alcuna anomalia statistica al riguardo. Che cosa significa quindi “principe di queste cose”? Significa che il dottor Brega Massone era quello che ‘fatturava’ di più? Questo lo dice anche il chirurgo, come abbiamo visto nelle telefonate sopra citate: lui aveva molti pazienti. Significa che il dottor Brega Massone indicava in cartella clinica DRG non congrui e quindi – in complicità, nel caso, con la direzione sanitaria della clinica, che è responsabile dei codici di rimborso che invia alla Regione – truffava lo Stato? Eppure la procura non aveva individuato alcuna anomalia statistica.
Anche queste intercettazioni telefoniche, definite “veramente straordinarie sotto il profilo probatorio” (9), non sembrano esserlo se lette nella loro completezza.

Vi è poi un’ulteriore questione. Il dottor Brega Massone è stato accusato di inquinamento processuale e probatorio, e anche questo aspetto è portato a supporto del reato di lesione con dolo: egli preparava la propria difesa ben conscio di quella che sarebbe stata l’accusa, quando ancora non poteva esserne a conoscenza.
Il pm Pradella cita una telefonata del 25 febbraio 2008 tra il chirurgo e una paziente, che lo chiama per avvisarlo che la Guardia di Finanza l’ha convocata. Il dottor Brega “non esita a dire: «Va bè, lei dica che c’era un nodulo, cioè quindi l’indicazione era quella che ci ha posto il dottore e basta e che l’intervento è andato bene»” (10). In questo il pm legge l’inquinamento processuale. Ma se andiamo a vedere l’intera telefonata, la conversazione ha un seguito. L’interlocutrice afferma: “Noi portiamo tutto, portiamo tutte le varie cose…” “Esatto. Perché lui [il paziente, n.d.a.] ha fatto più interventi, anche cardiologici” risponde Brega Massone; “Certo. Noi portiamo sia la cartella clinica dell’intervento al polmone che tutta l’altra documentazione”.
E prosegue: “Poi le sapremo dire” e il medico risponde: “No, certo. Sono molto curioso. Mi faccia sapere, signora”.

Ora: oltre a non essere evidente alcuna forzatura o pressione, nel corso della telefonata, da parte del dottor Brega Massone, la tranquillità con cui il medico dice alla paziente di non sapere perché è stata convocata dalla Guardia di finanza (“Mah, guardi, io non ne ho la minima idea, nel senso che, sa, tutto è possibile”) e la conferma di portare semplicemente con sé tutte le cartelle
cliniche, non sembrano poter prestare il fianco a un’ipotesi di inquinamento processuale.

La questione dell’inquinamento probatorio della documentazione degli esami radiografici (RX, TAC) è presente anche nella sentenza, dove si legge che in una telefonata del 30 settembre 2007 con il dottor Fabio Presicci, Brega Massone afferma: “Nascondiamo la lastra di S., e teniamola noi… purtroppo bisogna fare così con tutti… bisogna mettere via tutte delle belle prove di dove hanno sbagliato le TAC”.
Nel corso dell’interrogatorio del 10 giugno 2008, il giorno successivo all’arresto, il giudice per le indagini preliminari chiede spiegazione al chirurgo di tale frase. Il medico chiarisce che con quel ‘nascondiamo’ intendeva ‘teniamo’, perché quello e altri esami radiografici dimostravano la correttezza del suo operato, a differenza dei referti del radiologo non sempre esatti (11). Fermamente convinto di essere vittima di un complotto e, come Josef K, all’oscuro dell’accusa che gli viene mossa, il dottor Brega Massone si prepara a difendersi su tutta la linea; e si muove come a mosca cieca.

Dichiara in aula, rispondendo alle domande del pm Pradella: “La mia preoccupazione nasce chiaramente da quella che è stata diciamo l’azione Asl [un’inchiesta in corso a settembre 2007 su otto casi che il dottor Brega Massone avrebbe operato senza rispettare l’osservanza dei protocolli previsti per la prevenzione, la diagnosi e la terapia della TBC, n.d.a.] è evidente che io penso di avere una testa per ragionare, quindi se viene fatta un’azione su una divisione di chirurgia toracica, viene detto che sono stati [operati dei pazienti che non dovevano essere operati perché] […] si sarebbe potuti arrivare con una diagnosi meno invasiva” e se “era stata fatta già su 6 cartelle, che io ritengo assolutamente giuste, un’ipotesi di quel tipo […] potevano farla su altro”, ossia su altre cartelle, quelle sequestrate dalla procura.

E così via, scorrendo pagina dopo pagina tutte le intercettazioni e confrontandole con l’uso che ne è stato fatto nel processo, l’impressione di trovarsi di fronte a una forzatura interpretativa, rimane. Purtroppo, per ovvie ragioni di spazio non è qui possibile riportare e analizzare 168 telefonate e 14 sms (nel libro vi è dedicato un intero capitolo, con approfondimento delle varie telefonate coinvolte nel processo). È inevitabile finire per soffermarsi solo su quelle che i magistrati, inquirenti e giudicanti, hanno ritenuto più significative, le stesse riportate dalla stampa al momento dello scoppio dello scandalo.
Accanto alle consulenze medico-scientifiche, le intercettazioni telefoniche sono state la colonna portante della tesi dell’accusa e della successiva sentenza di condanna nei confronti del dottor Pier Paolo Brega Massone. Eppure, dalla lettura delle 1.862 pagine ci si separa con un dubbio: se questo fiume di parole intercettate abbia davvero valenza probatoria.

 

Giovanna Cracco

 

(1) Atti del processo di primo grado, Procedimento penale n. 12570/08 R.G., udienza del 13 aprile 2010
(2) Atti del processo di primo grado, Procedimento penale n. 12570/08 R.G., arringa conclusiva del pm Grazia Pradella, udienza del 27 aprile 2010
(3) Ibidem
(4) Atti del processo di primo grado, Procedimento penale n. 12570/08 R.G., arringa conclusiva del pm Tiziana Siciliano, udienza del 13 aprile 2010
(5) Atti del processo di primo grado, Procedimento penale n. 12570/08 R.G., arringa conclusiva del pm Grazia Pradella, udienza del 27 aprile 2010
(6) Sentenza del Tribunale di Milano, IV sezione penale, n. 11584 del 28/10/2010
(7) Ibidem
(8) Ibidem
(9) Atti del processo di primo grado, Procedimento penale n. 12570/08 R.G., arringa conclusiva del pm Tiziana Siciliano, udienza del 13 aprile 2010
(10) Atti del processo di primo grado, Procedimento penale n. 12570/08 R.G., arringa conclusiva del pm Grazia Pradella, udienza del 27 aprile 2010
(11) Per quanto attiene all’aspetto medico-scientifico del processo, cfr. Lesioni da consulenza colposa, Giovanna Baer, Paginauno n. 25/2011

 

Leggi online le 3 parti del Dossiers o scarica il PDF completo

Lesioni da consulenza colposa, Giovanna Baer

Dalle intercettazioni alla diagnosi di mostro, Giovanna Cracco

Il giornalismo degli orrori, Walter G. Pozzi

 

Leggi la controcronaca del processo di Appello
al chirurgo Brega Massone

 

 

 

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