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febbraio - marzo 2012
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Inchiesta |
| Decreti sicurezza: lo Stato
si prepara al conflitto sociale di Giovanna Cracco |
| Nascoste
tra le norme anti-immigrati, le nuove leggi per reprimere il conflitto
sociale generato dalla crisi economica |
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Nel marzo scorso l’amministrazione di Bologna è nuovamente al centro di un’accesa polemica. Per promuovere un seminario organizzato dal Comune stesso e dalla Casa delle donne sul tema della violenza di genere, l’assessore alla Scuola e alle Politiche delle differenze, Milli Virgilio, allega alla mail di invito l’immagine di una locandina originale del Ventennio: vi si ritrae un uomo di colore – con volto dai tratti scimmieschi, mani artigliate e cappellaccio a penzoloni sulle spalle che fa tanto ‘campi di cotone’ – che aggredisce una donna dal viso sfigurato per lo sforzo di sfuggire alla presa violenta; sotto, a caratteri cubitali, la parola “difendila!” e ancora: “Potrebbe essere tua madre, tua moglie, tua sorella, tua figlia”. A parte l’emblematica scelta di una locandina dell’epoca fascista, a parte il becero approccio maschilista – che se poteva essere ‘normale’ nel Ventennio oggi avvilisce, mostrando quanta poca strada sia stata fatta verso una parità di genere perlomeno concettuale (l’esortazione è evidentemente rivolta al ‘maschio’ e la donna, la cui identità esiste solo legata a un ruolo – è madre o moglie o sorella o figlia – può al massimo aspirare alla protezione dell’uomo, non difendersi da sola) – ciò che più sconcerta è l’immagine che il manifesto rimanda dello straniero: selvaggio, violento, stupratore. In linea, tuttavia, con la massiccia campagna mediatica anti-immigrati che ormai da più di un anno riempie le pagine della stampa, i telegiornali e le trasmissioni televisive. E che a scegliere una simile locandina sia una giunta locale a maggioranza Pd rivela, se mai ci fossero ancora dubbi, quanto l’approccio xenofobo e razzista non appartenga più all’ideologia di destra ma sia divenuto politicamente trasversale. Una campagna mediatica tesa a creare un’opinione
pubblica che sostiene e avalla i vari decreti sicurezza, una campagna
di marketing perfettamente riuscita, possiamo concludere oggi: gli
italiani chiedono a gran voce leggi più severe e certezza della
pena, un nuovo codice penale che sbatta i ‘criminali’
in carcere e butti via la chiave. Quando, dopo le ultime elezioni, la sinistra si ritrovò estromessa dal Parlamento, l’immediata reazione dei vincitori – e dei vinti del Pd – fu contraddittoria: soddisfazione per essersi tolti di torno un problema, e preoccupazione per la paura che, lontana dai giochi di potere e non avendo quindi nulla da perdere, la sinistra potesse tornare in piazza e guidare la protesta civile che la crisi economica avrebbe potuto far nascere. Timori ben presto rientrati, rassicurati dalla totale inconcludenza di Rifondazione comunista e compagni che dopo essersi leccati le ferite han subito preso a guardarsi l’ombelico, a litigare fra loro, a preoccuparsi di superare almeno la soglia di sbarramento delle elezioni europee per non perdere anche quei fondi pubblici. Stessa preoccupazione è nata nei confronti della Cgil, che il padronato e il governo da una parte cercano di isolare e dall’altra si tengono ben stretta, quale unica forza in grado di contenere e convogliare gli umori di piazza dentro confini moderati, attendisti, controllabili. Ma non si può fare affidamento solo sulla capacità del maggiore sindacato di essere ancora la cinghia di trasmissione tra il capitale e la forza lavoro, anche perché in periodi di crisi il primo non è disposto a concedere nulla alla seconda; al contrario, mira a sfruttarla maggiormente, proprio per ricavare dal taglio del costo della manodopera la redditività perduta. Mentre la politica, con il suo apparato legislativo, si occupa di reprimere le possibili conseguenti proteste. I primi a essere colpiti dalla crisi economica sono stati gli immigrati; e all’alba della recessione, è esplosa la politica del pugno di ferro. Una florida economia capitalistica – se mai possiamo definire florida l’economia italiana prima del crollo finanziario iniziato con i subprime – necessita di manodopera a basso costo da sfruttare nell’industria manifatturiera: quei clandestini che la Bossi-Fini contribuiva a far rimanere tali. L’avvento della crisi li ha resi non più necessari. Tuttavia i flussi migratori non si possono arrestare a comando, ancora meno nel corso di una recessione mondiale. Uomini e donne ora ‘superflui’ al sistema produttivo, da rimandare indietro nella miseria e nelle guerre da cui sono venuti; nel frattempo, da rinchiudere in un carcere per il solo atto di aver toccato il suolo nazionale, senza un foglio di carta che lo permettesse, e lì trattenerli, visto che appioppargli semplicemente un foglio di via non basta a liberarsene. Ecco allora la messa in opera di quella sapiente e graduale campagna mediatica di cui la locandina razzista di Bologna è solo un tassello: prima è stato puntato il fuoco sui reati minori commessi dagli stranieri – furti, spaccio di droga – poi si è alzato il tiro criminalizzando un intero popolo – i ‘romeni’ dell’omicidio Reggiani e i ‘rom’ degli stupri di Primavalle e della Caffarella. Cotti a fuoco lento, assimilato il nuovo archetipo dell’immigrato-criminale, gli italiani sono oggi pronti per accettare il prolungamento della reclusione in un Cie fino a sei mesi – proposto già nel dl 11/2009 – e la creazione del reato d’immigrazione clandestina, contenuto nel ddl 733/2009. Decreti legge e disegni di legge, i due citati e
il dl 92/2008, che cavalcando sapientemente la rabbia e l’indignazione
pubblica scatenate dai fatti di cronaca hanno funzionato anche da
perfetto cavallo di Troia per inserire, tra una norma anti-immigrati
e l’altra, ben altri articoli. Quando si dice due piccioni con
una fava. Perché se i lavoratori italiani appaiono affetti
da cecità, razzismo, nazionalismo, le classi dirigenti al contrario
ci vedono benissimo e gli ‘ismi’ sanno come ben manovrarli
per i propri interessi. Alemanno già ha mostrato a Roma che cosa ritiene minaccioso per la sicurezza urbana, firmando il 10 marzo il Protocollo per la disciplina delle manifestazioni e, appena qualche giorno dopo, consentendo alla polizia di impedire a suon di manganellate agli studenti della Sapienza di uscire dall’ateneo e unirsi all’iniziativa della Cgil per la scuola, proprio in nome del nuovo regolamento sui cortei. Vero che per farlo non ha avuto bisogno della nuova autorità riconosciutagli dal dl 92; quella la utilizzerà per altro, si può supporre. La medesima dinamica ha caratterizzato il decreto
11 del febbraio 2009: chiamato anche legge anti-stupri, nato sull’onda
della rabbia per gli ultimi fatti di violenza sessuale, ne sono stati
evidenziati pubblicamente solo gli articoli che prevedono un inasprimento
delle pene per i reati di violenza sessuale, l’istituzione del
reato di stalking, il prolungamento fino a sei mesi della reclusione
in un Cie e la nascita delle ronde private. Gli ultimi due provvedimenti
hanno avuto vita dura per essere approvati in Parlamento, e sono stati
traslocati nel ddl 733. Mentre l’opinione pubblica
affamata di sicurezza pare non chiedersi se le ronde, dal vago sapore
fascista, si accontenteranno di dare la caccia solo agli immigrati,
pur decapitato anche questo decreto ha passato il vaglio delle due
Camere con il suo articolo tenuto ben lontano dalla luce dei riflettori:
i comuni, in nome della “tutela della sicurezza urbana”,
possono “utilizzare sistemi di videosorveglianza in luoghi pubblici
o aperti al pubblico” e conservare i dati raccolti per sette
giorni, “fatte salve speciali esigenze di ulteriore conservazione”.
Non più solo strade, dunque, ma spazi chiusi, anche privati;
il codice definisce ‘luogo aperto al pubblico’ quello
nel quale chiunque può accedere liberamente nel rispetto di
determinati orari (apertura/chiusura) o osservando determinate condizioni,
come il pagamento di un biglietto (un teatro, un cinema, uno scompartimento
di un treno). Questo significa che al di fuori delle nostre case,
saremo tenuti costantemente sotto controllo. Italiani, stranieri,
clandestini: tutti. Ma la proposta di legge più articolata è
la 733, meglio nota come pacchetto sicurezza. Anche di questa sono
noti solo i provvedimenti che rendono più difficoltosa la regolarizzazione
degli immigrati ‘superflui’: la tassa di 200 euro per
la richiesta di cittadinanza, il reato amministrativo d’immigrazione
clandestina punibile con un’ammenda da 5.000 a 10.000 euro,
la tassa da 80 a 200 euro per il permesso di soggiorno, il carcere
da uno a quattro anni per lo straniero che, colpito da decreto d’espulsione,
non lasci il territorio, l’istituzione di un Accordo articolato
per ‘crediti’ connesso a specifici obiettivi di integrazione
da conseguire nel periodo di validità del permesso di soggiorno
e la cui perdita integrale determina la revoca del permesso e l’espulsione
immediata. L’articolo 1 reintroduce il reato di “oltraggio a pubblico ufficiale” – già abrogato nel 1999 – e ne innalza anche la pena: reclusione fino a tre anni, quando la decaduta legge precedente ne prevedeva al massimo due. Può esserne accusato chiunque “offende l’onore e il prestigio di un pubblico ufficiale mentre compie un atto d’ufficio […]. La pena è aumentata se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato”. È evidente il carattere repressivo della norma e altrettanto chiare le circostanze nelle quali sarà più facilmente applicata: manifestazioni e scontri di piazza. Il semplice insulto torna a essere motivo di carcerazione e le ingiurie, in determinate situazioni, fioccano; anche per bocca di pacifiche madri che protestano contro la riforma Gelmini. L’articolo 7 dà disposizioni “concernenti
il reato di danneggiamento” – anche questo tipico delle
manifestazioni – e l’articolo 8 prevede il carcere da
un mese a un anno – due anni in caso di recidiva – per
il reato di “deturpamento e imbrattamento di cose altrui”:
i writers, per intenderci. Si può supporre che della norma
farà immediatamente tesoro la giunta di destra milanese che
in meno di un anno ha cancellato due volte il murales in memoria di
Davide Cesare, detto Dax, ucciso a coltellate da tre neofascisti nel
2003. Oggi, l’articolo 38 della legge 733 prevede che, in caso di “un delitto consumato o tentato con finalità di terrorismo” e qualora sussistano elementi che “consentano di ritenere che l’attività di organizzazioni, di associazioni, movimenti o gruppi favorisca la commissione dei medesimi reati, può essere disposta cautelativamente […] la sospensione di ogni attività associativa”. Qui le parole chiave sono due: ‘cautelativamente’, che altro non è che un sinonimo di quel ‘preventivo’ già incontrato, e ‘favorisca’ – non ‘commetta’, non ‘tenti’. Sembrerebbe addirittura un passo avanti rispetto al teorema Calogero: che cosa rientra, infatti, nell’azione del ‘favorire’? Favorire è diverso anche dall’istigare. Sostenere a parole una causa – per esempio il diritto di sciopero che Sacconi vuole, a conti fatti, eliminare (1) – dalle pagine di una rivista, equivale a favorire qualcuno che, in futuro, in difesa di quel diritto leso potrà decidere di compiere un reato contro lo Stato? E dunque, in via ‘cautelativa’, l’attività della rivista stessa, cioè la pubblicazione, può essere sospesa? A questa nuova norma, in un logico ragionamento,
si può collegare l’articolo 60 della stessa legge 733
che prevede, “per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire
alle leggi (tutte le leggi, dalla cacca del cane che sporca
il marciapiede all’omicidio, n.d.a.), ovvero per delitti
di apologia di reato […] in via telematica sulla rete internet,
[…] l’interruzione dell’attività indicata,
ordinando ai fornitori di connettività alla rete di utilizzare
gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine”.
Gli stessi fornitori di servizi internet divengono poliziotti della
rete, obbligati dal comma 4 dello stesso articolo a “eseguire
l’attività di filtraggio” che, “entro sessanta
giorni dalla data di pubblicazione della presente legge il ministro
dello Sviluppo economico, di concerto con i ministri dell’Interno
e per la Pubblica amministrazione e l’innovazione, individua
e definisce”. Sempre il pacchetto sicurezza contiene l’articolo 42 e l’articolo 50 che prevedono, rispettivamente, che “l’iscrizione e la richiesta di variazione anagrafica siano subordinate alla verifica, da parte dei competenti uffici comunali, delle condizioni igienico-sanitarie dell’immobile in cui il richiedente intende fissare la propria residenza, ai sensi delle vigenti norme sanitarie” e l’istituzione, presso il ministero dell’Interno, di “un apposito registro nazionale delle persone che non hanno fissa dimora”. La scusa di un controllo igenico-sanitario, che tutela il cittadino, in realtà introduce l’impossibilità ad avere la residenza per tutti coloro che, impoveriti dalla crisi economica, finiranno per abitare chissà dove e in quali condizioni. È di marzo la notizia che negli Stati Uniti nascono sempre più tendopoli: intere famiglie buttate fuori dalle case di cui non riescono più a pagare il mutuo finiscono a vivere per strada, sotto una tenda. E di certo un semplice telo sopra la testa non supera il ‘controllo igenico-sanitario ai sensi delle vigenti norme’. Non è cosa da poco: alla residenza è legata l’assistenza sociale – ammortizzatori e pensioni – e sanitaria – escluse le prestazioni di pronto soccorso, riconosciute per legge a chiunque. Un bel risparmio, per le casse dello Stato. Alla residenza è legata la possibilità di lavorare in regola; un bel risparmio, per gli imprenditori. Fino a oggi, la legge 1228 del 1954 riconosceva
a tutti i cittadini italiani, senzatetto compresi, il diritto a prendere
la residenza nel comune del domicilio o nel comune di nascita; prevedeva
addirittura l’obbligo a richiedere la residenza nel
luogo in cui si abita. A tutti questi cittadini italiani resterà
l’alternativa (!) della delinquenza per sopravvivere. A coloro
ai quali la crisi non riserverà lo spettro della povertà,
privilegiati con un lavoro e una casa, resterà l’alternativa
di scendere in piazza a protestare, e rischiare l’arresto, o
chiudersi in casa a godere della propria fortunata situazione. A coloro
che si organizzeranno in movimenti, associazioni, che useranno la
rete per denunciare questa e altre leggi, e magari ‘istigheranno
a disobbedire’ mentendo sulla residenza, e poi favoriranno la
nascita di un movimento che lotti contro tutto questo, non resterà
alternativa: saranno accusati di ‘favorire’ un reato contro
lo Stato.
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