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Inchiesta

 

Decreti sicurezza: lo Stato si prepara al conflitto sociale
di Giovanna Cracco
(Paginauno n. 13, giugno - settembre 2009)
Nascoste tra le norme anti-immigrati, le nuove leggi per reprimere il conflitto sociale generato dalla crisi economica

Il 2008/2009 può essere definito ‘il biennio dei decreti sicurezza’. Una consapevole o meno campagna mediatica ha prima puntato il fuoco sui reati minori commessi dagli stranieri – furti, spaccio di droga – e poi ha alzato il tiro criminalizzando un intero popolo – i ‘romeni’ dell’omicidio Reggiani e i ‘rom’ degli stupri di Primavalle e della Caffarella; conseguenza inevitabile, si è venuta a creare un’opinione pubblica che chiede a gran voce leggi più severe e certezza della pena, un nuovo codice penale che sbatta i ‘criminali’ in carcere e butti via la chiave.
Tuttavia, in prigione non finiranno solo, o soprattutto, gli immigrati. La politica della tolleranza zero è in realtà lo strumento attraverso il quale la classe dirigente, politica ed economica, si sta organizzando per tutelarsi da una ben altra, possibile e futura, situazione di pericolo. L’ultimo rapporto dell’Ocse reso pubblico nel marzo scorso, prevede che a fine 2009 la disoccupazione nei trenta ricchi Paesi membri supererà il 10%: quello che il potere teme sono i conflitti sociali.

Così, del decreto legge 92 del maggio 2008, emanato approfittando dell’emotività scatenata dall’ennesimo incidente automobilistico mortale – il caso Vernarelli, due ragazze uccise – il cittadino ha applaudito all’istituzione di pene più severe per chi si rende colpevole di incidenti stradali, è rimasto indifferente alla nuova norma che prevede il carcere per chi affitta appartamenti a immigrati clandestini, e non ha riflettuto sulla nascita della figura del sindaco-sceriffo, al quale è ora consentito di emanare “provvedimenti contingibili e urgenti al fine di prevenire e di eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana”; dove ‘prevenire’ è la parola chiave. La norma ‘in prevenzione’ non necessita, per essere emanata, di alcuna situazione pericolosa; essa si muove nel campo dell’aleatorio e dunque è, in potenza, un meccanismo repressivo quasi assoluto. Fino a oggi, comportamenti minacciosi per l’incolumità pubblica sono stati ritenuti la prostituzione (il 16% dei provvedimenti emessi), la somministrazione e il consumo di bevande alcoliche (il 13,6%), il vandalismo (il 10%) e l’accattonaggio (l’8,4%); domani, che cosa sarà ritenuto ‘pericoloso’ da un sindaco divenuto “ufficiale del Governo” e a cui sono state attribuite “funzioni di competenza statale”?
Alemanno già ha mostrato a Roma che cosa ritiene minaccioso per la sicurezza urbana, firmando il 10 marzo 2009 il Protocollo per la disciplina delle manifestazioni e, appena qualche giorno dopo, consentendo alla polizia di impedire a suon di manganellate agli studenti della Sapienza di uscire dall’ateneo e unirsi all’iniziativa della Cgil per la scuola, proprio in nome del nuovo regolamento sui cortei.

La medesima dinamica ha caratterizzato il decreto 11 del febbraio 2009: chiamato anche legge anti-stupri, nato sull’onda della rabbia per gli ultimi fatti di violenza sessuale, ne sono stati evidenziati pubblicamente solo gli articoli che prevedono un inasprimento delle pene per i reati di violenza sessuale, l’istituzione del reato di stalking, il prolungamento fino a sei mesi della reclusione in un Cie e la nascita delle ronde private. Gli ultimi due provvedimenti hanno avuto vita dura per essere approvati in Parlamento, e sono stati traslocati nel ddl 733, ma pur decapitato anche questo decreto ha passato il vaglio delle due Camere con il suo articolo tenuto ben lontano dalla luce dei riflettori: i comuni, in nome della “tutela della sicurezza urbana”, possono “utilizzare sistemi di videosorveglianza in luoghi pubblici o aperti al pubblico” e conservare i dati raccolti per sette giorni, “fatte salve speciali esigenze di ulteriore conservazione”. Non più solo strade, dunque, ma spazi chiusi, anche privati; il codice definisce ‘luogo aperto al pubblico’ quello nel quale chiunque può accedere liberamente nel rispetto di determinati orari (apertura/chiusura) o osservando determinate condizioni, come il pagamento di un biglietto (un teatro, un cinema, uno scompartimento di un treno). Questo significa che al di fuori delle nostre case, saremo tenuti costantemente sotto controllo. Italiani, stranieri, clandestini: tutti.
E significa anche che i dati video raccolti dal Comune, fino a oggi a bassa definizione perché utilizzabili al solo scopo di controllo del traffico e come deterrente contro gli atti vandalici – mai per attività di indagine e di tutela della sicurezza – avranno ora le medesime caratteristiche tecniche e le stesse finalità di quelli in uso da polizia e carabinieri.

Ma la proposta di legge più articolata è la 733, meglio nota come ‘pacchetto sicurezza’. Anche di questa sono noti solo i provvedimenti che rendono più difficoltosa la regolarizzazione degli immigrati (la tassa di 200 euro per la richiesta di cittadinanza, il reato amministrativo d’immigrazione clandestina punibile con un’ammenda da 5.000 a 10.000 euro, la tassa da 80 a 200 euro per il permesso di soggiorno, il carcere da uno a quattro anni per lo straniero che, colpito da decreto d’espulsione, non lasci il territorio ecc.) e coperti da una colposa indifferenza dei media sono rimasti gli altri articoli della legge, dal preoccupante sapore cautelativo contro la futura piazza e miranti a creare nuove figure di ‘criminali’ autoctoni.

L’articolo 1 reintroduce il reato di “oltraggio a pubblico ufficiale” – già abrogato nel 1999 – e ne innalza anche la pena: reclusione fino a tre anni, quando la decaduta legge precedente ne prevedeva al massimo due. Può esserne accusato chiunque “offende l’onore e il prestigio di un pubblico ufficiale mentre compie un atto d’ufficio […]. La pena è aumentata se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato”.
E così il semplice insulto torna a essere motivo di carcerazione e le ingiurie, in determinate situazioni, fioccano.

L’articolo 38 richiama pericolosamente in causa il decreto legge 625/1979 poi divenuto legge 15/1980, che tanto utile fu alla costruzione priva di prove del teorema Calogero nel processo del 7 aprile ai ‘cattivi maestri’; occorre fare un passo indietro, per meglio comprendere.
La tesi dell’accusa, che permise di tenere reclusi gli imputati per più di quattro anni in regime di carcerazione preventiva – vale la pena ricordare che il teorema Calogero non superò i tre gradi di giudizio – poggiava su concetti come “il concorso morale”, “l’essere in procinto di”, “il fine terroristico al di là dello scopo immediatamente perseguito” e accusava tutti gli indagati di “reati associativi”, sulla base del pregiudizio di esistenza di un’unica “organizzazione”, attribuendo a ogni singolo tutti i crimini contestati oggetto del procedimento anche quando, circostanze logistiche oggettive, rendevano impossibile la personale presenza dell’indagato e quindi la sua partecipazione al fatto specifico.
Oggi, l’articolo 38 del disegno di legge 733 prevede che, in caso di “un delitto consumato o tentato con finalità di terrorismo” e qualora sussistano elementi che “consentano di ritenere che l’attività di organizzazioni, di associazioni, movimenti o gruppi favorisca la commissione dei medesimi reati, può essere disposta cautelativamente […] la sospensione di ogni attività associativa”.

Qui le parole chiave sono due: ‘cautelativamente’, che altro non è che un sinonimo di quel ‘preventivo’ già incontrato con il sindaco-sceriffo, e ‘favorisca’ – non ‘commetta’, non ‘tenti’. Sembrerebbe addirittura un passo avanti rispetto al teorema Calogero: che cosa rientra, infatti, nell’azione del ‘favorire’? Favorire è diverso anche dall’istigare. Sostenere a parole una causa – per esempio il diritto di sciopero che Sacconi vuole, a conti fatti, eliminare (1) – dalle pagine di una rivista, equivale a favorire qualcuno che, in futuro, in difesa di quel diritto leso potrà decidere di compiere un reato contro lo Stato? E dunque, in via ‘cautelativa’, l’attività della rivista stessa, cioè la pubblicazione, può essere sospesa?

A questa nuova norma, in un logico ragionamento, si può collegare l’articolo 60 dello stesso disegno di legge 733 che prevede, “per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi (tutte le leggi, n.d.a.), ovvero per delitti di apologia di reato […] in via telematica sulla rete internet, […] l’interruzione dell’attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla rete di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine”. Gli stessi fornitori di servizi internet divengono quindi poliziotti della rete, obbligati dal comma 4 dello stesso articolo a “eseguire l’attività di filtraggio” entro 24 ore dalla disposizione del ministero dell'Interno, pena una sanzione amministrativa che va da 50.000 euro a 250.000 euro.

Insomma: a coloro ai quali la crisi riserverà lo spettro della povertà, privilegiati con un lavoro e una casa o disperati senza futuro, resterà l’alternativa di scendere in piazza a protestare, e rischiare l’arresto se scappa un insulto, o chiudersi in casa; a coloro che si organizzeranno in movimenti, associazioni, che useranno la rete per denunciare questa e altre leggi, e magari ‘istigheranno a disobbedire’ a qualcuna, e poi favoriranno la nascita di un movimento che lotti contro tutto questo, sembra non resterà alternativa: saranno accusati di ‘favorire’ un reato contro lo Stato?

Giovanna Cracco


(1) Libertà del lavoro... o dei lavoratori?, Erika Gramaglia, PaginaUno n. 13/2009

 

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