È uscito il numero 51
febbraio - marzo 2017

 


La rivista
tutti i numeri
ordina numero
abbonamenti
Contenuti
analisi politica
inchieste
dura lex...
percorsi storici
interviste
critica letteraria
recensioni libri
segnalazioni libri
spunti letterari
racconti
musica
cinema
arte
autori
Contenuti per tema
Europa
NO Expo
privatizzazioni
la sinistra in Italia
la nuova destra in Europa
lavoro e conflitto sociale
politica dell'immigrazione
rapporto cultura, informazione e potere
scontro politica e magistratura
osservatorio sulla mafia
economia criminale
rapporto Stato e Chiesa
politica medioriente
Il progetto Paginauno

la scuola
corsi di giornalismo d'inchiesta, scrittura
creativa e FilmMaking

Comunicazione
newsletter
la stampa
link
contatti
area riservata

 

Pagine contro la tortura

 

 

E se il mostro fosse innocente?
Controcronaca del processo
al chirurgo Brega Massone
e alla clinica Santa Rita

 

 

 

Davide Steccanella
Le indomabili
saggistica

 

Liam O'Flaherty
Il cecchino
Il Bosco di Latte

 

Frank O'Connor
Ospiti della nazione
Il Bosco di Latte

 

Sabrina Campolongo
Ciò che non siamo
narrativa

 

Paul Dietschy
Storia del calcio
saggistica

 

Giuseppe Ciarallo
Le spade
non bastano mai
narrativa

 

Carmine Mezzacappa
Cinema e
terrorismo
saggistica

 

Massimo Vaggi
Gli apostoli
del ciabattino
narrativa

 

Walter G. Pozzi
Carte scoperte
narrativa

 

William McIlvanney
Il regalo
di Nessus
narrativa

 

William McIlvanney
Docherty
narrativa

 

Fulvio Capezzuoli
Nel nome
della donna
narrativa

 

Matteo Luca Andriola
La Nuova destra
in Europa
libro inchiesta

 

Davide Corbetta
La mela marcia
narrativa

 

Honoré de Balzac
Un tenebroso affare
narrativa

 

Anna Teresa Iaccheo
Alla cerca della Verità
filosofia

 

Massimo Battisaldo
Paolo Margini

Decennio rosso
narrativa

 

Massimo Vaggi
Sarajevo
novantadue
narrativa

 

Elvia Grazi
Antonio Prade
Senza ragione
narrativa

 

Giovanna Baer
Giovanna Cracco
E se il mostro
fosse innocente?
libro inchiesta

 

John Wainwright
Stato di fermo
narrativa

 

Giuseppe Ciarallo
DanteSka
satira politica

 

Walter G. Pozzi
Altri destini
narrativa

 

Davide Pinardi
Narrare
critica letteraria

 

 

 

Creative Commons License
Il contenuto di questo sito

coperto da
Licenza Creative Commons

 

Inchiesta

 

Debito pubblico, fra tangenti e privatizzazioni
di Giovanna Cracco
28 ottobre 2009
Dal capitalismo da espansione del debito pubblico alle privatizzazioni, dagli anni Ottanta all'Alitalia

Brutta malattia politica la schizofrenia. Dopo aver già preso le distanze in luglio dalla ‘svendita’ di Alitalia, oggi Tremonti si fa paladino del ‘partito del rigore’ dei conti pubblici. Come se lui non c’entrasse nulla col Tremonti che era ministro del Tesoro all’epoca dei ‘capitani coraggiosi’ in nome dell’italianità.
Per quanto la privatizzazione fosse nell'aria da tempo: se n’era ampiamente occupato il governo Prodi trovando un acquirente in Air France. È stata la caduta della legislatura a scompaginare le carte: davanti a Berlusconi, che nell’attesa di sedersi sugli scranni del governo tuonava: “Il nostro Paese non dovrebbe privarsi di una compagnia di bandiera. Alitalia deve restare italiana!”, Air France ha colto al volo le inevitabili prime schermaglie con i sindacati per ritirare l’offerta e tornarsene, ben contenta, in più tranquilli lidi. La penisola a stivale non è uno Stato in cui possa approdare il libero mercato, lo avevano già compreso gli spagnoli di Abertis con le autostrade. Strada asfaltata dunque per i capitani coraggiosi, che con spirito intrepido e patriottico hanno fondato la Cai e sono corsi in aiuto alla compagnia di bandiera nazionale.

L’affaire Alitalia è stato l’ennesimo paradosso, una privatizzazione che ha aumentato il debito pubblico anziché diminuirlo; ma i paradossi non sono mancati nella storia del debito italiano dagli anni Ottanta in poi, per quanto nemmeno i migliori padri politici delle privatizzazioni targate anni Novanta hanno mai osato separare l’attivo dal passivo: stornare i debiti – stimati, per Alitalia, in almeno 2,8 miliardi di euro – e vendere a pezzi il capitale. Ai cittadini italiani la ‘bad company’, ai capitani coraggiosi i profitti della ‘good company’.

In realtà non era preoccupazione dell’attuale classe politica, come non lo è stato per quella che si è succeduta alla guida del Paese dagli anni Ottanta in poi, il fatto che l’azienda Italia non godesse di così buona salute da potersi permettere l’accollo di ulteriore passivo: il 2007 si era chiuso con un debito statale pari al 104% in rapporto al Pil e un deficit all’1,9%. Parametri che già allora, prima dell’esplosione della crisi economica, non avevano eguali negli altri Paesi europei: i dati Eurostat dichiaravano, nella zona euro, un rapporto debito/Pil del 66,3% e un deficit allo 0,6%. D’altra parte, nessun Paese europeo ha conosciuto la collusione criminale tra politica ed economia che è stata la colonna portante del capitalismo italiano, al punto da poter essere connotato come ‘capitalismo da espansione del debito pubblico’.

Nel 1946, il debito dello Stato è pari al 32% del Pil. Fino al 1970 si mantiene nella forbice tra il 27% e il 34%, complice il boom economico, che fa lievitare il Pil, e un welfare ai suoi primi passi. Negli anni Settanta il rapporto debito/Pil cresce dai 2 fino ai 7 punti percentuali all’anno, arrivando nel 1980 a essere il 62%: sono anni di crisi economica, la produzione rallenta ma, soprattutto, lo Stato italiano diventa anche uno Stato sociale.
Nel 1994, il debito pubblico corrisponde al 121,80% del Pil, per un valore nominale di 1.069.415 milioni di euro (1). La classe politica italiana sembrerebbe essere stata preda, per quattordici anni, di un delirio da spese per infrastrutture e Stato sociale, fino a perdere di vista le più elementari regole alle quali anche un bilancio statale deve sottostare: attivo/passivo, entrate/uscite. Una élite politica incompetente, è il minimo che si potrebbe dire, nel caso le si volesse riconoscere l’attenuante dell’affezione verso i propri cittadini, per i quali ha voluto costruire il paese di Bengodi.
Nulla di tutto questo, ovviamente. Quel 121,80% è figlio di quella collusione criminale che si rivela solo nel 1992 con Tangentopoli.

Le cifre sono note: il giro d’affari annuale della corruzione può essere valutato intorno ai 5.000 milioni di euro e genera un debito pubblico pari a 130.000 milioni di euro, al quale sono da sommare i relativi interessi sui titoli emessi, quantificabili in 13.000 milioni di euro l’anno (2). Le opere pubbliche date in appalto e portate a compimento costano in media il doppio, spesso il triplo, a volte il quadruplo, di quanto altri Stati europei stanziano per opere simili – un esempio per tutti, 96 milioni di euro al chilometro per la linea tre della metropolitana milanese, 23 milioni di euro per quella di Amburgo; quel doppio, quel triplo, quel quadruplo si trasformano non solo in tangenti ma anche in enormi profitti per le imprese complici della corruzione – fondi neri ed evasione fiscale compresi – e, dall’altra parte, in debito pubblico per i cittadini. Le opere che restano cattedrali nel deserto incomplete e infestate da erbacce costano e basta, senza nemmeno portare funzionalità ai cittadini.
Nulla di più lontano dal paese di Bengodi. Al contrario, un capillare sistema criminale finanziato con l’espansione del debito pubblico, attraverso l’immissione sul mercato di titoli di Stato: enormi quantità di titoli al portatore, Bot e Cct – utilizzati anche per ripulire il denaro della corruzione – sono andate a ingrassare conti esteri personali, casse di partito e i profitti in nero di un capitalismo oligopolista e protetto.

Tuttavia l’innalzamento del debito pubblico non è stato l’unico conto che il cittadino si è ritrovato a dover pagare a tale collusione mafiosa. La mancanza di concorrenza, inevitabile risvolto di un sistema corrotto, ha fatto venire meno una delle regole fondamentali del capitalismo stesso: la necessità dell’innovazione del processo produttivo per restare competitivi su un mercato ormai in persistente crisi economica. Da questo derivano i tassi di crescita vicini allo zero ai quali l’Italia è da anni abituata. Un mancato investimento che ha presentato il conto all’avvento della globalizzazione, quando imprese straniere hanno iniziato a penetrare il mercato nazionale, costringendo la politica a manovre di salvataggio come quella dell’operazione Alitalia o al rifiuto del Pacchetto clima europeo: in entrambi i casi, seppur con modalità differenti, l’obiettivo è salvare i capitani coraggiosi dalle regole competitive del libero mercato.
A ben guardare, la classe dirigente un proprio Eldorado l’aveva dunque costruito, ma un simile bilancio pubblico da bancarotta era insostenibile nel lungo periodo. Ben più di Mani Pulite, infatti, è stata la necessità di entrare nell’area dell’euro a chiudere la fase del capitalismo da espansione del debito pubblico.
Il 16 settembre 1992 il crollo della lira la costringe a uscire dal Sistema monetario europeo. I parametri stabiliti dal Trattato di Maastricht, 60% il rapporto debito/Pil, 3% il deficit, sono lontanissimi: 118% il primo, 11% il secondo. Dall’Inghilterra thatcheriana e dall’oltreoceano reaganiano spira il nuovo vento del neoliberismo, ‘meno Stato più mercato’, e la parola magica e salvifica diventa ‘privatizzare’; vendere!
La classe dirigente non si fa prendere dal panico, e anche in tale mutato contesto economico e operativo riesce a trovare il modo per fare cassa. Titolari del conto da pagare, neanche a dirlo, sono ancora i cittadini i quali, anziché vedersi liberare dal fardello del debito pubblico, se lo ritrovano alleggerito di tali pochi grammi che tutt’oggi camminano curvi sotto il suo peso.

Con la legge n. 432 del 27 ottobre 1993 viene istituito il Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato, nel quale andranno a confluire le entrate generate dalle privatizzazioni; tali entrate dovranno interamente essere utilizzate per ridurre l’enorme debito pubblico, attraverso il riacquisto di titoli di Stato sul mercato e il rimborso di quelli in scadenza, senza un’equivalente riemissione. Dal 1° gennaio 1994 al 31 dicembre 2006 le privatizzazioni portano nelle casse dello Stato 94.533 milioni di euro (3). La cifra generata dal sistema delle tangenti, come sopra riportato, era stata di 312.000 milioni di euro, calcolando anche gli interessi per gli anni dal 1980 al 1994. Certo l’ammontare del passivo era tale che, se fosse stato possibile venderli, nemmeno la messa all’asta delle Alpi e di tutto il mare che ci circonda l’avrebbe forse ripianato, tuttavia i valori di vendita attribuiti alle società pubbliche ricordano, più che un contratto paritario tra due parti tra loro contrapposte, una banda criminale che si spartisce l’ennesimo bottino. Mentre riflette sul modo di accumularne dell’altro.

Dopo aver venduto, totalmente o in parte (4), l’Imi, l’Ina, la Seat, le Poste, l’Ente tabacchi, la Telecom, le grandi banche – San Paolo di Torino, Banco di Napoli, BNL, Mediocredito Centrale – le imprese facenti capo all’Iri – Finmeccanica, Fincantieri, Fintecna, Iritecna ecc. – è infatti la volta dell’energia e dei trasporti: monopoli pubblici che diventano privati, tariffe che lievitano per i cittadini, utili che decollano per i capitani coraggiosi. Nel frattempo, fin dal 1992, la classe politica si porta avanti con il lavoro e avvia l’attacco al welfare: non restandogli ormai altro per foraggiare i profitti degli amici imprenditori, faccendieri, banchieri, professionisti (più o meno in cordata), giunge anche l’ora della privatizzazione delle pensioni, della scuola, della sanità. È dello Stato sociale la colpa dell’eccessivo debito italiano!, si leva in un sol coro la voce politica. Uno Stato sociale indulgente, dalla manica larga, che culla nell’inedia i propri cittadini e che non ha eguali negli altri Paesi europei!

Eppure, in un paradosso che svela contemporaneamente la colpevole cognizione di causa, l’arrogante certezza dell’impunità politica prima che giuridica e il controllo (o compiacenza, o complicità) dei principali media, dai quali non un solo fiato si è levato in un j’accuse, è la stessa classe politica a consegnare, nelle proprie relazioni ufficiali, i dati per smascherare l’impostura di tale accalorata denuncia.
L’interessante lettura del Libro verde sulla spesa pubblica, a firma del ministro dell’Economia e delle Finanze (settembre 2007, epoca Padoa Schioppa), mostra, neppure troppo tra le righe, che ancora oggi sono gli interessi generati dal debito pubblico esploso negli anni Ottanta il maggior problema del Paese, che tale debito è figlio della corruzione, che le privatizzazioni sono state vergognose svendite e che la spesa amministrativa e sociale non si discosta dalla media europea. Vi si legge che l’Italia ha “accumulato un debito enorme, che costa in interessi circa 70 miliardi di euro l’anno […]. Proprio negli anni in cui il debito più lievitava, l’Italia ha gravemente impoverito il capitale; e oggi la crescita è lenta anche perché l’accumularsi di quel debito non è stato, purtroppo, accompagnato da un corrispettivo aumento degli investimenti in infrastrutture materiali e immateriali”. Ancora: il processo di consolidamento del debito è stato “conseguente alla firma del Trattato di Maastricht. La creazione del vincolo esterno e la convergenza dei tassi di interesse inducono a perseguire e favorire una riduzione della spesa pubblica in cinque anni (dal 1993 al 1998) di 7,6 punti di Pil. Di questi, poco meno di 5 punti sono dovuti alla riduzione della spesa per interessi e il resto al contenimento della spesa primaria”. Nel 1993, la spesa corrente primaria corrisponde al 39% del Pil, quella per interessi al 12,1%. Nel 2006 la prima è rimasta pressoché invariata (39,9%), la seconda è scesa al 4,6%. Si può supporre che anche l’istituzione del Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato abbia contribuito notevolmente a quel quasi 5% di riduzione di spesa per interessi, permettendo di non riemettere i titoli in scadenza.

Sempre la relazione riporta il dettaglio della spesa pubblica italiana rispetto a quella degli altri Paesi europei, mostrando che nel 2004 la spesa per servizi pubblici generali è in Italia il 4% del Pil (3,9% quella dell’area euro); 1,4% per la difesa (pari nell’area euro); 2% per l’ordine pubblico (1,7%); 3,9% per gli affari economici (pari nell’area euro); 0,8% per l’ambiente (0,7%); 4,6% per l’educazione (5%); 26,3% per la spesa sociale – sanità, pensioni, assistenza, ecc. – (27,9%); 4,7 per interessi (3,1%). Per un totale di 47,7% di spesa pubblica in Italia, 47,6% nell’area euro.

Non si capisce dove stia, dunque, la tanto denunciata anomalia della spesa italiana, a causa della quale è necessario correre ai ripari, pena divenire il fanalino di coda dell’Unione europea. Cosa che, peraltro, l’Italia è già, ma per ben altri motivi. Non ultimo, il regime fiscale delle rendite finanziarie: il 12,5% contro il 20-22% della media europea.
Mantenere tali aliquote di tassazione in un Paese in cui il debito pubblico supera il 100% rivela – se mai qualche dubbio dovesse ancora permanere – la natura classista di uno Stato che agisce a favore del capitale e a spese dei lavoratori, sui quali non solo il debito pubblico continua a gravare, ma (falsamente) in nome del quale si vedono anche smantellare uno Stato sociale faticosamente conquistato grazie alle lotte operaie. E c’è qualcuno che ancora crede che lo Stato sia neutrale.

 

Giovanna Cracco


(1) Conti e aggregati economici delle Amministrazioni pubbliche, relazione Istat, giugno 2008
(2) Mani pulite, Barbacetto, Gomez, Travaglio, Editori Riuniti (valori convertiti in euro)
(3) La relazione sulle privatizzazioni, ministero dell’Economia e delle Finanze dipartimento del Tesoro, maggio 2007
(4) ivi

 

Leggi anche:

Il romanzo mai scritto sugli anni Ottanta Walter G. Pozzi
Gli anni Ottanta e la corruzione: la normalità delle mazzette ricostruita da un protagonista dell’epoca

Privatizzazioni: il Sabba della finanza di Giovanna Cracco
Le falsità politiche sulle privatizzazioni smascherate dalla relazione della Corte dei Conti: dentro i numeri e gli obiettivi, la nuova linfa a quello stesso mercato finanziario che ha fatto esplodere la crisi

La Lega degli affari: il federalismo all'italiana, Giovanna Baer
Voluto e progettato al sorgere della seconda Repubblica, lungi dal fare risparmiare soldi ai contribuenti italiani il federalismo appare sempre più la formula idonea a preservare la commistione maleodorante fra affari e politica e gli interessi del capitalismo feudale delle élite economiche

La banda del buco: il fallimento della Zincar, Giovanna Baer
Come il denaro pubblico scompare in tasche private

Europa: le menzogne sul debito pubblico e la costruzione di un nuovo modello di Stato
di Giovanna Cracco
La propaganda economica smascherata dai dati Ocse, la finanza come strumento di un progetto politico

Il regime di verità del libero mercato di Giovanna Cracco
L’Europa, la Trilateral Commission e il gruppo Bilderberg
Le pressioni della Trilateral Commission e del gruppo Bilderberg sulle commissioni europee e l’invenzione del Patto di stabilità per estromettere i governi dalle scelte economiche: quando la politica, obbligata a fare i conti con il voto e il consenso popolare, è un lusso che il neoliberismo non si può più permettere

Profitti da debito pubblico di Giovanna Cracco
Operazioni speculative e mancata redistribuzione, mentre le manovre varate dai governi europei tradiscono la volontà di non voler cambiare rotta rispetto alla rivoluzione neoliberista inaugurata negli anni ’90

E ci penseranno i superstiti di Giovanna Baer, Paginauno n. 23
Enti locali e derivati finanziari, l’ombra del crack
Come e perché comuni province e regioni si sono trasformati in giocatori d’azzardo; la speculazione con i soldi pubblici e l’indebitamento con le banche

 

Leggi altri articoli sui temi:

privatizzazioni

economia criminale

Torna su