| Brutta malattia politica
la schizofrenia. Dopo aver già preso le distanze in luglio dalla
‘svendita’ di Alitalia, oggi Tremonti si fa paladino del
‘partito del rigore’ dei conti pubblici. Come se lui non
c’entrasse nulla col Tremonti che era ministro del Tesoro all’epoca
dei ‘capitani coraggiosi’ in nome dell’italianità.
Per quanto la privatizzazione fosse nell'aria da tempo: se n’era
ampiamente occupato il governo Prodi trovando un acquirente in Air France.
È stata la caduta della legislatura a scompaginare le carte:
davanti a Berlusconi, che nell’attesa di sedersi sugli scranni
del governo tuonava: “Il nostro Paese non dovrebbe privarsi di
una compagnia di bandiera. Alitalia deve restare italiana!”, Air
France ha colto al volo le inevitabili prime schermaglie con i sindacati
per ritirare l’offerta e tornarsene, ben contenta, in più
tranquilli lidi. La penisola a stivale non è uno Stato in cui
possa approdare il libero mercato, lo avevano già compreso gli
spagnoli di Abertis con le autostrade. Strada asfaltata dunque per i
capitani coraggiosi, che con spirito intrepido e patriottico hanno fondato
la Cai e sono corsi in aiuto alla compagnia di bandiera nazionale.
L’affaire Alitalia è stato l’ennesimo paradosso,
una privatizzazione che ha aumentato il debito pubblico anziché
diminuirlo; ma i paradossi non sono mancati nella storia del debito
italiano dagli anni Ottanta in poi, per quanto nemmeno i migliori padri
politici delle privatizzazioni targate anni Novanta hanno mai osato
separare l’attivo dal passivo: stornare i debiti – stimati,
per Alitalia, in almeno 2,8 miliardi di euro – e vendere a pezzi
il capitale. Ai cittadini italiani la ‘bad company’, ai
capitani coraggiosi i profitti della ‘good company’.
In realtà non era preoccupazione dell’attuale classe politica,
come non lo è stato per quella che si è succeduta alla
guida del Paese dagli anni Ottanta in poi, il fatto che l’azienda
Italia non godesse di così buona salute da potersi permettere
l’accollo di ulteriore passivo: il 2007 si era chiuso con un debito
statale pari al 104% in rapporto al Pil e un deficit all’1,9%.
Parametri che già allora, prima dell’esplosione della crisi
economica, non avevano eguali negli altri Paesi europei: i dati Eurostat
dichiaravano, nella zona euro, un rapporto debito/Pil del 66,3% e un
deficit allo 0,6%. D’altra parte, nessun Paese europeo ha conosciuto
la collusione criminale tra politica ed economia che è stata
la colonna portante del capitalismo italiano, al punto da poter essere
connotato come ‘capitalismo da espansione del debito pubblico’.
Nel 1946, il debito dello Stato è pari al 32% del Pil. Fino al
1970 si mantiene nella forbice tra il 27% e il 34%, complice il boom
economico, che fa lievitare il Pil, e un welfare ai suoi primi passi.
Negli anni Settanta il rapporto debito/Pil cresce dai 2 fino ai 7 punti
percentuali all’anno, arrivando nel 1980 a essere il 62%: sono
anni di crisi economica, la produzione rallenta ma, soprattutto, lo
Stato italiano diventa anche uno Stato sociale.
Nel 1994, il debito pubblico corrisponde al 121,80% del Pil, per un
valore nominale di 1.069.415 milioni di euro (1). La classe politica
italiana sembrerebbe essere stata preda, per quattordici anni, di un
delirio da spese per infrastrutture e Stato sociale, fino a perdere
di vista le più elementari regole alle quali anche un bilancio
statale deve sottostare: attivo/passivo, entrate/uscite. Una élite
politica incompetente, è il minimo che si potrebbe dire, nel
caso le si volesse riconoscere l’attenuante dell’affezione
verso i propri cittadini, per i quali ha voluto costruire il paese di
Bengodi.
Nulla di tutto questo, ovviamente. Quel 121,80% è figlio di quella
collusione criminale che si rivela solo nel 1992 con Tangentopoli.
Le cifre sono note: il giro d’affari annuale della corruzione
può essere valutato intorno ai 5.000 milioni di euro e genera
un debito pubblico pari a 130.000 milioni di euro, al quale sono da
sommare i relativi interessi sui titoli emessi, quantificabili in 13.000
milioni di euro l’anno (2). Le opere pubbliche date in appalto
e portate a compimento costano in media il doppio, spesso il triplo,
a volte il quadruplo, di quanto altri Stati europei stanziano per opere
simili – un esempio per tutti, 96 milioni di euro al chilometro
per la linea tre della metropolitana milanese, 23 milioni di euro per
quella di Amburgo; quel doppio, quel triplo, quel quadruplo si trasformano
non solo in tangenti ma anche in enormi profitti per le imprese complici
della corruzione – fondi neri ed evasione fiscale compresi –
e, dall’altra parte, in debito pubblico per i cittadini. Le opere
che restano cattedrali nel deserto incomplete e infestate da erbacce
costano e basta, senza nemmeno portare funzionalità ai cittadini.
Nulla di più lontano dal paese di Bengodi. Al contrario, un capillare
sistema criminale finanziato con l’espansione del debito pubblico,
attraverso l’immissione sul mercato di titoli di Stato: enormi
quantità di titoli al portatore, Bot e Cct – utilizzati
anche per ripulire il denaro della corruzione – sono andate a
ingrassare conti esteri personali, casse di partito e i profitti in
nero di un capitalismo oligopolista e protetto.
Tuttavia l’innalzamento del debito pubblico non è stato
l’unico conto che il cittadino si è ritrovato a dover pagare
a tale collusione mafiosa. La mancanza di concorrenza, inevitabile risvolto
di un sistema corrotto, ha fatto venire meno una delle regole fondamentali
del capitalismo stesso: la necessità dell’innovazione del
processo produttivo per restare competitivi su un mercato ormai in persistente
crisi economica. Da questo derivano i tassi di crescita vicini allo
zero ai quali l’Italia è da anni abituata. Un mancato investimento
che ha presentato il conto all’avvento della globalizzazione,
quando imprese straniere hanno iniziato a penetrare il mercato nazionale,
costringendo la politica a manovre di salvataggio come quella dell’operazione
Alitalia o al rifiuto del Pacchetto clima europeo: in entrambi i casi,
seppur con modalità differenti, l’obiettivo è salvare
i capitani coraggiosi dalle regole competitive del libero mercato.
A ben guardare, la classe dirigente un proprio Eldorado l’aveva
dunque costruito, ma un simile bilancio pubblico da bancarotta era insostenibile
nel lungo periodo. Ben più di Mani Pulite, infatti, è
stata la necessità di entrare nell’area dell’euro
a chiudere la fase del capitalismo da espansione del debito pubblico.
Il 16 settembre 1992 il crollo della lira la costringe a uscire dal
Sistema monetario europeo. I parametri stabiliti dal Trattato di Maastricht,
60% il rapporto debito/Pil, 3% il deficit, sono lontanissimi: 118% il
primo, 11% il secondo. Dall’Inghilterra thatcheriana e dall’oltreoceano
reaganiano spira il nuovo vento del neoliberismo, ‘meno Stato
più mercato’, e la parola magica e salvifica diventa ‘privatizzare’;
vendere!
La classe dirigente non si fa prendere dal panico, e anche in tale mutato
contesto economico e operativo riesce a trovare il modo per fare cassa.
Titolari del conto da pagare, neanche a dirlo, sono ancora i cittadini
i quali, anziché vedersi liberare dal fardello del debito pubblico,
se lo ritrovano alleggerito di tali pochi grammi che tutt’oggi
camminano curvi sotto il suo peso.
Con la legge n. 432 del 27 ottobre 1993 viene istituito il Fondo per
l’ammortamento dei titoli di Stato, nel quale andranno a confluire
le entrate generate dalle privatizzazioni; tali entrate dovranno interamente
essere utilizzate per ridurre l’enorme debito pubblico, attraverso
il riacquisto di titoli di Stato sul mercato e il rimborso di quelli
in scadenza, senza un’equivalente riemissione. Dal 1° gennaio
1994 al 31 dicembre 2006 le privatizzazioni portano nelle casse dello
Stato 94.533 milioni di euro (3). La cifra generata dal sistema delle
tangenti, come sopra riportato, era stata di 312.000 milioni di euro,
calcolando anche gli interessi per gli anni dal 1980 al 1994. Certo
l’ammontare del passivo era tale che, se fosse stato possibile
venderli, nemmeno la messa all’asta delle Alpi e di tutto il mare
che ci circonda l’avrebbe forse ripianato, tuttavia i valori di
vendita attribuiti alle società pubbliche ricordano, più
che un contratto paritario tra due parti tra loro contrapposte, una
banda criminale che si spartisce l’ennesimo bottino. Mentre riflette
sul modo di accumularne dell’altro.
Dopo aver venduto, totalmente o in parte (4), l’Imi, l’Ina,
la Seat, le Poste, l’Ente tabacchi, la Telecom, le grandi banche
– San Paolo di Torino, Banco di Napoli, BNL, Mediocredito Centrale
– le imprese facenti capo all’Iri – Finmeccanica,
Fincantieri, Fintecna, Iritecna ecc. – è infatti la volta
dell’energia e dei trasporti: monopoli pubblici che diventano
privati, tariffe che lievitano per i cittadini, utili che decollano
per i capitani coraggiosi. Nel frattempo, fin dal 1992, la classe politica
si porta avanti con il lavoro e avvia l’attacco al welfare: non
restandogli ormai altro per foraggiare i profitti degli amici imprenditori,
faccendieri, banchieri, professionisti (più o meno in cordata),
giunge anche l’ora della privatizzazione delle pensioni, della
scuola, della sanità. È dello Stato sociale la colpa dell’eccessivo
debito italiano!, si leva in un sol coro la voce politica. Uno Stato
sociale indulgente, dalla manica larga, che culla nell’inedia
i propri cittadini e che non ha eguali negli altri Paesi europei!
Eppure, in un paradosso che svela contemporaneamente la colpevole cognizione
di causa, l’arrogante certezza dell’impunità politica
prima che giuridica e il controllo (o compiacenza, o complicità)
dei principali media, dai quali non un solo fiato si è levato
in un j’accuse, è la stessa classe politica a consegnare,
nelle proprie relazioni ufficiali, i dati per smascherare l’impostura
di tale accalorata denuncia.
L’interessante lettura del Libro verde sulla spesa pubblica,
a firma del ministro dell’Economia e delle Finanze (settembre
2007, epoca Padoa Schioppa), mostra, neppure troppo tra le righe, che
ancora oggi sono gli interessi generati dal debito pubblico esploso
negli anni Ottanta il maggior problema del Paese, che tale debito è
figlio della corruzione, che le privatizzazioni sono state vergognose
svendite e che la spesa amministrativa e sociale non si discosta dalla
media europea. Vi si legge che l’Italia ha “accumulato un
debito enorme, che costa in interessi circa 70 miliardi di euro l’anno
[…]. Proprio negli anni in cui il debito più lievitava,
l’Italia ha gravemente impoverito il capitale; e oggi la crescita
è lenta anche perché l’accumularsi di quel debito
non è stato, purtroppo, accompagnato da un corrispettivo aumento
degli investimenti in infrastrutture materiali e immateriali”.
Ancora: il processo di consolidamento del debito è stato “conseguente
alla firma del Trattato di Maastricht. La creazione del vincolo esterno
e la convergenza dei tassi di interesse inducono a perseguire e favorire
una riduzione della spesa pubblica in cinque anni (dal 1993 al 1998)
di 7,6 punti di Pil. Di questi, poco meno di 5 punti sono dovuti alla
riduzione della spesa per interessi e il resto al contenimento della
spesa primaria”. Nel 1993, la spesa corrente primaria corrisponde
al 39% del Pil, quella per interessi al 12,1%. Nel 2006 la prima è
rimasta pressoché invariata (39,9%), la seconda è scesa
al 4,6%. Si può supporre che anche l’istituzione del Fondo
per l’ammortamento dei titoli di Stato abbia contribuito notevolmente
a quel quasi 5% di riduzione di spesa per interessi, permettendo di
non riemettere i titoli in scadenza.
Sempre la relazione riporta il dettaglio della spesa pubblica italiana
rispetto a quella degli altri Paesi europei, mostrando che nel 2004
la spesa per servizi pubblici generali è in Italia il 4% del
Pil (3,9% quella dell’area euro); 1,4% per la difesa (pari nell’area
euro); 2% per l’ordine pubblico (1,7%); 3,9% per gli affari economici
(pari nell’area euro); 0,8% per l’ambiente (0,7%); 4,6%
per l’educazione (5%); 26,3% per la spesa sociale – sanità,
pensioni, assistenza, ecc. – (27,9%); 4,7 per interessi (3,1%).
Per un totale di 47,7% di spesa pubblica in Italia, 47,6% nell’area
euro.
Non si capisce dove stia, dunque, la tanto denunciata anomalia della
spesa italiana, a causa della quale è necessario correre ai ripari,
pena divenire il fanalino di coda dell’Unione europea. Cosa che,
peraltro, l’Italia è già, ma per ben altri motivi.
Non ultimo, il regime fiscale delle rendite finanziarie: il 12,5% contro
il 20-22% della media europea.
Mantenere tali aliquote di tassazione in un Paese in cui il debito pubblico
supera il 100% rivela – se mai qualche dubbio dovesse ancora permanere
– la natura classista di uno Stato che agisce a favore del capitale
e a spese dei lavoratori, sui quali non solo il debito pubblico continua
a gravare, ma (falsamente) in nome del quale si vedono anche smantellare
uno Stato sociale faticosamente conquistato grazie alle lotte operaie.
E c’è qualcuno che ancora crede che lo Stato sia neutrale.
Giovanna Cracco
28 ottobre 2009
(1) Conti e aggregati economici delle Amministrazioni
pubbliche, relazione Istat, giugno 2008
(2) Mani pulite, Barbacetto, Gomez, Travaglio, Editori
Riuniti (valori convertiti in euro)
(3) La relazione sulle privatizzazioni, ministero dell’Economia
e delle Finanze dipartimento del Tesoro, maggio 2007
(4) ivi
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