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Inchiesta |
| Debito pubblico, fra tangenti
e privatizzazioni di Giovanna Cracco |
28 ottobre 2009 |
| Dal capitalismo
da espansione del debito pubblico alle privatizzazioni, dagli anni
Ottanta all'Alitalia |
|
Brutta malattia politica
la schizofrenia. Dopo aver già preso le distanze in luglio
dalla ‘svendita’ di Alitalia, oggi Tremonti si fa paladino
del ‘partito del rigore’ dei conti pubblici. Come se lui
non c’entrasse nulla col Tremonti che era ministro del Tesoro
all’epoca dei ‘capitani coraggiosi’ in nome dell’italianità. L’affaire Alitalia è stato l’ennesimo paradosso, una privatizzazione che ha aumentato il debito pubblico anziché diminuirlo; ma i paradossi non sono mancati nella storia del debito italiano dagli anni Ottanta in poi, per quanto nemmeno i migliori padri politici delle privatizzazioni targate anni Novanta hanno mai osato separare l’attivo dal passivo: stornare i debiti – stimati, per Alitalia, in almeno 2,8 miliardi di euro – e vendere a pezzi il capitale. Ai cittadini italiani la ‘bad company’, ai capitani coraggiosi i profitti della ‘good company’. In realtà non era preoccupazione dell’attuale
classe politica, come non lo è stato per quella che si è
succeduta alla guida del Paese dagli anni Ottanta in poi, il fatto
che l’azienda Italia non godesse di così buona salute
da potersi permettere l’accollo di ulteriore passivo: il 2007
si era chiuso con un debito statale pari al 104% in rapporto al Pil
e un deficit all’1,9%. Parametri che già allora, prima
dell’esplosione della crisi economica, non avevano eguali negli
altri Paesi europei: i dati Eurostat dichiaravano, nella zona euro,
un rapporto debito/Pil del 66,3% e un deficit allo 0,6%. D’altra
parte, nessun Paese europeo ha conosciuto la collusione criminale
tra politica ed economia che è stata la colonna portante del
capitalismo italiano, al punto da poter essere connotato come ‘capitalismo
da espansione del debito pubblico’. Le cifre sono note: il giro d’affari annuale
della corruzione può essere valutato intorno ai 5.000 milioni
di euro e genera un debito pubblico pari a 130.000 milioni di euro,
al quale sono da sommare i relativi interessi sui titoli emessi, quantificabili
in 13.000 milioni di euro l’anno (2). Le opere pubbliche date
in appalto e portate a compimento costano in media il doppio, spesso
il triplo, a volte il quadruplo, di quanto altri Stati europei stanziano
per opere simili – un esempio per tutti, 96 milioni di euro
al chilometro per la linea tre della metropolitana milanese, 23 milioni
di euro per quella di Amburgo; quel doppio, quel triplo, quel quadruplo
si trasformano non solo in tangenti ma anche in enormi profitti per
le imprese complici della corruzione – fondi neri ed evasione
fiscale compresi – e, dall’altra parte, in debito pubblico
per i cittadini. Le opere che restano cattedrali nel deserto incomplete
e infestate da erbacce costano e basta, senza nemmeno portare funzionalità
ai cittadini. Tuttavia l’innalzamento del debito pubblico
non è stato l’unico conto che il cittadino si è
ritrovato a dover pagare a tale collusione mafiosa. La mancanza di
concorrenza, inevitabile risvolto di un sistema corrotto, ha fatto
venire meno una delle regole fondamentali del capitalismo stesso:
la necessità dell’innovazione del processo produttivo
per restare competitivi su un mercato ormai in persistente crisi economica.
Da questo derivano i tassi di crescita vicini allo zero ai quali l’Italia
è da anni abituata. Un mancato investimento che ha presentato
il conto all’avvento della globalizzazione, quando imprese straniere
hanno iniziato a penetrare il mercato nazionale, costringendo la politica
a manovre di salvataggio come quella dell’operazione Alitalia
o al rifiuto del Pacchetto clima europeo: in entrambi i casi, seppur
con modalità differenti, l’obiettivo è salvare
i capitani coraggiosi dalle regole competitive del libero mercato. Con la legge n. 432 del 27 ottobre 1993 viene istituito il Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato, nel quale andranno a confluire le entrate generate dalle privatizzazioni; tali entrate dovranno interamente essere utilizzate per ridurre l’enorme debito pubblico, attraverso il riacquisto di titoli di Stato sul mercato e il rimborso di quelli in scadenza, senza un’equivalente riemissione. Dal 1° gennaio 1994 al 31 dicembre 2006 le privatizzazioni portano nelle casse dello Stato 94.533 milioni di euro (3). La cifra generata dal sistema delle tangenti, come sopra riportato, era stata di 312.000 milioni di euro, calcolando anche gli interessi per gli anni dal 1980 al 1994. Certo l’ammontare del passivo era tale che, se fosse stato possibile venderli, nemmeno la messa all’asta delle Alpi e di tutto il mare che ci circonda l’avrebbe forse ripianato, tuttavia i valori di vendita attribuiti alle società pubbliche ricordano, più che un contratto paritario tra due parti tra loro contrapposte, una banda criminale che si spartisce l’ennesimo bottino. Mentre riflette sul modo di accumularne dell’altro. Dopo aver venduto, totalmente o in parte (4), l’Imi, l’Ina, la Seat, le Poste, l’Ente tabacchi, la Telecom, le grandi banche – San Paolo di Torino, Banco di Napoli, BNL, Mediocredito Centrale – le imprese facenti capo all’Iri – Finmeccanica, Fincantieri, Fintecna, Iritecna ecc. – è infatti la volta dell’energia e dei trasporti: monopoli pubblici che diventano privati, tariffe che lievitano per i cittadini, utili che decollano per i capitani coraggiosi. Nel frattempo, fin dal 1992, la classe politica si porta avanti con il lavoro e avvia l’attacco al welfare: non restandogli ormai altro per foraggiare i profitti degli amici imprenditori, faccendieri, banchieri, professionisti (più o meno in cordata), giunge anche l’ora della privatizzazione delle pensioni, della scuola, della sanità. È dello Stato sociale la colpa dell’eccessivo debito italiano!, si leva in un sol coro la voce politica. Uno Stato sociale indulgente, dalla manica larga, che culla nell’inedia i propri cittadini e che non ha eguali negli altri Paesi europei! Eppure, in un paradosso che svela contemporaneamente
la colpevole cognizione di causa, l’arrogante certezza dell’impunità
politica prima che giuridica e il controllo (o compiacenza, o complicità)
dei principali media, dai quali non un solo fiato si è levato
in un j’accuse, è la stessa classe politica a consegnare,
nelle proprie relazioni ufficiali, i dati per smascherare l’impostura
di tale accalorata denuncia. Sempre la relazione riporta il dettaglio della spesa pubblica italiana rispetto a quella degli altri Paesi europei, mostrando che nel 2004 la spesa per servizi pubblici generali è in Italia il 4% del Pil (3,9% quella dell’area euro); 1,4% per la difesa (pari nell’area euro); 2% per l’ordine pubblico (1,7%); 3,9% per gli affari economici (pari nell’area euro); 0,8% per l’ambiente (0,7%); 4,6% per l’educazione (5%); 26,3% per la spesa sociale – sanità, pensioni, assistenza, ecc. – (27,9%); 4,7 per interessi (3,1%). Per un totale di 47,7% di spesa pubblica in Italia, 47,6% nell’area euro. Non si capisce dove stia, dunque, la tanto denunciata
anomalia della spesa italiana, a causa della quale è necessario
correre ai ripari, pena divenire il fanalino di coda dell’Unione
europea. Cosa che, peraltro, l’Italia è già, ma
per ben altri motivi. Non ultimo, il regime fiscale delle rendite
finanziarie: il 12,5% contro il 20-22% della media europea.
Leggi anche: La Lega degli
affari: il federalismo all'italiana, Giovanna Baer La
banda del buco: il fallimento della Zincar, Giovanna
Baer Il
regime di verità del libero mercato di
Giovanna Cracco Profitti
da debito pubblico di Giovanna Cracco E
ci penseranno i superstiti di Giovanna Baer, Paginauno
n. 23
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