| Alla fine, anche questa
volta, l’italianità è salva. Con buona pace delle
preoccupazioni del Cavaliere, che già in campagna elettorale
vi aveva fatto appello – minacciando l’avvento
di una cordata italiana quando per l’acquisto dell’Alitalia
si era proposta Air France – e con tanti auguri ai ‘capitani
coraggiosi’, che con spirito intrepido e patriottico hanno fondato
la Cai e sono corsi in aiuto alla compagnia di bandiera nazionale.
La privatizzazione era nell’aria da tempo. Se n’era ampiamente
occupato il governo Prodi trovando un acquirente, appunto, nel vettore
francese. È stata la caduta della legislatura a scompaginare
le carte: davanti a Berlusconi, che nell’attesa di sedersi sugli
scranni del governo il 15 aprile, tuonava: “Il nostro Paese non
dovrebbe privarsi di una compagnia di bandiera. Alitalia deve restare
italiana!”, Air France ha colto al volo le inevitabili prime schermaglie
con i sindacati per ritirare l’offerta e tornarsene, ben contenta,
in più tranquilli lidi. La penisola a stivale non è uno
Stato in cui possa approdare il libero mercato, lo avevano già
compreso gli spagnoli di Abertis con le autostrade.
Eppure una privatizzazione rientra a pieno titolo nell’ontologia
neoliberista, tanto acclamata anche in Italia, pur con le recenti prese
di distanza conseguenti alla crisi finanziaria esplosa negli Stati Uniti:
non è infatti mai in discussione la bontà del libero mercato,
semmai giusto la mancanza di un po’ di regole e di un briciolo
di etica. In verità, una regola, ferrea e rispettata, è
sempre esistita nel Belpaese: proprio quella dell’‘italianità’
(da difendere e salvare), che altro non è se non la struttura
stessa del capitalismo nazionale, che sussiste grazie alla protezione
politica e agli aiuti pubblici ben più che al coraggio
dei suoi ‘capitani’, all’innovazione e al rischio
d’impresa.
Ne sono testimoni tutte le privatizzazioni operate dal 1992 e l’affaire
Alitalia non fa eccezione, riuscendo tuttavia a scrivere una pagina
degna di nota nella storia del capitalismo nostrano: nemmeno i migliori
padri politici delle privatizzazioni targate anni Novanta hanno infatti
mai osato separare l’attivo dal passivo; stornare i debiti –
stimati, per Alitalia, in almeno 2,8 miliardi di euro – e vendere
a pezzi il capitale –aerei, terreni, cargo ecc. Il saldo finale
dell’operazione, che lo stesso commissario straordinario Fantozzi
prevede avrà segno negativo –conta di incassare appena
“qualche centinaio di milioni” dalla vendita dell’attivo
– andrà a incrementare il debito pubblico nazionale. Ai
cittadini italiani, dunque, la ‘bad company’; ai capitani
coraggiosi, i profitti della ‘good company’.
Non è preoccupazione dell’attuale classe politica, come
non lo è stato per quella che si è succeduta alla guida
del Paese dagli anni Ottanta in poi, il fatto che l’azienda Italia
non goda di così buona salute da potersi permettere l’accollo
di ulteriore passivo: il 2007 si è chiuso con un debito statale
pari al 104% in rapporto al Pil e un deficit all’1,9%. Parametri
che non hanno eguali negli altri Paesi europei: i dati Eurostat dichiarano,
nella zona euro, un rapporto debito/Pil del 66,3% e un deficit allo
0,6%. D’altra parte, nessun Paese europeo ha conosciuto la collusione
criminale tra politica ed economia che è stata la colonna portante
del capitalismo italiano, al punto da poter essere connotato come ‘capitalismo
da espansione del debito pubblico’.
Nel 1946, il debito dello Stato è pari al 32% del Pil. Fino al
1970 si mantiene nella forbice tra il 27% e il 34%, complice il boom
economico, che fa lievitare il Pil, e un welfare ai suoi primi passi.
Negli anni Settanta il rapporto debito/Pil cresce dai 2 fino ai 7 punti
percentuali all’anno, arrivando nel 1980 a essere il 62%: sono
anni di crisi economica, la produzione rallenta ma, soprattutto, lo
Stato italiano diventa anche uno Stato sociale.
Nel 1994, il debito pubblico corrisponde al 121,80% del Pil, per un
valore nominale di 1.069.415 milioni di euro (1). La classe politica
italiana sembrerebbe essere stata preda, per quattordici anni, di un
delirio da spese per infrastrutture e Stato sociale, fino a perdere
di vista le più elementari regole alle quali anche un bilancio
statale deve sottostare: attivo/passivo, entrate/uscite. Una élite
politica incompetente, è il minimo che si potrebbe dire, nel
caso le si volesse riconoscere l’attenuante dell’affezione
verso i propri cittadini, per i quali ha voluto costruire il paese di
Bengodi.
Nulla di tutto questo, ovviamente. Quel 121,80% è figlio di quella
collusione criminale che si rivela solo nel 1992 con Tangentopoli.
Le cifre sono note: il giro d’affari annuale della corruzione
può essere valutato intorno ai 5.000 milioni di euro e genera
un debito pubblico pari a 130.000 milioni di euro, al quale sono da
sommare i relativi interessi sui titoli emessi, quantificabili in 13.000
milioni di euro l’anno (2). Le opere pubbliche date in appalto
e portate a compimento costano in media il doppio, spesso il triplo,
a volte il quadruplo, di quanto altri Stati europei stanziano per opere
simili – un esempio per tutti, 96 milioni di euro al chilometro
per la linea tre della metropolitana milanese, 23 milioni di euro per
quella di Amburgo; quel doppio, quel triplo, quel quadruplo si trasformano
non solo in tangenti ma anche in enormi profitti per le imprese complici
della corruzione – fondi neri ed evasione fiscale compresi –
e, dall’altra parte, in debito pubblico per i cittadini. Le opere
che restano cattedrali nel deserto incomplete e infestate da erbacce
costano e basta, senza nemmeno portare funzionalità ai cittadini.
Nulla di più lontano dal paese di Bengodi. Al contrario, un capillare
sistema criminale finanziato con l’espansione del debito pubblico,
attraverso l’immissione sul mercato di titoli di Stato: enormi
quantità di titoli al portatore, Bot e Cct – utilizzati
anche per ripulire il denaro della corruzione – sono andate a
ingrassare conti esteri personali, casse di partito e i profitti in
nero di un capitalismo oligopolista e protetto.
Tuttavia l’innalzamento del debito pubblico non è stato
l’unico conto che il cittadino si è ritrovato a dover pagare
a tale collusione mafiosa. La mancanza di concorrenza, inevitabile risvolto
di un sistema corrotto, ha fatto venire meno una delle regole fondamentali
del capitalismo stesso: la necessità dell’innovazione del
processo produttivo per restare competitivi su un mercato ormai in persistente
crisi economica. Da questo derivano i tassi di crescita vicini allo
zero ai quali l’Italia è da anni abituata. Un mancato investimento
che ha presentato il conto all’avvento della globalizzazione,
quando imprese straniere hanno iniziato a penetrare il mercato nazionale,
costringendo la politica a manovre di salvataggio come quella dell’operazione
Alitalia o al rifiuto del Pacchetto clima europeo: in entrambi i casi,
seppur con modalità differenti, l’obiettivo è salvare
i capitani coraggiosi dalle regole competitive del libero mercato.
A ben guardare, la classe dirigente un proprio Eldorado l’aveva
dunque costruito, ma un simile bilancio pubblico da bancarotta era insostenibile
nel lungo periodo. Ben più di Mani Pulite, infatti, è
stata la necessità di entrare nell’area dell’euro
a chiudere la fase del capitalismo da espansione del debito pubblico.
Il 16 settembre 1992 il crollo della lira la costringe a uscire dal
Sistema monetario europeo. I parametri stabiliti dal Trattato di Maastricht,
60% il rapporto debito/Pil, 3% il deficit, sono lontanissimi: 118% il
primo, 11% il secondo. Dall’Inghilterra thatcheriana e dall’oltreoceano
reaganiano spira il nuovo vento del neoliberismo, ‘meno Stato
più mercato’, e la parola magica e salvifica diventa ‘privatizzare’;
vendere!
La classe dirigente non si fa prendere dal panico, e anche in tale mutato
contesto economico e operativo riesce a trovare il modo per fare cassa.
Titolari del conto da pagare, neanche a dirlo, sono ancora i cittadini
i quali, anziché vedersi liberare dal fardello del debito pubblico,
se lo ritrovano alleggerito di tali pochi grammi che tutt’oggi
camminano curvi sotto il suo peso.
Con la legge n. 432 del 27 ottobre 1993 viene istituito il Fondo per
l’ammortamento dei titoli di Stato, nel quale andranno a confluire
le entrate generate dalle privatizzazioni; tali entrate dovranno interamente
essere utilizzate per ridurre l’enorme debito pubblico, attraverso
il riacquisto di titoli di Stato sul mercato e il rimborso di quelli
in scadenza, senza un’equivalente riemissione. Dal 1° gennaio
1994 al 31 dicembre 2006 le privatizzazioni portano nelle casse dello
Stato 94.533 milioni di euro (3). La cifra generata dal sistema delle
tangenti, come sopra riportato, era stata di 312.000 milioni di euro,
calcolando anche gli interessi per gli anni dal 1980 al 1994. Certo
l’ammontare del passivo era tale che, se fosse stato possibile
venderli, nemmeno la messa all’asta delle Alpi e di tutto il mare
che ci circonda l’avrebbe forse ripianato, tuttavia i valori di
vendita attribuiti alle società pubbliche ricordano, più
che un contratto paritario tra due parti tra loro contrapposte, una
banda criminale che si spartisce l’ennesimo bottino. Mentre riflette
sul modo di accumularne dell’altro.
Dopo aver venduto, totalmente o in parte (4), l’Imi, l’Ina,
la Seat, le Poste, l’Ente tabacchi, la Telecom, le grandi banche
– San Paolo di Torino, Banco di Napoli, BNL, Mediocredito Centrale
– le imprese facenti capo all’Iri – Finmeccanica,
Fincantieri, Fintecna, Iritecna ecc. – è infatti la volta
dell’energia e dei trasporti: monopoli pubblici che diventano
privati, tariffe che lievitano per i cittadini, utili che decollano
per i capitani coraggiosi. Nel frattempo, fin dal 1992, la classe politica
si porta avanti con il lavoro e avvia l’attacco al welfare: non
restandogli ormai altro per foraggiare i profitti degli amici imprenditori,
faccendieri, banchieri, professionisti (più o meno in cordata),
giunge anche l’ora della privatizzazione delle pensioni, della
scuola, della sanità. È dello Stato sociale la colpa dell’eccessivo
debito italiano!, si leva in un sol coro la voce politica. Uno Stato
sociale indulgente, dalla manica larga, che culla nell’inedia
i propri cittadini e che non ha eguali negli altri Paesi europei!
Eppure, in un paradosso che svela contemporaneamente la colpevole cognizione
di causa, l’arrogante certezza dell’impunità politica
prima che giuridica e il controllo (o compiacenza, o complicità)
dei principali media, dai quali non un solo fiato si è levato
in un j’accuse, è la stessa classe politica a consegnare,
nelle proprie relazioni ufficiali, i dati per smascherare l’impostura
di tale accalorata denuncia.
L’interessante lettura del Libro verde sulla spesa pubblica,
a firma del ministro dell’Economia e delle Finanze (settembre
2007, epoca Padoa Schioppa), mostra, neppure troppo tra le righe, che
ancora oggi sono gli interessi generati dal debito pubblico esploso
negli anni Ottanta il maggior problema del Paese, che tale debito è
figlio della corruzione, che le privatizzazioni sono state vergognose
svendite e che la spesa amministrativa e sociale non si discosta dalla
media europea. Vi si legge che l’Italia ha “accumulato un
debito enorme, che costa in interessi circa 70 miliardi di euro l’anno
[…]. Proprio negli anni in cui il debito più lievitava,
l’Italia ha gravemente impoverito il capitale; e oggi la crescita
è lenta anche perché l’accumularsi di quel debito
non è stato, purtroppo, accompagnato da un corrispettivo aumento
degli investimenti in infrastrutture materiali e immateriali”.
Ancora: il processo di consolidamento del debito è stato “conseguente
alla firma del Trattato di Maastricht. La creazione del vincolo esterno
e la convergenza dei tassi di interesse inducono a perseguire e favorire
una riduzione della spesa pubblica in cinque anni (dal 1993 al 1998)
di 7,6 punti di Pil. Di questi, poco meno di 5 punti sono dovuti alla
riduzione della spesa per interessi e il resto al contenimento della
spesa primaria”. Nel 1993, la spesa corrente primaria corrisponde
al 39% del Pil, quella per interessi al 12,1%. Nel 2006 la prima è
rimasta pressoché invariata (39,9%), la seconda è scesa
al 4,6%. Si può supporre che anche l’istituzione del Fondo
per l’ammortamento dei titoli di Stato abbia contribuito notevolmente
a quel quasi 5% di riduzione di spesa per interessi, permettendo di
non riemettere i titoli in scadenza.
Sempre la relazione riporta il dettaglio della spesa pubblica italiana
rispetto a quella degli altri Paesi europei, mostrando che nel 2004
la spesa per servizi pubblici generali è in Italia il 4% del
Pil (3,9% quella dell’area euro); 1,4% per la difesa (pari nell’area
euro); 2% per l’ordine pubblico (1,7%); 3,9% per gli affari economici
(pari nell’area euro); 0,8% per l’ambiente (0,7%); 4,6%
per l’educazione (5%); 26,3% per la spesa sociale – sanità,
pensioni, assistenza, ecc. – (27,9%); 4,7 per interessi (3,1%).
Per un totale di 47,7% di spesa pubblica in Italia, 47,6% nell’area
euro.
Non si capisce dove stia, dunque, la tanto denunciata anomalia della
spesa italiana, a causa della quale è necessario correre ai ripari,
pena divenire il fanalino di coda dell’Unione europea. Cosa che,
peraltro, l’Italia è già, ma per ben altri motivi.
Non ultimo, il regime fiscale delle rendite finanziarie: il 12,5% contro
il 20-22% della media europea.
Mantenere tali aliquote di tassazione in un Paese in cui il debito pubblico
supera il 100% rivela – se mai qualche dubbio dovesse ancora permanere
– la natura classista di uno Stato che agisce a favore del capitale
e a spese dei lavoratori, sui quali non solo il debito pubblico continua
a gravare, ma (falsamente) in nome del quale si vedono anche smantellare
uno Stato sociale faticosamente conquistato grazie alle lotte operaie.
E c’è qualcuno che ancora crede che lo Stato sia neutrale!
Anche la famiglia e gli amici di Jean-Claude Romand
credevano che lui fosse un luminare nel campo della ricerca e che lavorasse
all’Organizzazione mondiale della sanità a Ginevra; che
frequentasse ministri e partecipasse ai convegni internazionali; che
fosse, insomma, ciò che lui affermava di essere.
Emmanuel Carrère resta talmente colpito dalla vicenda, realmente
accaduta, di Romand, da trasporla in un romanzo: L’avversario.
Ogni giorno Jean-Claude “invece della strada per Ginevra, prendeva
quella di Gex e Divonne, o quella di Bellegarde che porta all’autostrada
per Lione. Entrava in un’edicola e comprava un sacco di giornali:
quotidiani, periodici, riviste scientifiche. Poi andava a leggerli in
un bar – che si premurava di cambiare spesso e di scegliere abbastanza
lontano da casa – oppure in macchina. Si fermava in un parcheggio
o in un’area di servizio e restava lì per ore a leggere,
prendere appunti, sonnecchiare. Pranzava con un panino e il pomeriggio
riprendeva a leggere in un altro bar o in un’altra area di servizio.
Quando il programma gli veniva a noia passeggiava per le città
[…]. Certe volte sentiva il bisogno di natura e ampi spazi, allora
saliva sul Jura. Seguiva la strada tortuosa che porta al Col de la Faucille,
dove si trovava un alberghetto, Le Grand Tétras. […] Beveva
un bicchiere, camminava nei boschi. […] Il giovedì […]
passava a trovare i genitori, che erano contenti e orgogliosi di mostrare
ai vicini quel figlio così importante, così occupato,
ma sempre pronto a fare qualche chilometro in più per abbracciarli.
[…] Infine c’erano i viaggi: congressi, seminari e convegni
in tutto il mondo. Comprava una guida del Paese, Florence gli preparava
la valigia. Partiva in macchina, l’avrebbe lasciata come sempre
al parcheggio di Ginevra-Cointrin. Nella camera di un albergo moderno,
spesso vicino all’aeroporto, si toglieva le scarpe, si stendeva
sul letto e rimaneva per tre o quattro giorni a guardare la televisione
e gli aerei che decollavano e atterravano dietro i vetri. Si studiava
la guida turistica, per non commettere errori nei racconti che avrebbe
fatto al ritorno. Telefonava a casa ogni giorno per dire che ora era
e che tempo faceva a San Paolo o a Tokyo. Ripeteva alla moglie, ai figli
e ai genitori che sentiva la loro mancanza, che li pensava sempre, che
li abbracciava. […] Tornava dopo qualche giorno, carico di regali
comprati in un negozio dell’aeroporto. A casa lo accoglievano
a braccia aperte. Lui era stanco per via del fuso orario”.
La casa e l’auto erano piene di scartoffie con intestazioni e
timbri dell’Oms, che lui ogni tanto raccattava nella biblioteca
dello stabile, nella sala conferenze, nell’ufficio pubblicazioni,
zone raggiungibili con un tesserino visitatori. Si era costruito l’immagine
dell’uomo a ‘compartimenti stagni’ che separava rigorosamente
la sfera professionale da quella personale: non invitava mai colleghi
a casa, non voleva che amici e famigliari lo disturbassero in ufficio;
la stessa Florence lo contattava attraverso una casella vocale. “Un
giorno o l’altro verrò a sapere che mio marito è
una spia dei Paesi dell’Est”, scherzava. Una sola telefonata
avrebbe fatto crollare il castello di carte. Ma non è mai stata
fatta, in dieci anni.
Romand viveva con la moglie e i due figli in una bella casa in un quartiere
borghese e conduceva una vita agiata. Aveva convinto parenti e amici
di avere accesso, grazie alla sua posizione all’Oms, a investimenti
particolarmente vantaggiosi, e nel corso del tempo era riuscito a racimolare
più di 3 milioni di franchi. Fiduciosi – Jean-Claude era
il genero, il figlio, l’amante, il marito – avevano versato
direttamente su un conto a lui intestato i loro risparmi. E Romand e
la sua ignara famiglia, dilapidando quei risparmi, avevano vissuto.
Sapeva che non sarebbe potuto durare in eterno. L’ultimo anno
l’aveva passato nell’angoscia: lo spaventava l’interdizione
a operare con i conti bancari, a causa dei versamenti irregolari di
grosse somme di denaro di cui non giustificava la provenienza, e la
resa dei conti con Corinne: per la prima volta aveva preso denaro al
di fuori della cerchia famigliare. Prima o poi l’amante gli avrebbe
chiesto indietro la somma. Presto nei conti correnti non sarebbe rimasto
un soldo e a Romand non restava alcun modo per trovarne altri. In più
Florence iniziava a nutrire dubbi sul suo lavoro all’Oms. Il suicidio
sembrava l’unica soluzione.
E invece, il 9 gennaio 1993 Jean-Claude Romand sfonda il cranio alla
moglie con un mattarello. Poi uccide entrambi i figli, di cinque e sette
anni, con un colpo di carabina. Sale in macchina e raggiunge la casa
dei genitori. Pranza con loro. Subito dopo uccide entrambi, e il cane,
con lo stesso fucile. Raggiunge l’amante, con la quale aveva un
appuntamento, e cerca di uccidere anche lei, senza riuscirci. Tornato
a casa, appicca il fuoco sperando, forse, di uccidere anche se stesso
nelle fiamme che avrebbero bruciato i cadaveri della moglie e dei figli.
Romand è invece sopravvissuto.
Anche la classe dirigente italiana è sopravvissuta.
Quella politica è stata solo in parte ‘ripulita’
– ma una ben più criminale ha preso il posto dei ‘caduti’
– mentre quella finanziaria e imprenditoriale non è stata
neppure scalfita da Tangentopoli, e ancora oggi continua impunemente
a depredare i cittadini protetta dalla politica, quando non siede direttamente
in Parlamento.
Al pari di Romand ha simulato di lavorare, ha rastrellato il denaro
dei cittadini, ha finto di investirlo, l’ha versato sui propri
conti personali e l’ha dilapidato, portando il Paese al fallimento.
Ma anziché bruciare la casa, si è messa a svenderla a
pezzi, fondamenta comprese. E anziché uccidere coloro i quali,
fiduciosi, gli avevano consegnato il voto e i propri risparmi, li ha
tenuti in vita: ci sono altri debiti da pagare. Altre bad company di
cui farsi carico.
Giovanna Cracco
(1) Conti e aggregati economici delle Amministrazioni
pubbliche, relazione Istat, giugno 2008
(2) Mani pulite, Barbacetto, Gomez, Travaglio, Editori
Riuniti (valori convertiti in euro)
(3) La relazione sulle privatizzazioni, ministero dell’Economia
e delle Finanze dipartimento del Tesoro, maggio 2007
(4) ivi
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