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febbraio - marzo 2012
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| Debito pubblico: italianità
al 104 per cento di Giovanna Cracco |
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Dal capitalismo da espansione
del debito pubblico alle privatizzazioni, dagli anni Ottanta all'Alitalia |
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Alla fine, anche questa
volta, l’italianità è salva. Con buona pace delle
preoccupazioni del Cavaliere, che già in campagna elettorale
vi aveva fatto appello – minacciando l’avvento
di una cordata italiana quando per l’acquisto dell’Alitalia
si era proposta Air France – e con tanti auguri ai ‘capitani
coraggiosi’, che con spirito intrepido e patriottico hanno fondato
la Cai e sono corsi in aiuto alla compagnia di bandiera nazionale. Eppure una privatizzazione rientra a pieno titolo
nell’ontologia neoliberista, tanto acclamata anche in Italia,
pur con le recenti prese di distanza conseguenti alla crisi finanziaria
esplosa negli Stati Uniti: non è infatti mai in discussione
la bontà del libero mercato, semmai giusto la mancanza di un
po’ di regole e di un briciolo di etica. In verità, una
regola, ferrea e rispettata, è sempre esistita nel Belpaese:
proprio quella dell’‘italianità’ (da difendere
e salvare), che altro non è se non la struttura stessa del
capitalismo nazionale, che sussiste grazie alla protezione politica
e agli aiuti pubblici ben più che al coraggio dei
suoi ‘capitani’, all’innovazione e al rischio d’impresa.
Non è preoccupazione dell’attuale classe
politica, come non lo è stato per quella che si è succeduta
alla guida del Paese dagli anni Ottanta in poi, il fatto che l’azienda
Italia non goda di così buona salute da potersi permettere
l’accollo di ulteriore passivo: il 2007 si è chiuso con
un debito statale pari al 104% in rapporto al Pil e un deficit all’1,9%.
Parametri che non hanno eguali negli altri Paesi europei: i dati Eurostat
dichiarano, nella zona euro, un rapporto debito/Pil del 66,3% e un
deficit allo 0,6%. D’altra parte, nessun Paese europeo ha conosciuto
la collusione criminale tra politica ed economia che è stata
la colonna portante del capitalismo italiano, al punto da poter essere
connotato come ‘capitalismo da espansione del debito pubblico’.
Le cifre sono note: il giro d’affari annuale della corruzione può essere valutato intorno ai 5.000 milioni di euro e genera un debito pubblico pari a 130.000 milioni di euro, al quale sono da sommare i relativi interessi sui titoli emessi, quantificabili in 13.000 milioni di euro l’anno (2). Le opere pubbliche date in appalto e portate a compimento costano in media il doppio, spesso il triplo, a volte il quadruplo, di quanto altri Stati europei stanziano per opere simili – un esempio per tutti, 96 milioni di euro al chilometro per la linea tre della metropolitana milanese, 23 milioni di euro per quella di Amburgo; quel doppio, quel triplo, quel quadruplo si trasformano non solo in tangenti ma anche in enormi profitti per le imprese complici della corruzione – fondi neri ed evasione fiscale compresi – e, dall’altra parte, in debito pubblico per i cittadini. Le opere che restano cattedrali nel deserto incomplete e infestate da erbacce costano e basta, senza nemmeno portare funzionalità ai cittadini. Nulla di più lontano dal paese di Bengodi.
Al contrario, un capillare sistema criminale finanziato con l’espansione
del debito pubblico, attraverso l’immissione sul mercato di
titoli di Stato: enormi quantità di titoli al portatore, Bot
e Cct – utilizzati anche per ripulire il denaro della corruzione
– sono andate a ingrassare conti esteri personali, casse di
partito e i profitti in nero di un capitalismo oligopolista e protetto. Il 16 settembre 1992 il crollo della lira la costringe
a uscire dal Sistema monetario europeo. I parametri stabiliti dal
Trattato di Maastricht, 60% il rapporto debito/Pil, 3% il deficit,
sono lontanissimi: 118% il primo, 11% il secondo. Dall’Inghilterra
thatcheriana e dall’oltreoceano reaganiano spira il nuovo vento
del neoliberismo, ‘meno Stato più mercato’, e la
parola magica e salvifica diventa ‘privatizzare’; vendere!
Con la legge n. 432 del 27 ottobre 1993 viene istituito il Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato, nel quale andranno a confluire le entrate generate dalle privatizzazioni; tali entrate dovranno interamente essere utilizzate per ridurre l’enorme debito pubblico, attraverso il riacquisto di titoli di Stato sul mercato e il rimborso di quelli in scadenza, senza un’equivalente riemissione. Dal 1° gennaio 1994 al 31 dicembre 2006 le privatizzazioni portano nelle casse dello Stato 94.533 milioni di euro (3). La cifra generata dal sistema delle tangenti, come sopra riportato, era stata di 312.000 milioni di euro, calcolando anche gli interessi per gli anni dal 1980 al 1994. Certo l’ammontare del passivo era tale che, se fosse stato possibile venderli, nemmeno la messa all’asta delle Alpi e di tutto il mare che ci circonda l’avrebbe forse ripianato, tuttavia i valori di vendita attribuiti alle società pubbliche ricordano, più che un contratto paritario tra due parti tra loro contrapposte, una banda criminale che si spartisce l’ennesimo bottino. Mentre riflette sul modo di accumularne dell’altro. Dopo aver venduto, totalmente o in parte (4), l’Imi, l’Ina, la Seat, le Poste, l’Ente tabacchi, la Telecom, le grandi banche – San Paolo di Torino, Banco di Napoli, BNL, Mediocredito Centrale – le imprese facenti capo all’Iri – Finmeccanica, Fincantieri, Fintecna, Iritecna ecc. – è infatti la volta dell’energia e dei trasporti: monopoli pubblici che diventano privati, tariffe che lievitano per i cittadini, utili che decollano per i capitani coraggiosi. Nel frattempo, fin dal 1992, la classe politica si porta avanti con il lavoro e avvia l’attacco al welfare: non restandogli ormai altro per foraggiare i profitti degli amici imprenditori, faccendieri, banchieri, professionisti (più o meno in cordata), giunge anche l’ora della privatizzazione delle pensioni, della scuola, della sanità. È dello Stato sociale la colpa dell’eccessivo debito italiano!, si leva in un sol coro la voce politica. Uno Stato sociale indulgente, dalla manica larga, che culla nell’inedia i propri cittadini e che non ha eguali negli altri Paesi europei! Eppure, in un paradosso che svela contemporaneamente
la colpevole cognizione di causa, l’arrogante certezza dell’impunità
politica prima che giuridica e il controllo (o compiacenza, o complicità)
dei principali media, dai quali non un solo fiato si è levato
in un j’accuse, è la stessa classe politica
a consegnare, nelle proprie relazioni ufficiali, i dati per smascherare
l’impostura di tale accalorata denuncia. Sempre la relazione riporta il dettaglio della spesa
pubblica italiana rispetto a quella degli altri Paesi europei, mostrando
che nel 2004 la spesa per servizi pubblici generali è in Italia
il 4% del Pil (3,9% quella dell’area euro); 1,4% per la difesa
(pari nell’area euro); 2% per l’ordine pubblico (1,7%);
3,9% per gli affari economici (pari nell’area euro); 0,8% per
l’ambiente (0,7%); 4,6% per l’educazione (5%); 26,3% per
la spesa sociale – sanità, pensioni, assistenza, ecc.
– (27,9%); 4,7 per interessi (3,1%). Per un totale di 47,7%
di spesa pubblica in Italia, 47,6% nell’area euro. Anche la famiglia e gli amici di Jean-Claude Romand
credevano che lui fosse un luminare nel campo della ricerca e che
lavorasse all’Organizzazione mondiale della sanità a
Ginevra; che frequentasse ministri e partecipasse ai convegni internazionali;
che fosse, insomma, ciò che lui affermava di essere. […] Infine c’erano i viaggi: congressi, seminari e convegni in tutto il mondo. Comprava una guida del Paese, Florence gli preparava la valigia. Partiva in macchina, l’avrebbe lasciata come sempre al parcheggio di Ginevra-Cointrin. Nella camera di un albergo moderno, spesso vicino all’aeroporto, si toglieva le scarpe, si stendeva sul letto e rimaneva per tre o quattro giorni a guardare la televisione e gli aerei che decollavano e atterravano dietro i vetri. Si studiava la guida turistica, per non commettere errori nei racconti che avrebbe fatto al ritorno. Telefonava a casa ogni giorno per dire che ora era e che tempo faceva a San Paolo o a Tokyo. Ripeteva alla moglie, ai figli e ai genitori che sentiva la loro mancanza, che li pensava sempre, che li abbracciava. […] Tornava dopo qualche giorno, carico di regali comprati in un negozio dell’aeroporto. A casa lo accoglievano a braccia aperte. Lui era stanco per via del fuso orario”. La casa e l’auto erano piene di scartoffie
con intestazioni e timbri dell’Oms, che lui ogni tanto raccattava
nella biblioteca dello stabile, nella sala conferenze, nell’ufficio
pubblicazioni, zone raggiungibili con un tesserino visitatori. Si
era costruito l’immagine dell’uomo a ‘compartimenti
stagni’ che separava rigorosamente la sfera professionale da
quella personale: non invitava mai colleghi a casa, non voleva che
amici e famigliari lo disturbassero in ufficio; la stessa Florence
lo contattava attraverso una casella vocale. “Un giorno o l’altro
verrò a sapere che mio marito è una spia dei Paesi dell’Est”,
scherzava. Una sola telefonata avrebbe fatto crollare il castello
di carte. Ma non è mai stata fatta, in dieci anni. Sapeva che non sarebbe potuto durare in eterno.
L’ultimo anno l’aveva passato nell’angoscia: lo
spaventava l’interdizione a operare con i conti bancari, a causa
dei versamenti irregolari di grosse somme di denaro di cui non giustificava
la provenienza, e la resa dei conti con Corinne: per la prima volta
aveva preso denaro al di fuori della cerchia famigliare. Prima o poi
l’amante gli avrebbe chiesto indietro la somma. Presto nei conti
correnti non sarebbe rimasto un soldo e a Romand non restava alcun
modo per trovarne altri. In più Florence iniziava a nutrire
dubbi sul suo lavoro all’Oms. Il suicidio sembrava l’unica
soluzione. Anche la classe dirigente italiana è sopravvissuta.
Quella politica è stata solo in parte ‘ripulita’
– ma una ben più criminale ha preso il posto dei ‘caduti’
– mentre quella finanziaria e imprenditoriale non è stata
neppure scalfita da Tangentopoli, e ancora oggi continua impunemente
a depredare i cittadini protetta dalla politica, quando non siede
direttamente in Parlamento.
Leggi anche: La Lega degli
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Baer, Paginauno n. 23
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