| «Dio solo il potrebbe»
rispose solennemente il dottore.
Il volto di Arrigo assunse la pallidezza del volto della sua giòvine
sposa, che – gravato il ciglio dalla mano di morte – giacèvagli
innanzi in quel letto, di tanta gioja ricordo e di tanta vita. Arrigo
stette per dare in un urlo; si frenò a stento, e non potendo
altrimenti, corse a celare l’ambascia nella stanza vicina. E là
cadde in una poltrona, le palme alla faccia.
Pòvera Lisa! Pòvera Lisa! Non un anno, da che èragli
apparsa nella solitaria e brulla sua via, qual rugiada, qual fiore –
e vedèvasela ancora, petulante di gioventù e freschezza,
entrargli nell’ammuffìto studio, a mèttergli in
fuga i topi e le tarme, ad aprirgli le imposte al sole che crea, all’innamorata
natura. Oh i libri si vendicàvano ben crudelmente della loro
rivale!
E Arrigo singhiozzò disperato.
Ma non un conforto a tanta e sì orrenda e improvvisa jattura?
Dovrà mai l’uomo esser lasciato solo, senza difesa, alle
belve affamate de’ propri dolori? Che gli giovava di avere, anni
e anni, impallidito sui libri, mietendo altrùi esperienza, quand’ora,
in bisogno, non se ne sapeva comporre un panetto? A che studii se non
apprendi a vìver da amico colla sventura, tua obbligatoria compagna?
A che pensi?
O vieni, filosofìa! Tu che guardando le cose e gli avvenimenti
fuori di noi, li vedi nella loro essenza e non nella loro relatività
– tu che trovi a tutto una scusa e nulla ti fa stupore: filosofìa,
che hai fatto ricca la povertà di Epicuro e felice la ricchezza
di Sèneca; che hai in una dìsputa con sperimento cangiato
l’agonìa di Sòcrate e in una tranquilla accademia
l’impero di Marco o tu che non abbandoni chi ti ama; ùnico
patrimonio salvo dai colpi della fortuna.
Vieni e confòrtami. Dalle tue eccelse regioni, imperturbabilmente
serene, ben sai il mondo cos’è: un punto, un quasi impercettìbile
punto. Che è dunque colle sue piccine passioni la umanità?
Anzi, “fra il lampo di vita ed il tuono di morte” ov’è
l’uomo?
Filosofìa, dammi, se non il sorriso, l’indifferenza almeno
del saggio. Menti, ma consòlami.
Non c’è male, m’hai detto, donde bene non sorga.
Natura è perpetuamente, incorreggibilmente buona.
Al disopra di quelle nerìssime nubi, splende immacolato l’azzurro:
si scioglieranno le nubi, l’azzurro mai. Se ti par dunque la vita
un doloroso sospiro, non è forse la morte la cessazione di quello?
E se la morte è di un dolore la fine, perché la invidi,
la imprechi, la vuòi furare a chi ami? Ami! – sì
è vero – ma avresti amato poi sempre? Lisa era bella…
la vecchiaja avrèbbela resa brutta:
Lisa era buona… la bruttezza l’avrebbe fatta sembrare cattiva.
Ma, or morendo immatura, essa ti lascia il ricordo di lei intatto.Ti
sarà sempre e giòvane e bella e soave e… tua. Di
desiderio più che di soddisfazione cibasi Amore. Eternamente
si àmano gli ideali perché non raggiùngonsi mai.
Cosa invece che cominciò, è destinata a cessare. Or non
è meglio che cessi innanzi la sazietà?
Eppòi tu se’ nato agli studii.
Vògliono pace gli studii… Dove trovare mai pace fuorché
in solitùdine? Distratto dalle quotidiane meschinissime cure
della famiglia, con un occhio alla pèntola aspettata dai tuòi
figliuoletti e l’altro alla tua letteraria coscienza, avresti
tutta la vita, per dir così, loscheggiato, di te insoddisfattissimo.
Chi non procede per una sol via, di nessuna va a capo: chi l’arco
non tende del proprio intelletto ad un ùnico scopo, nulla colpisce.
Ringrazia dunque la provvidenza, che per l’utile prova del duolo
ti riconduce alla felicità. I tuòi libri ti han perdonato
e ti attèndono, pronti a riaprirti i loro tesori, a lasciarsi
ancor lèggere, fra linea e linea e nei màrgini, i riposti
veri. Quali ore, quali giorni di voluttà con quèi tuòi
vecchi compagni!
Eccoti allo scrittojo, fatto un sol corpo con esso, immèmore
delle immondissime carni, palla galeotta dell’ànima, immèmore
di quel bagno penale che chiàmasi il mondo – èccoti,
nell’abbraccio fecondo con un altro cervello, generando idèe
da idèe, conquistando terreno sull’avvenire – aggiungendo
nuovi piuoli alla infinita scala vèr Dio… E già
il singulto di Arrigo taceva e trionfàvagli la pupilla. Filosofia
tanto invocata gli stava seduta sulle ginocchia e reclinava la testa
contro la spalla di lui.
Quand’ecco, il dottore. La sua faccia da lunga èrasi fatta
tonda.
Stupirono l’uno dell’altro.
«Salva!» esclamò con voce commossa il dottore.
«Davvero?» fe’ Arrigo.
La voce d’Arrigo scrocchiò.
Era gioia? Qua coi vostri lambicchi, chimici dei sentimenti.
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