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Numero 13, giugno - settembre 2009

 

Il racconto

 

De consolatione phiposophiae

di Carlo Dossi

 

«Dio solo il potrebbe» rispose solennemente il dottore.
Il volto di Arrigo assunse la pallidezza del volto della sua giòvine sposa, che – gravato il ciglio dalla mano di morte – giacèvagli innanzi in quel letto, di tanta gioja ricordo e di tanta vita. Arrigo stette per dare in un urlo; si frenò a stento, e non potendo altrimenti, corse a celare l’ambascia nella stanza vicina. E là cadde in una poltrona, le palme alla faccia.
Pòvera Lisa! Pòvera Lisa! Non un anno, da che èragli apparsa nella solitaria e brulla sua via, qual rugiada, qual fiore – e vedèvasela ancora, petulante di gioventù e freschezza, entrargli nell’ammuffìto studio, a mèttergli in fuga i topi e le tarme, ad aprirgli le imposte al sole che crea, all’innamorata natura. Oh i libri si vendicàvano ben crudelmente della loro rivale!
E Arrigo singhiozzò disperato.
Ma non un conforto a tanta e sì orrenda e improvvisa jattura? Dovrà mai l’uomo esser lasciato solo, senza difesa, alle belve affamate de’ propri dolori? Che gli giovava di avere, anni e anni, impallidito sui libri, mietendo altrùi esperienza, quand’ora, in bisogno, non se ne sapeva comporre un panetto? A che studii se non apprendi a vìver da amico colla sventura, tua obbligatoria compagna? A che pensi?
O vieni, filosofìa! Tu che guardando le cose e gli avvenimenti fuori di noi, li vedi nella loro essenza e non nella loro relatività – tu che trovi a tutto una scusa e nulla ti fa stupore: filosofìa, che hai fatto ricca la povertà di Epicuro e felice la ricchezza di Sèneca; che hai in una dìsputa con sperimento cangiato l’agonìa di Sòcrate e in una tranquilla accademia l’impero di Marco o tu che non abbandoni chi ti ama; ùnico patrimonio salvo dai colpi della fortuna.
Vieni e confòrtami. Dalle tue eccelse regioni, imperturbabilmente serene, ben sai il mondo cos’è: un punto, un quasi impercettìbile punto. Che è dunque colle sue piccine passioni la umanità? Anzi, “fra il lampo di vita ed il tuono di morte” ov’è l’uomo?
Filosofìa, dammi, se non il sorriso, l’indifferenza almeno del saggio. Menti, ma consòlami.
Non c’è male, m’hai detto, donde bene non sorga. Natura è perpetuamente, incorreggibilmente buona.
Al disopra di quelle nerìssime nubi, splende immacolato l’azzurro: si scioglieranno le nubi, l’azzurro mai. Se ti par dunque la vita un doloroso sospiro, non è forse la morte la cessazione di quello? E se la morte è di un dolore la fine, perché la invidi, la imprechi, la vuòi furare a chi ami? Ami! – sì è vero – ma avresti amato poi sempre? Lisa era bella… la vecchiaja avrèbbela resa brutta:
Lisa era buona… la bruttezza l’avrebbe fatta sembrare cattiva. Ma, or morendo immatura, essa ti lascia il ricordo di lei intatto.Ti sarà sempre e giòvane e bella e soave e… tua. Di desiderio più che di soddisfazione cibasi Amore. Eternamente si àmano gli ideali perché non raggiùngonsi mai. Cosa invece che cominciò, è destinata a cessare. Or non è meglio che cessi innanzi la sazietà?
Eppòi tu se’ nato agli studii.
Vògliono pace gli studii… Dove trovare mai pace fuorché in solitùdine? Distratto dalle quotidiane meschinissime cure della famiglia, con un occhio alla pèntola aspettata dai tuòi figliuoletti e l’altro alla tua letteraria coscienza, avresti tutta la vita, per dir così, loscheggiato, di te insoddisfattissimo. Chi non procede per una sol via, di nessuna va a capo: chi l’arco non tende del proprio intelletto ad un ùnico scopo, nulla colpisce. Ringrazia dunque la provvidenza, che per l’utile prova del duolo ti riconduce alla felicità. I tuòi libri ti han perdonato e ti attèndono, pronti a riaprirti i loro tesori, a lasciarsi ancor lèggere, fra linea e linea e nei màrgini, i riposti veri. Quali ore, quali giorni di voluttà con quèi tuòi vecchi compagni!
Eccoti allo scrittojo, fatto un sol corpo con esso, immèmore delle immondissime carni, palla galeotta dell’ànima, immèmore di quel bagno penale che chiàmasi il mondo – èccoti, nell’abbraccio fecondo con un altro cervello, generando idèe da idèe, conquistando terreno sull’avvenire – aggiungendo nuovi piuoli alla infinita scala vèr Dio… E già il singulto di Arrigo taceva e trionfàvagli la pupilla. Filosofia tanto invocata gli stava seduta sulle ginocchia e reclinava la testa contro la spalla di lui.
Quand’ecco, il dottore. La sua faccia da lunga èrasi fatta tonda.
Stupirono l’uno dell’altro.
«Salva!» esclamò con voce commossa il dottore.
«Davvero?» fe’ Arrigo.
La voce d’Arrigo scrocchiò.
Era gioia? Qua coi vostri lambicchi, chimici dei sentimenti.


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È uscito il numero 16
febbraio / marzo 2010

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