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Prologo:
Bologna, inverno del 1994 o 1995.
Qualche benemerito, non si sa quanto consciamente, organizza un concerto
di Giora Feidman, l’ultimo dei grandi clarinettisti Klezmer
della vecchia generazione, quella di Naftule Brandwein (e, perché
no, Benny Goodman). Amici musicisti, ore prima, mi hanno introdotto
a un sassofonista napoletano che ho ascoltato da poco e che mi intriga
assai, di nome Daniele Sepe. Anche lui è con noi a vedere il
grande Giora, che comincia la sua (quasi solitaria) performance nel
silenzio più assoluto: lente salgono le note di una ninna-nanna
struggente, note che sanno di casa, latte, fieno, dolcezze rurali
di un qualche shtetl ucraino o bulgaro: adesso c’è
come un’increspatura, qualche nota sospetta e – come dire
– in tono sì ma un poco troppo colta… Tra le spalle
mie e del mio amico un soffio: è Daniele Sepe che bisbiglia
– dando risposta alla domanda che si stava affacciando: «…è
la Prima sinfonia di Mahler, la riconosci?»
Straordinario Giora Feidman, per quello che stava facendo. Quasi allo
stesso livello l’orecchio del ragazzo napoletano per averlo
capito. Ne farà di strada, penso. Speriamo solo non si guasti.
Roma, Villa Giulia, estate del 1999.
Due ore e mezza filate di concerto tirate allo spasimo con un caldo
umido bestiale e zanzare modello Apocalypse Now. Al termine, Daniele
Sepe viene richiamato per due volte sul palco per i bis di turno.
La terza volta c’è un descamisado, scalmanato e quasi
afono sulla destra, proprio sotto il palco, che reclama a gran voce
un brano. Si ode a stento il titolo ma a contare di più è
la faccia del sassofonista, madida di sudore come il resto del corpo
magretto, ma ancora reattiva. Sepe ha un attimo di indecisione e poi
torna sul palco, scontornato da un occhio di bue azzurro cielo. Parte
da solo mentre gli altri del gruppo si risistemano, innalzando ampie
volute di una melopea di sapore vagamente balcanico. Il descamisado
piange lanciandogli baci e urlando (per quel che può): grazie
grazie sei meraviglioso. Tutto parrebbe annunciare una qualche improvvisazione
collettiva ma, come fosse il fumo che esce dalla lampada di Aladino,
ecco che da quella melopea si sviluppa inopinatamente, per arcane
analogie, il caraibico tema di St. Thomas di Sonny Rollins.
Stupefatio, incredulità, qualche imbarazzato risolino sospeso.
Note vigliaccamente arrotondate, e poi acciaccate, sbucciate, arricciate:
l’ultimo respiro di un si bemolle viene reiterato una due quattro
volte, diventa un quattro quarti fasullo sostenuto da basso batteria
chitarra e improvvisamente – cuore trafitto tieni ancora un
poco – ecco, deciso e perentorio, quasi un manifesto scampato
al ’77, non già Luglio, agosto, settembre (nero)
degli Area, bensì la sua anima macedone, cioè Yerakina,
la storia della più carina e scassapalle del paese che finì
per stufare financo l’acqua del pozzo, che sempre le ripeteva
essere lei la più bella, e i villani, che ancor più
stufi e, in accordo al comune sentire, nel medesimo pozzo la catafotterono.
Amen.
Balla la gente di Villa Giulia, in preda all’ultimo inaspettato
raptus collettivo. Balla il descamisado, le braccia aperte da derviscio
rotolante il corpo di lucertola elettrica, il volto rapito in ineffabile
comunione totale con ciò che accade. Io, in altrettanta beata
estasi, sebbene più misurata, abbandono la mischia in anticipo,
ancora incredulo. E sorge in me il ricordo di tutte le volte che anche
a me, sì anche a me, è capitato di volare da una scala
all’altra, di transitare leggero da un ignoto balcanico cinque
quarti, trasportato dall’etere fino a casa mia dall’altra
parte dell’Adriatico, a uno sciocco e ahimè premiato
valzerino sanremese.
Non riesco a ringraziare Daniele Sepe per questa
sua levità, che qualcuno chiama zappiana. Che volete, non ci
riesco ancora oggi: confesso che ne sono allegramente invidioso, dato
che vorrei essere capace di soffiare e volare esattamente come lui,
di fiore in fiore di scala in scala a una velocità pazzesca,
anche perché il pensier mio tavolta, lo ripeto, fa esattamente
le stesse cose, ma non le sa suonare: la mente si muove così,
cogliendo di volta in volta imbarazzanti più che insospettate
derive o svolte da ciò che seriosamente si esegue, più
che suonarlo. E non per questo si scandalizza, anzi.
Ebbe a dire una volta il grande Dizzy Gillespie, sull’etimologia
della parola jazz, che jasi, in un dialetto africano, significa
“vivere a un ritmo accelerato”. È possibile quindi
che se c’è un punto di contatto tra il sottoscritto e
Daniele Sepe, questo sia la felicità del non percepire la musica
come un tutto unitario se non nell’eventuale risultato finale
– ovviamente disattendendo ogni aspettativa di chi confidava
nelle premesse. Sostiene infatti Sepe: «Francamente non riesco
a capire perché uno che fa musica dovrebbe fare sempre la stessa
musica. Io vorrei veramente tentare prima o poi di fare un disco un
poco più unitario, a volte mi ci metto e dico, ok, questa è
la volta che faccio un disco – come ti devo dire – che
suoni più normale, ma dopo cinque minuti mi son rotto già
le palle… non c’è niente da fare!»
Qualcuno recentemente diceva che se vai sempre veloce non riescono
a fotografarti. Credo che a Sepe accada la stessa cosa. Va troppo
veloce per la capacità di analisi di qualunque critico. Ci
sono solo due possibilità: o lo si va a vedere dal vivo e ci
si abbandona a tutto ciò che, sempre diverso, accade sul palco,
o si ascolta e riascolta pazientemente ciò che egli ha (suo
malgrado!) fissato e registrato su cd.
Questo Nia Maro non fa eccezione
e conferma ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che Sepe è
uno dei musicisti di cui dovremmo andare orgogliosi in questo disgraziato
Paese di analfabeti musicali.
Dissezione del disco: dieci brani, nessuno uguale all’altro.
Come potrebbe dire qualcuno a corto di aggettivi, una sorta di carnevale
di diciotto musicisti, Sepe compreso, alle prese con ventisei strumenti
diversi, dalla darbuka alla cupa-cupa bassa ai sassofoni. Ceffoni
e carezze per tutti, come al solito. Ascoltate la Tammurriata
iniziale e più ancora le tre tarantelle successive, tanto per
farla finita con la pseudo-filologia di altri napoletani come Eugenio
Bennato. Se c’è una tradizione, se ancora la musica popolare
non conosce differenze tra chi la fa e chi l’ascolta, e chi
la fa la evolve sempre, allora nessuna sorpresa se dai saltarelli
più classici affiorano i temi di Brancaleone alle crociate
e Pane, amore e gelosia. Nia Maro, mare nostro in esperanto,
è un invito a muoversi ed esplorare, senza mai cristallizzarsi,
e con una sana attitudine a non prendersi troppo sul serio.
Persino dove tutto farebbe pensare a un’ortodossia, come nella
struggente e tradizionalissima Mi votu e mi rivotu (un lamento
siciliano a suo tempo sulle labbra di Rosa Balistreri) c’è
in sottofondo una birichina chitarra portoghese a spiazzare tutto.
In Lamma Bada, una sensualissima musica di inizio secolo
dell’egiziano Selim Al-Masry (testi mai fissi e sempre diversi),
Sepe prova – senza riuscirci – a improvvisare sul sax
come improvviserebbe un nordafricano e finisce per suonare con l’anima
e il tono di Gato Barbieri, aggiungendo se possibile ancora più
cuore al tutto.
In Sciuscià ci si domanda quanto fado abbia ascoltato
il nostro per suonarlo alla napoletana (o viceversa?) e ogni tanto
affiora – in finale di frase – un brandello di Chi
tene ‘o mare di Pino Daniele (speriamo nessuno dei due
s’arrabbi).
La vera apoteosi viene raggiunta ne La guerra dei mondi,
dove non c’è solo la voce di Orson Welles alla BBC che
beffa i terrorizzati sudditi di sua maestà, quanto piuttosto
un ripensamento globale sul modo stesso di fare musica. Un ripensamento
che mostra di avere in pieno assimilato la lezione del Miles Davis
di Bitches Brew, riletta alla maniera dei Napoli Centrale
di James Senese e soci (anni ’70) coi suoni zawinuliani del
Fender Rhodes e quelli shorteriani del sax (ah, dimenticavo, anche
nella Tammurriata iniziale c’è qualcosa di simile).
Più ancora, c’è un piccolo e strafottente gioiello
del compianto George Brassens, Les Amoreux des bancs publics,
a marcare indelebilmente questo lavoro. Già testo e melodie
originali ci raccontano un modo di vivere la vita tenendo caro ciò
che più conta, l’amore in questo caso, senza curarsi
delle contingenze di tempo e luogo, come le panchine pubbliche. Sepe
prende l’attitudine brassensiana alla lettera: fin dall’introduzione
echeggia spudoratamente i timbri di John Surman, e infila dentro,
già al primo refrain, tutto il tema della Jazz Suite n.
2 di Shostakovich – con tanti ringraziamenti a Kubrick
– per contraddirlo, non appena riprende la melodia, con un paio
di perepè da festa di Fuorigrotta e intermezzi altrettanto
sghembi. È da un pezzo che sostengo che quel tema ha un’aria
tutt’altro che russa – salvo nella conclusione –
e sa piuttosto di storie siciliane di mafia e cuori traditi. Ma il
capolavoro si rivela alla quarta strofa, quando dallo stesso tema
sinfonico di Shostakovich ne escono due note di sospensione (vedo
la faccia di Sepe che si illumina, così come la vidi a Roma)
e fuoriesce quasi timido il Tema di Lara da Il dottor
Zivago – e così è servito anche Maurice Jarre.
Coerente come sempre, da quattordici anni Sepe infila
un album dietro l’altro senza mai dimenticare né origini
né presente. Da questo punto di vista, una citazione tratta
dal sito del musicista (www.danielesepe.com)
ci dà l’ultima soddisfazione: «Nia Maro, mare nostro,
vol di’ che non è solo di D’Alema e la su’
barca, o di Previti e la su’ barca, ma soprattutto di quelli
in gommone e di me in canoa… Forza Livorno!»
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