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aprile - maggio 2012
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Inchiesta |
| Chirurgia estetica fra business,
abusi e disagio emotivo di Giovanna Baer |
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L’immenso giro
di affari dell’elective surgery. Inchiesta sullo sfruttamento
economico del disagio psichico e sociale della donna |
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Gli anglosassoni la chiamano elective surgery, e indica tutti quegli interventi chirurgici non necessari in senso clinico di cui è innanzitutto il paziente a ravvisare la necessità: un seno più voluminoso, meno grasso sui fianchi, il nasino alla francese, o addirittura le infiltrazioni di collagene sulla pianta del piede per rendere più comode impossibili calzature dai tacchi vertiginosi. La chirurgia estetica, in cui il naturale rapporto fra il medico e la persona malata si trasforma nell’inedito rapporto fra il medico e la persona sana, è un business a tassi di espansione elevatissimi, complici le innovazioni tecniche e scientifiche che aprono al bisturi frontiere sempre nuove e la ‘democratizzazione’ dei sistemi di pagamento (finanziamenti, rateizzazioni), che permette a tutti (o quasi) di sostenerne i costi non indifferenti. Secondo i dati pubblicati dall’American Society for Aesthetic Plastic Surgery, gli interventi più richiesti nel 2007 sono stati la liposuzione, la mastoplastica additiva (aumento del seno), la mastoplastica riduttiva (riduzione del seno), la rinoplastica (rifacimento del naso) e il lifting (vedi tabella).
Come si deduce dai dati, i pazienti della chirurgia
estetica sono in larghissima maggioranza donne, di tutte le fasce
d’età, anche se i trend dicono che ci si avvicina al
bisturi sempre prima, addirittura durante l’adolescenza, per
comprare il seno o la linea perfetta. Questa disponibilità
femminile a intervenire chirurgicamente sul proprio corpo ha ragioni
biologiche e culturali. A livello sociale, il pressing biologico si combina oggi con la difficoltà di costruire legami affettivi stabili nel tempo, che forza le donne a essere, praticamente per tutta la vita, ‘esteticamente competitive’. In altri termini, se fino a una cinquantina d’anni fa le donne, una volta divenute mogli e madri, potevano dimenticarsi del proprio aspetto fisico, certe della sicurezza che l’istituzione matrimoniale offriva, ora la friabilità delle relazioni preme affinché esse siano sempre pronte a costruire nuovi rapporti, e debbano quindi poter contare su un’eterna desiderabilità. D’altra parte, i modelli estetici femminili veicolati dai media, oltre a essere difficilmente raggiungibili per vie naturali (la donna efebica con molto seno è in effetti una combinazione quasi impossibile in tutte le razze), sono sempre più globalizzati e pervasivi: negli anni ’40 una ragazza poteva vivere tutta la vita senza correre il rischio di paragonare la propria immagine a quella di Marlene Dietrich o Greta Garbo, ma con l’avvento della televisione e ancora di più nell’era internet, le donne devono fare i conti ogni giorno con una pletora di rivali incorporee, di una perfezione estetica irraggiungibile (anche perché ottenuta sempre più spesso con Photoshop e altri trucchi fotografici), e insistentemente simili a ogni latitudine. Nessuno stupore che l’intervento più richiesto dalle giovani donne orientali sia l’occidentalizzazione dei lineamenti, che elimini i loro tipici occhi a mandorla così distanti dal modello Barbie: “Il culto della bellezza nella società dei consumi costringe a passi obbligati. Su questa premessa si gioca il valore della libertà personale, e gli uomini (e le donne, n.d.a.) sono liberi di scegliere solo quello che altri hanno già scelto per il loro destino” (1). Come è facile immaginare, questi diktat estetici, che continuano a imperare grazie alla fragilità delle proprie vittime (la necessità di essere desiderabili è oggettivamente una fonte di grande fragilità rispetto alla dimensione corporea, come pure la limitata finestra riproduttiva femminile), creano più di qualche disagio: se la repressione sessuale ottocentesca si accaniva sul corpo delle donne causando ogni forma possibile di isteria, la pressione estetica attuale ha inventato patologie – squisitamente femminili – come l’anoressia e la bulimia, che continuano a svilupparsi in trend crescenti. E non solo: una quantità di disturbi emotivi di origine diversa trova nel corpo della donna il perfetto terreno di battaglia, e le trasforma nelle vittime inconsapevoli del marketing chirurgico. L’Organizzazione mondiale della sanità definisce la salute “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, che non consiste soltanto nell’assenza di malattie e di infermità”. Sotto questo profilo, ogni individuo ha il diritto di ricorrere alla elective surgery per modificare le parti del corpo che gli precludono questo benessere psico-sociale o, come comunemente si dice, per stare meglio con se stessi. D’altra parte, è anche possibile (teoricamente addirittura probabile) che individui con scarso equilibrio interiore, o con specifiche patologie mentali, trasferiscano – inconsciamente – sul corpo un malessere la cui origine risiede in tutt’altro: in parte perché il corpo è immediatamente modificabile, a differenza del cervello e del suo funzionamento; in parte perché vi sono naturalmente spinti dal livello pervasivo dei condizionamenti sociali sulla dimensione estetica. Cosa c’è dunque dietro la richiesta di un intervento estetico? Diverse ricerche scientifiche sottolineano l’importanza
di una maggiore collaborazione tra chirurgo estetico e psichiatra
o psicologo, per determinare la vera motivazione alla base del miglioramento
chirurgico e per evitare interventi di chirurgia estetica su pazienti
che presentano disturbi psichiatrici, i quali non potrebbero beneficiare
in nessun modo dell’operazione, a prescindere dal buon esito
clinico. E una valutazione psicologica preventiva sarebbe davvero
necessaria stando ad alcuni lavori di riferimento, i cui dati testimoniano
senza eccezioni l’elevata rilevanza statistica dei disordini
mentali fra i candidati alla chirurgia estetica. La gran parte dei soggetti con questo disturbo sperimentano grave disagio per la supposta deformità, descrivendo spesso le loro preoccupazioni come ‘devastanti’ o ‘intensamente dolorose’. I più trovano le loro preoccupazioni difficili da controllare e fanno pochi o nessun tentativo per resistervi; come conseguenza, essi passano molto ore al giorno pensando al proprio difetto, al punto che questi pensieri possono dominare la loro vita. I sentimenti di vergogna li possono portare a evitare le situazioni che comportano un contatto sociale (scuola, lavoro, relazioni interpersonali), conducendoli a una situazione di isolamento estremo. Come è prevedibile, questi pazienti vedono nella chirurgia la soluzione magica al problema: tuttavia dal momento che la dismorfia risiede nell’immagine corporea a livello mentale e non in quella reale, l’intervento non altera minimamente la loro visione del corpo e non allevia la loro sofferenza, con la conseguenza di spingerli a interventi successivi nel vano tentativo di correggere chirurgicamente ciò che andrebbe affrontato psichiatricamente. Come nel caso dell’attrice tedesca Caroline W., ex concorrente del Grande Fratello germanico, entrata in coma, e in seguito deceduta, durante l’ennesimo intervento di mastoplastica additiva per portare la taglia del seno dalla sesta all’ottava. Ma la dismorfofobia non è l’unica patologia psichica rintracciabile in chi si rivolge alla chirurgia estetica. Valutando il profilo di personalità di un gruppo di pazienti della California del Sud, ospedalizzati in attesa dell’intervento di chirurgia estetica, Antony Napoleon (3) ha evidenziato come il 25% dei soggetti soffrisse di disturbo narcisistico; il 12% di disturbo dipendente; il 9,75% di disturbo istrionico; il 9% di disturbo borderline di personalità; il 4% di disturbo ossessivo-compulsivo; e il 3% di altri disturbi di personalità (antisociale, evitante, paranoide, schizotipico). In sintesi, solo il 29% dei pazienti non rispondeva a nessun criterio diagnostico per la classificazione dei disturbi di personalità, cioè rispecchiava parametri di normalità. Il disturbo narcisistico di personalità (DNP),
secondo il DSM-IV, fa riferimento a un quadro pervasivo di grandiosità,
ed è composto da mancanza di empatia, richiesta eccessiva di
ammirazione, fantasie illimitate di successo, potere, bellezza e vivacità,
e comportamenti arroganti e superbi; i difetti di maggiore preoccupazione
per i pazienti con un DNP sono quelli legati all’avanzare dell’età,
e ciò li trasforma nei migliori candidati per gli interventi
di lifting. Il criterio diagnostico che permette di identificare
un disturbo istrionico di personalità è, sempre secondo
il DSM-IV, un quadro pervasivo di emotività eccessiva e di
ricerca di attenzione. L’interazione con gli altri è
spesso caratterizzata da comportamenti sessualmente seducenti Il disturbo borderline di personalità (DBP) consiste in una modalità pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore; in una marcata impulsività, con un quadro di relazioni interpersonali instabili e intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi di idealizzazione e svalutazione, da un’alterazione dell’identità con un’immagine di sé marcatamente e persistentemente instabile, rabbia immotivata e difficoltà a controllarla con ricorrenti minacce e comportamenti automutilanti. I pazienti con un DBP dividono le parti del proprio corpo in parti buone e in parti cattive, attribuendo al chirurgo il compito di rimuovere quelle cattive, sede di problemi fisici e mentali (Harth, Hermes, 2007). Il disturbo ossessivo compulsivo si presenta infine
come un quadro uniforme di preoccupazione per l’ordine, per
il perfezionismo, per il controllo mentale e interpersonale in un’ampia
varietà di contesti. I criteri diagnostici per descrivere questo
disturbo comprendono un’attenzione per i dettagli, le regole,
l’ordine, gli schemi, l’organizzazione così elevata
da far dimenticare lo scopo Come si intuisce, accettare di operare questo tipo di pazienti è rischioso anche per il chirurgo: i pazienti con un disturbo narcisistico o istrionico di personalità risultano sempre insoddisfatti del risultato raggiunto, viste le loro aspettative irrealistiche; proprio questa insoddisfazione li porterà successivamente a sottoporsi a ulteriori interventi estetici (Malik et al., 2008), o addirittura a fare causa ai medici ‘responsabili’ dell’insuccesso. Nei pazienti con un disturbo ossessivo-compulsivo, l’atteggiamento rispetto all’esito dell’intervento estetico è quasi sempre caratterizzato da critiche molto pignole: ogni dettaglio viene analizzato e giudicato negativamente, con una vera e propria incapacità di riconoscere il risultato positivo dell’intervento: la zona operata, a opinione di questi pazienti, spesso è investita da nuove deformità, irregolarità nel contorno e nella forma. Ma sono i pazienti con un disturbo borderline di personalità i peggiori candidati alla chirurgia estetica: costoro spesso richiedono un rifacimento completo del corpo, che rispecchia il rifiuto totale del loro io psicologico. In questi pazienti, la soddisfazione post-operatoria non è collegata alle misurazioni oggettive dell’esito chirurgico, e proprio per questo risultano essere il gruppo maggiormente insoddisfatto, capace addirittura di aggredire fisicamente il chirurgo. A questo proposito Meningaud, Servant e altri hanno condotto uno studio retrospettivo analizzando le denunce a una compagnia francese di assicurazione in cui il danno estetico valutato era minimo o inesistente: sono stati ricavati venti casi (17 donne e 3 uomini), rappresentativi di tutte le categorie socio-professionali, con un’età media di 38 anni. Gli autori hanno individuato in questo campione due casi di depressione, un caso trattato ‘per i nervi’, un tentativo di suicidio, e due casi di alcolismo; la percentuale delle denuncia senza o con scarsa motivazione (30%), è dunque in linea con la media dei pazienti con disturbi emotivi che si rivolgono alla chirurgia estetica. Un discorso a parte meritano i disturbi d’ansia
e la depressione. Nell’ambito degli studi sull’ansia,
diversi autori hanno valutato il livello di quest’ultima dopo
un intervento di chirurgia estetica, giungendo alla conclusione che
i pazienti che si rivolgono alla elective surgery sono più
ansiosi della popolazione generale; tuttavia, la mancanza di fiducia
in se stessi a seguito dell’intervento diminuisce, sia per l’eliminazione
dell’imperfezione, che per l’effetto positivo collegato
all’aumento dell’autostima. Nell’analisi della condizione
dello stato depressivo, invece, si rileva una sostanziale stabilità
anche dopo l’intervento: la chirurgia estetica per i pazienti
depressi è quindi statisticamente inefficace (Meningaud et
al., 2003). In uno studio pubblicato sul British Medical Journal,
Koot, Peters e altri hanno valutato il tasso di mortalità nelle
donne svedesi che avevano subito un aumento del seno (non dovuto a
ragioni cliniche, per esempio per un tumore), fra il 1965 e il 1993,
rilevando non solo una percentuale di suicidi superiore alle attese
(+50%), ma anche una maggiore incidenza del cancro ai polmoni. Le
donne che scelgono questo tipo di intervento sembrano differire dalla
popolazione generale, o dalle donne che richiedono altri tipi di interventi
estetici, in relazione a diverse caratteristiche come lo stile di
vita, l’uso o abuso di alcool, il fumo e lo stato civile, e
questi elementi potrebbero influire sia sul rischio di suicidio, che
su quello di cancro. Gli stessi autori hanno inoltre verificato la mortalità e il rischio di suicidio in 16mila donne che avevano effettuato interventi di chirurgia estetica diversi dalla mastoplastica additiva: la loro mortalità è risultata più bassa del 32% rispetto alla popolazione generale, e il loro rischio di suicidio più alto del 55%. La spiegazione per la ridotta mortalità riscontrata risiederebbe in due fattori: i pazienti che effettuano interventi di chirurgia estetica sono in buone condizioni di salute generale (diversamente sarebbero rifiutati dal chirurgo); le loro condizioni socio-economiche sono migliori della media, e contribuiscono a determinare una maggiore aspettativa di vita (Villeneuve, Holowaty, et al., 2006). L’opinione in letteratura è unanime: i medici estetici dovrebbero far precedere all’intervento un approfondito screening psicologico, per evidenziare eventuali disturbi emotivi che potrebbero, nell’interesse del paziente, sconsigliare il ricorso alla chirurgia e far considerare una terapia psichiatrica o psicologica alternativa. Eppure questi test, a differenza degli esami di routine per confermare un buono stato di salute generale (e necessari per valutare il rischio operatorio), non vengono quasi mai proposti. Come mai? Probabilmente la risposta è in un famoso adagio americano: It’s the economy, stupid!
In Italia, nessuno dei più diffusi interventi estetici (vedi tabella), a eccezione della riduzione del seno nei casi in cui genera gravi scompensi posturali, è coperto dal sistema sanitario, e i pazienti che desiderino effettuarli devono pagare di tasca propria l’èquipe chirurgica, l’anestesista e la struttura privata in cui l’operazione verrà effettuata. Se i medici rifiutassero i pazienti che accusano disordini psicologici, il sistema della chirurgia estetica dovrebbe rinunciare a una percentuale del fatturato che va dal 30 al 70%. Considerando i dati della Società Italiana di Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica, si tratterebbe di mancate entrate per una cifra compresa fra i 215 e i 502 milioni di euro per i soli interventi di addominoplastica, liposuzione e mastoplastica (additiva e riduttiva). Senza parlare del giro d’affari perso dalla dermatologia, dalla medicina estetica, dalla cosmetica, e chissà che altro. Non c’è che dire: sono davvero in tanti a fare affari sul corpo delle donne, ma della loro mente dimenticarsi è facile.
(1) Etica e chirurgia estetica, Renato
Malta, rivista Bioetica e Cultura, 8(1), 1999, pagg. 89-90
Altri articoli sull'argomento: Scoppiare
di salute (2° parte) di Giovanna Baer, Paginauno
n. 11/2009 Scoppiare
di salute di Giovanna Baer, Paginauno n. 10/2008 Farmaci,
business e lo strano caso dell'Aulin di Giovanna Baer,
Paginauno n. 16/2010
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