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aprile - maggio 2012
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Restituzione
prospettica |
| Cesare Battisti: la funzione
di un simbolo di Walter G. Pozzi |
|
Utile
alla politica per demonizzare il conflitto sociale e a nascondere
la storia non raccontabile degli anni ’70. Le ragioni di un
accanimento mediatico. Chi ci guadagna e perché? |
| Nel suo romanzo Il colonnello Chabert, Balzac racconta di un ufficiale dell’esercito napoleonico che, dato per morto durante una battaglia, ritorna anni dopo a Parigi, sfigurato e irriconoscibile. La Francia, nel frattempo è in piena fase di Restaurazione. Napoleone entra nei discorsi con l’appellativo di ‘mostro’, in un periodo in cui la collettività si è data un gran da fare per dimenticare. Chabert è un fantasma che cammina per le strade perché il suo ritorno rischia di destabilizzare i nuovi equilibri, con il carico di significati che porta sulle spalle. Peccato che, a rigor di burocrazia, egli è morto e deve dimostrare prima di tutto di essere vivo, in un contesto storico che lo identifica come simbolo di un disvalore e non ha alcun interesse a riaccoglierlo. Pensando a Chabert, vengono in mente gli ultimi
quindici giorni del 2010, attraversati da tre accadimenti: le proteste
studentesche contro la riforma universitaria, il conflitto tra Fiom
e Fiat aperto da Marchionne nei mesi precedenti, e la sparata di Gasparri
che, a gran voce, auspica un nuovo processo 7 aprile. E proprio quando,
nel periodo natalizio, le acque sembrano calmarsi, piomba su tutto
lo sberleffo della decisione del presidente Lula di non estradare
Cesare Battisti. In coda a queste parole basta appendere il livore,
l’accanimento mediatico e politico insorto al momento della
notizia su Battisti, un personaggio meno che marginale di quel periodo,
per dedurre che a ricomporre lo gnommero e a chiudere il
teorema, rapportando le proteste di studenti e Fiom agli anni Settanta,
è l’immarcescibile parolina magica: terrorismo. In tale contesto, è superfluo dire che la
vicenda Battisti è giunta al momento più opportuno.
Quale occasione migliore per concentrare l’attenzione dei media
sul pericoloso terrorista, frutto proprio della forte conflittualità
sociale degli anni Settanta e, implicitamente, stigmatizzare le recenti
tensioni di piazza. L’accanimento contro Battisti non punta semplicemente
al bersaglio offerto da un passato che d’improvviso ritorna.
Come sempre accade, nel caso della creazione di un simbolo, il romanzo
di una vita partecipa a un gioco di rimozione. Mettendo in luce la
componente terroristica, automaticamente si cerca di chiudere il sipario
sull’operato dello Stato; sulla parte non raccontabile della
storia, quella dei misteri che lo riguardano, del suo rapporto con
mafia ed eversione nera, con la guerra, mai ufficialmente dichiarata,
mossa ai movimenti extraparlamentari, aperta con la bomba di piazza
Fontana nel 1969 e chiusa con la repressione militare e giudiziaria
del 1979. Queste le parole scritte da Sciascia in un articolo
del 1988: “Ancora oggi, quale verità abbiamo sulla morte
dell’anarchico Pinelli se non quella che ciascuno e tutti ci
siamo costruita facilmente, e con più o meno gravi varianti
a carico di coloro che lo interrogavano? Pinelli non ha resistito
alle torture morali e psichiche, e si è buttato dalla finestra:
variante più leggera. O non ha resistito alle torture fisiche
cogliendo il momento di distrazione degli astanti per buttarsi giù.
O alle torture non ha resistito, morendo, ed è stato buttato
giù. [...] ed è da ribadire che un delitto così
consumato ‘dentro’ le istituzioni è incommensurabilmente
più grave di qualsiasi delitto consumato ‘fuori’”
(3). Niente si sa dei colpevoli delle stragi; non il
conforto di una sentenza relativa a mandanti ed esecutori. Riguardo
a Piazza Fontana e alla morte di Pinelli non rimangono che due perle
giudiziarie: il malore attivo che avrebbe fatto cadere Pinelli dalla
finestra, del giudice D’Ambrosio, e l’assoluzione per
mancanza di prove di Pietro Valpreda, morto con il peso di una mancata
piena assoluzione, come giustizia avrebbe preteso. La storia non raccontabile è anche storia
di una complicità parlamentare, tutt’oggi in corso, che
trova il proprio collante nella totale rimozione del conflitto sociale
dal discorso politico. Un compito che, a partire dai giorni della
caduta del muro di Berlino, è toccato alla sinistra, come condizione
indispensabile per sopravvivere alla propria sconfitta di fronte alla
Storia. Per il momento il giochino regge, ma se la tanto temuta perdita di voti non c’è stata, il centro-sinistra lo deve, oltre che all’esistenza di Berlusconi, anche al forte sostegno ricevuto dai giornalisti e dai suoi intellettuali. Anch’essi presi dall’ansia di liberarsi dal ‘mostro’, si sono lanciati in una campagna a favore dei giudici, dimenticando la propria funzione critica, al punto di rendersi incapaci di guardare oltre il momento in cui Berlusconi non ci sarà più. Arrivando a contribuire alla morte di quella che per tutto il dopoguerra è stata una fonte di ricchezza per la crescita del pensiero politico italiano: alla morte di ogni forma di critica all’interno della sinistra. Cosa che dovrebbe destare qualche preoccupazione e che invece sembra scorrere passando inosservata. Il che è preoccupante per almeno un paio
di ragioni, entrambe rintracciabili nell’atteggiamento assunto
dall’intellettualità di sinistra nei confronti del caso
Cesare Battisti. Il problema è che forse nell’era del regno di Berlusconi, nella testa dei detentori della chiacchiera i lavoratori possono essere sacrificati sull’altare della liberazione dal ‘mostro’. E qui subentra il secondo motivo di preoccupazione. Il sostegno ai giudici, la nuova ideologia, il travaglismo il savianismo l’onestismo, con la quale il centro-sinistra ha deciso di sostituire la propria cultura, il marxismo, la ragion critica, la scuola di Francoforte, l’attacco al capitalismo; uno dei pensieri più ricchi del Novecento. Una tendenza che segna un momento di passaggio, che minaccia di essere duraturo, nella dimenticanza di quello che proprio il ricordo (oggi negato) della storia degli anni Settanta dovrebbe insegnare. E cioè che assegnare alla magistratura (e ai servizi segreti), com’è accaduto allora, il compito di supplenza, contribuisce solo a consegnare loro una forza che ha ben poco a che fare con la democrazia. Smarrimento e contraddizione, per adesso, sembrerebbe
essere la prima conseguenza, come dimostra l’esempio di Tabucchi,
uno dei tanti scrittori battutisi con forza contro l’arresto
di Sofri, criticando le sentenze che lo hanno condannato, al punto
di proporre a Gad Lerner, in un articolo scritto nel marzo del 1999,
di ripetere il processo in televisione, con l’ausilio di attori,
tale quale si era svolto in tribunale. Senza cambiare una parola,
perché gli italiani decidessero se secondo loro vivevano in
uno Stato di diritto o meno. Ma questo accadeva dodici anni fa. Certo, viene da domandarsi se abbia mai sentito
parlare dell’inchiesta 7 aprile. Soprattutto per il ruolo pionieristico
svolto da questo processo, che ha avuto il ‘merito’ di
introdurre alcuni elementi che, da allora, sono diventati protagonisti
di buona parte dei processi associativi, inclusi quelli per mafia
– non sempre e non tutti cristallini: la costruzione di impianti
teorematici, l’introduzione massiccia dell’appesantimento
di pena dovuto all’inserimento delle leggi speciali e l’uso
e l’abuso delle testimonianze di pentiti, definiti in seguito
collaboratori di giustizia. Un armamentario giuridico-giudiziario,
come Tabucchi ben sa, utilizzato anche per condannare Sofri. Perché, allora, Tabucchi non oppone per Battisti un ragionevole dubbio sulla regolarità di queste sentenze, considerando che l’intero impianto accusatorio, che lo inchioda a quattro ergastoli, è costruito sulla testimonianza di un pentito e su un altro paio di testimoni in seguito delegittimati? Proprio dei collaboratori di giustizia Tabucchi trattava nel suo articolo del 1999, e denunciava che “l’Italia è l’unico Paese d’Europa dove la parola di un pentito priva di un milligrammo di riscontri obiettivi, ha valore probatorio. Qualsiasi mitomane vi può regalare vent’anni di galera, sostenendo solo con la sua parola che vi ha visto commettere un reato. Secondo la mia opinione questo non si chiama Stato di diritto”. E aveva ragione! E ce l’avrebbe tuttora se lo ripetesse anche nel caso di Cesare Battisti; peccato però che i tempi siano cambiati, e che non convenga più, per ragioni politiche, pigiare certi tasti. Nel 1999 Berlusconi era all’opposizione ed era stato al governo, dopo le elezioni del 1994, giusto una manciata di mesi, durante i quali non aveva fatto in tempo a varare leggi per salvarsi dai processi. Nel 1999 qualcuno poteva anche credere che il centro-sinistra (che già, coperto dal silenzio dei pensatori di sinistra, aveva iniziato a riformare il mercato del lavoro garantendo un futuro da precario a buona parte dei giovani italiani, e aveva sganciato bombe sui civili in Kossovo) fosse un baluardo attendibile contro la destra berlusconiana. Ma oggi che i dirigenti del Pd hanno pienamente dimostrato di non essere in grado di garantire sopravvivenza politica nemmeno al loro partito, oggi che i giudici, impegnati nell’intento di processare Berlusconi, sono visti, da buona parte dell’elettorato di sinistra e dei salotti televisivi e giornalistici, come l’unica speranza di liberazione dal ‘mostro’, ecco che la magistratura diventa l’intoccabile baluardo della democrazia. Per dirla ancora insieme a Sciascia: “L’amministrazione della giustizia, insomma, viene assumendo un che di ieratico, di religioso, di imperscrutabile – e con conseguenti punte di fanatismo”. Dire che quelle sentenze sono una macchia per la
storia italiana, significherebbe, in questo momento, mettere in discussione
l’operato dei giudici e offrire una pericolosa sponda a Berlusconi.
Con un paradosso in più: che a destra, lo stesso Berlusconi
e i fedelissimi che lo difendono, che avrebbero convenienza a portare
quelle sentenze a esempio di quanto dicono contro i giudici, non possono
farlo per non diventare impopolari e perché sanno che certi
teoremi creativi, inossidabili capi d’accusa negli anni Settanta,
venivano allora accolti in quanto offrivano una pulizia contro forze
‘antisistema’, rappresentate non solo da chi sparava,
ma anche da chi pensava. E sanno anche che tacere ha contribuito nel
tempo a creare un paradigma (di cui Battisti è solamente uno
dei numerosi simboli) buono tuttora. Ma sanno che l’armamentario
giuridico utile alla repressione, pure costruito nell’intento
di salvaguardare il Capitale e i rapporti economici di forza vigenti,
agli inizi degli anni Novanta ha finito per ritorcersi contro politici
e industriali.
(1) Il cosiddetto processo 7 aprile
è l’inchiesta iniziata a Padova (in seguito spostatasi
per una parte a Roma), parto della mente del procuratore della Repubblica
Pietro Calogero, che ha condotto all’arresto preventivo di giornalisti,
accademici e insegnanti, appartenenti al movimento Autonomia Operaia,
con l’accusa di ‘insurrezione contro i poteri dello Stato’;
dopo un periodo di carcerazione preventiva dentro carceri di massima
sicurezza durato dai quattro ai sette anni, di cui si è occupata
anche Amnesty
Leggi anche: Il romanzo mai scritto
sugli anni Settanta,
Walter G. Pozzi, Paginauno n. 3/2007 La sovversione
del '77: l'Autonomia operaia, Paolo Pozzi, Paginauno
n. 16/2010 Strategia
della tensione, una tecnica di governo per i momenti di crisi,
Fabio Damen, Paginauno n. 17/2010
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