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Restituzione prospettica

 

Cesare Battisti: la funzione di un simbolo
di Walter G. Pozzi
Utile alla politica per demonizzare il conflitto sociale e a nascondere la storia non raccontabile degli anni ’70. Le ragioni di un accanimento mediatico. Chi ci guadagna e perché?

Nel suo romanzo Il colonnello Chabert, Balzac racconta di un ufficiale dell’esercito napoleonico che, dato per morto durante una battaglia, ritorna anni dopo a Parigi, sfigurato e irriconoscibile. La Francia, nel frattempo è in piena fase di Restaurazione. Napoleone entra nei discorsi con l’appellativo di ‘mostro’, in un periodo in cui la collettività si è data un gran da fare per dimenticare. Chabert è un fantasma che cammina per le strade perché il suo ritorno rischia di destabilizzare i nuovi equilibri, con il carico di significati che porta sulle spalle. Peccato che, a rigor di burocrazia, egli è morto e deve dimostrare prima di tutto di essere vivo, in un contesto storico che lo identifica come simbolo di un disvalore e non ha alcun interesse a riaccoglierlo.

Pensando a Chabert, vengono in mente gli ultimi quindici giorni del 2010, attraversati da tre accadimenti: le proteste studentesche contro la riforma universitaria, il conflitto tra Fiom e Fiat aperto da Marchionne nei mesi precedenti, e la sparata di Gasparri che, a gran voce, auspica un nuovo processo 7 aprile. E proprio quando, nel periodo natalizio, le acque sembrano calmarsi, piomba su tutto lo sberleffo della decisione del presidente Lula di non estradare Cesare Battisti.
Così, nel giro di pochi giorni, questi quattro eventi finiscono per aggomitolare, in un unico groviglio logico, il filo dell’attualità politica e sociale di oggi e quella degli anni Settanta.
Va detto, per amor di verità, che la ricostruzione che da qui conduce laggiù è artificiale; niente a che vedere con il rigore storico o con il ragionamento logico. C’entra semmai con il suo contrario. Tant’è che la mano che aggomitola contesti diversi, l’artifizio, è nelle parole di Gasparri, che vale la pena riportare nel loro splendore: «Qui ci vuole un 7 aprile. Mi riferisco a quel giorno del 1978 in cui furono arrestati tanti capi dell’estrema sinistra collusi con il terrorismo. Qui serve una vasta e decisa azione preventiva. Si sa chi c’è dietro la violenza scoppiata a Roma. Tutti i centri sociali i cui nomi sono ben noti città per città». E ben poco importa per l’effetto che si vuole ottenere, l’ignoranza che fa collocare il processo 7 aprile nel 1978, invece che nel 1979 (1).

In coda a queste parole basta appendere il livore, l’accanimento mediatico e politico insorto al momento della notizia su Battisti, un personaggio meno che marginale di quel periodo, per dedurre che a ricomporre lo gnommero e a chiudere il teorema, rapportando le proteste di studenti e Fiom agli anni Settanta, è l’immarcescibile parolina magica: terrorismo.
Naturalmente non è la prima volta che il lenzuolino bianco del fantasma terrorista viene sventolato davanti agli occhi degli italiani. Era accaduto anche quattro anni fa, in occasione dei raduni di piazza organizzati da Beppe Grillo contro quella che allora veniva chiamata la Casta. Non sorprende, quindi, che sia costantemente sottratto alla naftalina in occasione di tensioni sociali. E puntualmente di terrorismo si è parlato negli stessi giorni delle proteste, in occasione del lancio di uova marce da parte di gruppi di operai contro alcune sedi di Cisl e Uil.

In tale contesto, è superfluo dire che la vicenda Battisti è giunta al momento più opportuno. Quale occasione migliore per concentrare l’attenzione dei media sul pericoloso terrorista, frutto proprio della forte conflittualità sociale degli anni Settanta e, implicitamente, stigmatizzare le recenti tensioni di piazza.
Ora: è ovvio che si tratti di proporzioni: un uovo marcio non è una revolverata. Ed è altresì ovvio che la metafora che trasforma l’uovo in una P38 vale solo se proiettata come ipotesi futura. Ma, proprio come appare dalle parole di Gasparri, la preveggenza deve anche servire al potere per agire preventivamente; ovvero per reprimere prima che avvenga il reato.
Questa sofisticata articolazione concettuale che mira a usare la violenza con il consenso della stessa popolazione violentata, appartiene all’arte del governare. Sembra uno scherzo, ma a onore della classe dirigente italiana va detto che per trasformare con poche semplici parole un uovo in una pistola alle orecchie di un popolo, occorrono anni di duro lavoro, di propaganda, di menzogne e di omissioni. Perché quelle poche parole risuonino con efficacia, bisogna costruire canali di comunicazione immediati, paradigmi solidi che stimolino rapide risposte irriflessive in una popolazione pavlovizzata da una massiccia creazione di simboli.
Il gran polverone sollevato in occasione della mancata estradizione di Cesare Battisti non è stato altro che questo: la trasformazione della vicenda di un uomo in simbolo. Ovvero nella dimostrazione vivente che ideologia di sinistra e conflitto sociale inevitabilmente conducono al terrorismo. Il paradigma politico prodotto dal potere dopo gli anni Settanta per autoassolversi dal proprio criminoso operato.

L’accanimento contro Battisti non punta semplicemente al bersaglio offerto da un passato che d’improvviso ritorna. Come sempre accade, nel caso della creazione di un simbolo, il romanzo di una vita partecipa a un gioco di rimozione. Mettendo in luce la componente terroristica, automaticamente si cerca di chiudere il sipario sull’operato dello Stato; sulla parte non raccontabile della storia, quella dei misteri che lo riguardano, del suo rapporto con mafia ed eversione nera, con la guerra, mai ufficialmente dichiarata, mossa ai movimenti extraparlamentari, aperta con la bomba di piazza Fontana nel 1969 e chiusa con la repressione militare e giudiziaria del 1979.
Di tutto questo gli italiani sono stati tenuti costantemente all’oscuro. Al punto che oggi i giovani ne sanno niente e i loro genitori poco di più dei riverberi del personale passato. Gli spettatori di qualche special televisivo conservano nella testa giusto le parziali ricostruzioni di Zavoli (2), Minoli e Lucarelli, vale a dire il mantra di regime, la storia ad usum delphini: le Brigate rosse, la morte di Moro, la violenza delle manifestazioni... immagini vivide, d’effetto, mirate a fortificare pregiudizi nello spettatore.
Gli italiani sanno che ci furono delle stragi, qualcuno ha sentito parlate di Gladio, pochi conoscono l’operato sotterraneo dei servizi segreti, e ancor meno ricordano i tentativi di colpo di Stato, le leggi speciali e il funzionamento dei processi che hanno messo la parola fine a un’epoca.

Queste le parole scritte da Sciascia in un articolo del 1988: “Ancora oggi, quale verità abbiamo sulla morte dell’anarchico Pinelli se non quella che ciascuno e tutti ci siamo costruita facilmente, e con più o meno gravi varianti a carico di coloro che lo interrogavano? Pinelli non ha resistito alle torture morali e psichiche, e si è buttato dalla finestra: variante più leggera. O non ha resistito alle torture fisiche cogliendo il momento di distrazione degli astanti per buttarsi giù. O alle torture non ha resistito, morendo, ed è stato buttato giù. [...] ed è da ribadire che un delitto così consumato ‘dentro’ le istituzioni è incommensurabilmente più grave di qualsiasi delitto consumato ‘fuori’” (3).
Nel 2011 di questo episodio ancora si sa niente, in compenso, parole come quelle di Sciascia sono state sostituite, nella testa degli italiani, da quelle scritte sui libri dai figli delle vittime del terrorismo rosso, Mario Calabresi, Benedetta Tobagi, Andrea Casalegno, Alberto Torregiani...

Niente si sa dei colpevoli delle stragi; non il conforto di una sentenza relativa a mandanti ed esecutori. Riguardo a Piazza Fontana e alla morte di Pinelli non rimangono che due perle giudiziarie: il malore attivo che avrebbe fatto cadere Pinelli dalla finestra, del giudice D’Ambrosio, e l’assoluzione per mancanza di prove di Pietro Valpreda, morto con il peso di una mancata piena assoluzione, come giustizia avrebbe preteso.
Si capisce quanto agio incontrino politici e media, di fronte a ogni piccola vibrazione sociale, nel collegare proteste di piazza di oggi al terrorismo di ieri. Ma ciò dimostra anche quanto colpevole sia stata la rinuncia di storici e ‘intellettuali’ a sondare quegli anni trattandoli a partire dall’analisi dell’operato dei servizi segreti e della magistratura, le due forze cui la politica all’epoca aveva delegato compito di supplenza (in maniera molto simile alla storia raccontata da Shakespeare in Misura per misura), perché svolgessero con i loro strumenti il compito che la politica non era più in grado democraticamente di ottemperare.

La storia non raccontabile è anche storia di una complicità parlamentare, tutt’oggi in corso, che trova il proprio collante nella totale rimozione del conflitto sociale dal discorso politico. Un compito che, a partire dai giorni della caduta del muro di Berlino, è toccato alla sinistra, come condizione indispensabile per sopravvivere alla propria sconfitta di fronte alla Storia.
Il reintegro della sinistra nei nuovi assetti parlamentari non è potuto che passare attraverso il rogo dell’intero impianto ideologico in cui il Pci affondava le proprie radici. Un immenso falò in cui sono andati in fumo anche la difesa dei lavoratori, l’intera storia della sinistra e le sue ragioni fondative.
E se da un lato l’autodafé ha permesso ai dirigenti dell’attuale Pd di purificarsi agli occhi dei poteri forti, da un altro lo ha lasciato nudo, privo di idee e di alternative politiche di fronte al proprio elettorato. Uno stato di inerzia che oggi si palesa in un vuoto politico e culturale, che lo costringe alla perenne ricerca di idee credibili che sostituiscano i vecchi libri ormai sepolti; e che, a causa dell’incapacità di trovarne, ha finito per consegnare il Pd tra le braccia dell’antiberlusconismo e della speranza che i magistrati riescano a fare ciò che loro non sono in grado: defenestrare il ‘mostro’ dal mondo della politica.

Per il momento il giochino regge, ma se la tanto temuta perdita di voti non c’è stata, il centro-sinistra lo deve, oltre che all’esistenza di Berlusconi, anche al forte sostegno ricevuto dai giornalisti e dai suoi intellettuali. Anch’essi presi dall’ansia di liberarsi dal ‘mostro’, si sono lanciati in una campagna a favore dei giudici, dimenticando la propria funzione critica, al punto di rendersi incapaci di guardare oltre il momento in cui Berlusconi non ci sarà più. Arrivando a contribuire alla morte di quella che per tutto il dopoguerra è stata una fonte di ricchezza per la crescita del pensiero politico italiano: alla morte di ogni forma di critica all’interno della sinistra. Cosa che dovrebbe destare qualche preoccupazione e che invece sembra scorrere passando inosservata.

Il che è preoccupante per almeno un paio di ragioni, entrambe rintracciabili nell’atteggiamento assunto dall’intellettualità di sinistra nei confronti del caso Cesare Battisti.
La prima è legata al mondo dei lavoratori e riguarda l’equazione conflitto sociale uguale terrorismo. Che la demonizzazione di un uomo venga utilizzata dai politici per rinforzare i loro paradigmi, rientra nella logica di convenienza perseguita dai dirigenti del centro-sinistra. Può venire dato per scontato. Fanno il loro particolare interesse, e a mare i lavoratori. È semmai meno scontato che a questo gioco partecipino i cosiddetti pensatori di sinistra. Almeno loro dovrebbero aver compreso che oggi la creazione di simboli e la perpetuazione dell’ignoranza, riguardo agli anni Settanta, è uno degli strumenti con cui i politici si fanno garanti dello sfruttamento dei lavoratori e del restringimento degli spazi di protesta rimasti a loro disposizione. Possibile che non abbiano capito quale posta in palio fosse in gioco con l’affaire Battisti?; che contribuendo all’accanimento contro di lui, nel contempo contribuivano a colpire gli studenti e la Fiom?; di cadere, così facendo, nella trappola tesa dal regime che vuole che si parli del simbolo, invece di ragionare sulle ragioni della sua costruzione?

Il problema è che forse nell’era del regno di Berlusconi, nella testa dei detentori della chiacchiera i lavoratori possono essere sacrificati sull’altare della liberazione dal ‘mostro’. E qui subentra il secondo motivo di preoccupazione. Il sostegno ai giudici, la nuova ideologia, il travaglismo il savianismo l’onestismo, con la quale il centro-sinistra ha deciso di sostituire la propria cultura, il marxismo, la ragion critica, la scuola di Francoforte, l’attacco al capitalismo; uno dei pensieri più ricchi del Novecento. Una tendenza che segna un momento di passaggio, che minaccia di essere duraturo, nella dimenticanza di quello che proprio il ricordo (oggi negato) della storia degli anni Settanta dovrebbe insegnare. E cioè che assegnare alla magistratura (e ai servizi segreti), com’è accaduto allora, il compito di supplenza, contribuisce solo a consegnare loro una forza che ha ben poco a che fare con la democrazia.

Smarrimento e contraddizione, per adesso, sembrerebbe essere la prima conseguenza, come dimostra l’esempio di Tabucchi, uno dei tanti scrittori battutisi con forza contro l’arresto di Sofri, criticando le sentenze che lo hanno condannato, al punto di proporre a Gad Lerner, in un articolo scritto nel marzo del 1999, di ripetere il processo in televisione, con l’ausilio di attori, tale quale si era svolto in tribunale. Senza cambiare una parola, perché gli italiani decidessero se secondo loro vivevano in uno Stato di diritto o meno. Ma questo accadeva dodici anni fa.
Oggi, scrivendo di Cesare Battisti, Antonio Tabucchi in un articolo uscito su Le monde e ripreso da Il fatto quotidiano, senza mezzi termini lo definisce assassino, attaccando coloro che in Francia lo difendono. Tecnicamente, il ragionamento dello scrittore è condivisibile per una buona parte, soprattutto nella comparazione tra il diritto italiano e quello francese. Sennonché, nella strenua difesa dei processi italiani rispetto a quelli d’oltralpe, parla di sentenze emesse a seguito di dibattimenti svoltisi con tutte le garanzie e scrive: “Questi intellettuali, nel rifarsi con arroganza alla magistratura italiana, ignorano il prezioso servizio che i magistrati hanno reso alla democrazia e alla Costituzione italiane. Non sanno che se il terrorismo (rosso e nero) non ha avuto derive autoritarie è grazie alla nostra magistratura. Non sanno che la magistratura ha fatto arrestare in questi anni centinaia di camorristi, di politici corrotti di tutti i partiti. E non sanno che molti di questi magistrati hanno pagato con la vita. Ed evidentemente non sanno che Silvio Berlusconi, fin dal suo arrivo, ha definito la magistratura ‘un cancro da estirpare’. E dal suo punto di vista è davvero un pericolo, perché la magistratura in Italia è indipendente, non obbedisce al ministero della Giustizia come in Francia”.
Dimenticando, Tabucchi, che il punto in questione non è tanto il fatto di avere sbattuto in carcere terroristi ecc., ma le procedure con cui in molti casi questo è avvenuto.

Certo, viene da domandarsi se abbia mai sentito parlare dell’inchiesta 7 aprile. Soprattutto per il ruolo pionieristico svolto da questo processo, che ha avuto il ‘merito’ di introdurre alcuni elementi che, da allora, sono diventati protagonisti di buona parte dei processi associativi, inclusi quelli per mafia – non sempre e non tutti cristallini: la costruzione di impianti teorematici, l’introduzione massiccia dell’appesantimento di pena dovuto all’inserimento delle leggi speciali e l’uso e l’abuso delle testimonianze di pentiti, definiti in seguito collaboratori di giustizia. Un armamentario giuridico-giudiziario, come Tabucchi ben sa, utilizzato anche per condannare Sofri.
Nel momento in cui sostiene che i processi di allora non rappresentano il frutto di un’anomalia giudiziaria, lo scrittore sembra non considerare che anche il processo Sofri affonda le radici nell’humus culturale di allora, in quella richiesta di supplenza avanzata alla magistratura che oggi viene rinnovata.
Nel suo saggio scritto in difesa dell’ex leader di Lotta Continua, Carlo Ginzburg riflette sulla possibilità che il processo a Sofri sia il frutto di un complotto e se questo è vero, e se anche Tabucchi lo crede, è lecito anche supporre che possa essersi trattato dell’ultimo regolamento di conti del potere militare e giudiziario. Se non con gli assassini del commissario Calabresi, sicuramente con l’intera epoca.

Perché, allora, Tabucchi non oppone per Battisti un ragionevole dubbio sulla regolarità di queste sentenze, considerando che l’intero impianto accusatorio, che lo inchioda a quattro ergastoli, è costruito sulla testimonianza di un pentito e su un altro paio di testimoni in seguito delegittimati? Proprio dei collaboratori di giustizia Tabucchi trattava nel suo articolo del 1999, e denunciava che “l’Italia è l’unico Paese d’Europa dove la parola di un pentito priva di un milligrammo di riscontri obiettivi, ha valore probatorio. Qualsiasi mitomane vi può regalare vent’anni di galera, sostenendo solo con la sua parola che vi ha visto commettere un reato. Secondo la mia opinione questo non si chiama Stato di diritto”. E aveva ragione! E ce l’avrebbe tuttora se lo ripetesse anche nel caso di Cesare Battisti; peccato però che i tempi siano cambiati, e che non convenga più, per ragioni politiche, pigiare certi tasti.

Nel 1999 Berlusconi era all’opposizione ed era stato al governo, dopo le elezioni del 1994, giusto una manciata di mesi, durante i quali non aveva fatto in tempo a varare leggi per salvarsi dai processi. Nel 1999 qualcuno poteva anche credere che il centro-sinistra (che già, coperto dal silenzio dei pensatori di sinistra, aveva iniziato a riformare il mercato del lavoro garantendo un futuro da precario a buona parte dei giovani italiani, e aveva sganciato bombe sui civili in Kossovo) fosse un baluardo attendibile contro la destra berlusconiana. Ma oggi che i dirigenti del Pd hanno pienamente dimostrato di non essere in grado di garantire sopravvivenza politica nemmeno al loro partito, oggi che i giudici, impegnati nell’intento di processare Berlusconi, sono visti, da buona parte dell’elettorato di sinistra e dei salotti televisivi e giornalistici, come l’unica speranza di liberazione dal ‘mostro’, ecco che la magistratura diventa l’intoccabile baluardo della democrazia. Per dirla ancora insieme a Sciascia: “L’amministrazione della giustizia, insomma, viene assumendo un che di ieratico, di religioso, di imperscrutabile – e con conseguenti punte di fanatismo”.

Dire che quelle sentenze sono una macchia per la storia italiana, significherebbe, in questo momento, mettere in discussione l’operato dei giudici e offrire una pericolosa sponda a Berlusconi. Con un paradosso in più: che a destra, lo stesso Berlusconi e i fedelissimi che lo difendono, che avrebbero convenienza a portare quelle sentenze a esempio di quanto dicono contro i giudici, non possono farlo per non diventare impopolari e perché sanno che certi teoremi creativi, inossidabili capi d’accusa negli anni Settanta, venivano allora accolti in quanto offrivano una pulizia contro forze ‘antisistema’, rappresentate non solo da chi sparava, ma anche da chi pensava. E sanno anche che tacere ha contribuito nel tempo a creare un paradigma (di cui Battisti è solamente uno dei numerosi simboli) buono tuttora. Ma sanno che l’armamentario giuridico utile alla repressione, pure costruito nell’intento di salvaguardare il Capitale e i rapporti economici di forza vigenti, agli inizi degli anni Novanta ha finito per ritorcersi contro politici e industriali.
Le inchieste giudiziarie che vediamo oggi, quelle che il premier stesso denuncia a torto o a ragione come teoremi, così come altre del passato recente come Mani Pulite, pure conservando per molti loro aspetti le medesime modalità sperimentate negli anni Settanta, si configurano come una regolazione di conti all’interno del sistema stesso. Eppure, c’è tutta una fascia politica che ritiene che non convenga disturbare il manovratore, pensatori compresi. Con questo accettando, rendendosene responsabili, tutto ciò che politicamente ne conseguirà in futuro, quando qualcuno forse rimpiangerà di non avere reso, oggi, Adriano Sofri ed Enzo Tortora, simboli abbastanza forti in grado di contrastare il potere cresciuto ai giorni nostri.

 

Walter G. Pozzi

(1) Il cosiddetto processo 7 aprile è l’inchiesta iniziata a Padova (in seguito spostatasi per una parte a Roma), parto della mente del procuratore della Repubblica Pietro Calogero, che ha condotto all’arresto preventivo di giornalisti, accademici e insegnanti, appartenenti al movimento Autonomia Operaia, con l’accusa di ‘insurrezione contro i poteri dello Stato’; dopo un periodo di carcerazione preventiva dentro carceri di massima sicurezza durato dai quattro ai sette anni, di cui si è occupata anche Amnesty
International per la palese violazione dei diritti civili e umani, il processo si è concluso con l’assoluzione dei 140 imputati
(2) La notte del giornalismo di Giovanna Cracco, Paginauno n. 18/2010
(3) A futura memoria, Leonardo Sciascia, Bompiani

 

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