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Caritas in capitalismo: la dottrina sociale della Chiesa |
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Dalla Rerum novarum alla Caritas
in veritate, la santa alleanza tra Chiesa e capitalismo nata
dalla lotta al socialismo e rinsaldata da lucrosi affari e dall’ipocrisia
di un nuovo ‘capitalismo etico’ |
| Esce lo scorso luglio l’attesa
enciclica sociale Caritas in veritate: i commenti del mondo
politico, finanziario, imprenditoriale e sindacale sono unanimi ed esprimono
entusiasmo e vivo interesse. Per Tremonti è “il primo e
più completo manuale per affrontare la terra incognita che è
il nuovo mondo globalizzato”; Draghi ne elogia ogni passaggio
in un editoriale di prima pagina sull’Osservatore Romano; Emma
Marcegaglia gongola di soddisfazione e dalle pagine de Il Sole 24ore
sottoscrive i paragrafi che trattano di impresa, investimenti, mercato
e profitto: “Quanto all’idea stessa di mercato, la difesa
di una sua corretta nozione devo dire che è andata persino al
di là delle mie aspettative”, e in merito all’impresa
“una sintesi tanto potente della sua centrale importanza, come
questa proposta dalla Caritas in veritate, è un contributo essenziale
per motivare Stati e poteri pubblici a fare tutto il necessario, oggi,
per impedire che l’impresa perisca”. Dalla parte opposta,
per Bonanni è “un’enciclica punto di riferimento
e di speranza per tutto il mondo del lavoro”, per Angeletti “è
una sferzata per tutti che tra l’altro esorta a non abbassare
il livello della tutela dei lavoratori”, per Epifani è
un “documento positivo che mette al centro il lavoro”. Insomma,
il testo di Ratzinger sembra poter illuminare, improvvisamente, il buio
della crisi economica e tracciare una via d’uscita. Nel 1974, dalle pagine del Corsera, Pasolini definiva
‘storico’ un discorso da poco pronunciato da Paolo VI: di
fronte al crollo delle vocazioni religiose, al ‘tradimento’
dei fedeli convertiti al laicismo e all’edonismo consumistico,
a un potere politico che aveva abbracciato l’ideologia del benessere,
il papa si era lasciato andare a uno slancio impulsivo e sincero e in
modo del tutto irrazionale proponeva come soluzione il pregare;
irrazionale perché era evidente che se il mondo non pregava più,
l’unica a ritrovarsi a pregare, e per di più per la propria
sopravvivenza, era la Chiesa; sincero perché era il prendere
atto che la Chiesa in quanto guida morale e spirituale dell’umanità
verso il regno dell’Aldilà, era stata definitivamente sconfitta
dal regno materiale dell’aldiqua. In questa impietosa
autoanalisi, Pasolini vedeva la possibilità di una rinascita
pur, realisticamente, non confidandoci affatto: vinta, la Chiesa avrebbe
potuto finalmente passare all’opposizione, ma per farlo
avrebbe dovuto rinnegare se stessa. Liberarsi dal giogo della gestione
del potere, divenire “guida grandiosa ma non autoritaria per tutti
coloro che rifiutano il nuovo potere consumistico che è completamente
irreligioso, totalitario, violento, falsamente tollerante, anzi, più
repressivo che mai, corruttore, degradante (mai più di oggi ha
avuto senso l’affermazione di Marx per cui il capitale trasforma
la dignità umana in merce di scambio)”. Passano gli anni e mutano i tempi. Soprattutto, le
aperture del Concilio Vaticano II segnano la Chiesa, Paolo VI non può
che raccoglierne la pesante eredità e nel 1967, il contesto storico
nel quale sente di dovere dire la propria in ambito sociale è
la decolonizzazione. L’enciclica Populorum progressio è
una denuncia accorata del sistema economico che ha affamato interi popoli.
Tuttavia, non potendo la Chiesa mettere in discussione le ontologiche
cause di diseguaglianza che lo stesso sistema contiene, non può
che fermarsi all’analisi delle sue conseguenze e ancora puntare
unicamente alla moralizzazione del capitalismo. E dunque accanto a una
forte denuncia del lascito di povertà del colonialismo, accusato
di aver sfruttato le risorse naturali per i propri interessi, e di quella
forma di neocolonialismo che si configura in pressioni politiche ed
economiche al fine di mantenere un’egemonia anche nel Paese divenuto
indipendente, Paolo VI richiama sempre la stessa trinità,
etica, morale e giustizia, nella gestione dei rapporti economici e politici,
e invita gli Stati a formulare riforme al fine di evitare “reazioni
popolari violente, agitazioni insurrezionali, scivolamenti verso le
ideologie totalitarie”; perché, e lo sottolinea, “la
collettivizzazione integrale o una pianificazione arbitraria”
sono “negatrici di libertà” ed “escluderebbero
l’esercizio dei diritti fondamentali della persona umana”.
Lo spettro del 1891 di Leone XIII si è trasformato nel socialismo
reale dell’Urss – che certo non era il comunismo di cui
parlava Marx nel suo Manifesto, ma tant’è – e lo
sguardo della Chiesa è sempre rivolto a quello che considera
ancora il suo antagonista principale. Pur smussando un po’, ideologicamente,
gli angoli del sacro diritto alla proprietà privata e al profitto:
la prima “non costituisce per alcuno un diritto incondizionato
e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo
ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario”
e “il bene comune esige dunque talvolta l’espropriazione
se, per via della loro estensione, del loro sfruttamento esiguo o nullo,
della miseria che ne deriva per le popolazioni, del danno considerevole
arrecato agli interessi del Paese, certi possedimenti sono di ostacolo
alla prosperità collettiva”. Il secondo, il profitto, “avere
di più, per i popoli come per le persone, non è lo scopo
ultimo”; l’economia è al servizio dell’uomo”:
“non che si debba o si voglia prospettare l’abolizione del
mercato basato sulla concorrenza: si vuol soltanto dire che occorre
però mantenerlo dentro limiti che lo rendano giusto e morale,
e dunque umano”. Una giustizia che deve regolare non solo i rapporti
internazionali ma anche quelli interni, tra capitale e lavoro. Ancora Paolo VI nel 1971, in occasione dell’ottantesimo anniversario della Rerum novarum, pubblica l’enciclica Octogesima Adveniens. Sono gli anni di un Pci in ascesa, i primi anni di un aperto conflitto sociale esploso nel ’69. Paolo VI non può non tenerne conto e per prima cosa afferma che l’azione politica deve essere, appunto, un’azione e non un’ideologia. Riconosce al marxismo un’evoluzione che lo rende, per la Chiesa, forse più pericoloso di un tempo, di certo ancora il principale antagonista, e si prodiga ancora per condannarlo. “Ci sono cristiani che si lasciano attirare dalle correnti socialiste e dalle loro diverse evoluzioni”, chiedendosi se “un’evoluzione storica del marxismo non possa autorizzare taluni accostamenti concreti”; non è possibile farne nessuno, afferma Paolo VI, perché non si possono “accettare gli elementi dell’analisi marxista” – “la forma più attenuata ma più seducente per lo spirito moderno, di attività scientifica, di metodo rigoroso di analisi della realtà sociale e politica, di legame razionale ed esperimentato della Storia tra la conoscenza teorica e la prassi della trasformazione rivoluzionaria” – “trascurando di avvertire il tipo di sociètà totalitaria e violenta alla quale questo processo conduce”. Riconosce dunque come legittimo il diritto di sciopero, ma regolamentato in caso di servizi pubblici e soprattutto, mai dichiarato per “rivendicazioni d’ordine direttamente politico”: è lecito chiedere aumenti salariali, illecito mettere in discussione il sistema economico e politico. Dall’altra parte, anche l’ideologia liberale necessita di un discernimento che non ponga la libertà individuale al di sopra del bene collettivo, ma essa può, al contrario del socialismo, essere moralizzata dalla politica, a sua volta illuminata dai princìpi cristiani. Sempre lì, si arriva. E dato che “sotto la spinta dei nuovi sistemi di produzione si fendono le frontiere nazionali e si vedono apparire nuove potenze economiche, le imprese multinazionali”, occorre l’intervento di strutture non solo statali ma sovranazionali per “instaurare una più grande giustizia nella ripartizione dei beni”. Paolo VI, come prima Leone XIII, non può che rinnovare la falsa patente di neutralità agli Stati nazionali e alle istituzioni mondiali. Nel 1991, il Muro è caduto. La Germania è
stata unificata all’interno della Nato, sono stati rovesciati
i regimi comunisti delle nazioni satelliti dell’Urss dell’est
Europa e Bush e Gorbacëv hanno dichiarato la fine della guerra
fredda. A cento anni dalla Rerum novarum e dal suo spettro, Wojtyla
pubblica l’enciclica Centesimus annus e sottolineando
il “debito di gratitudine che l’intera Chiesa ha verso il
grande papa e il suo immortale documento”, canta vittoria sullo
storico nemico e si riappropria del “movimento operaio”
che “per circa un secolo […] era finito in parte sotto l’egemonia
del marxismo”. Nel 2009, la Chiesa è totalmente libera dallo spettro del comunismo ma si ritrova anche, nel contesto italiano, priva di un partito politico di riferimento. Tuttavia, e paradossalmente, questa mancanza accresce il suo potere politico: oggi Ratzinger parla a tutti, e tutti lo ascoltano. Da destra a ‘sinistra’, le genuflessioni a caccia dei voti del ‘bacino di utenza’ del Vaticano, non si contano; e quindi da destra a ‘sinistra’, tutti insieme appassionatamente abbracciati al capitalismo, tristemente non esiste più alcuna voce che si levi a smascherare l’ipocrisia della dottrina sociale di una Chiesa che non può condannare il capitalismo per coerenza, certo, ma soprattutto perché ormai è divenuta essa stessa parte di quel sistema, perfettamente integrata nelle logiche della proprietà privata, del libero mercato con i numerosi enti commerciali, del sistema finanziario selvaggio e criminale nel quale la stessa banca del Vaticano ha fatto e continua a fare lucrosi affari. E dunque, davanti alla crisi economica e a uno spettro ben peggiore (per l’uomo, non per la Chiesa) di quello del comunismo, lo spettro della povertà che produce un flusso migratorio dal terzo mondo come mai si è visto prima e sempre più a ridosso anche del ceto medio del mondo industrializzato, la Caritas in veritate ha ben poco di nuovo da dire rispetto alle encicliche sociali precedenti, se non aggiornare l’azione ‘moralizzatrice’ alle mutate situazioni sociali e affermare che occorre “correggere le disfunzioni” del sistema: “un’attività finanziaria mal utilizzata e per lo più speculativa”, una mobilità lavorativa – “un fenomeno importante, non privo di aspetti positivi” – ancora caratterizzata da troppa incertezza, e una migrazione trattata come merce-lavoro. Tuttavia è chiaro che il conflitto capitale/lavoro e il lavoro stesso non sono più il fulcro della dottrina sociale della Chiesa –checché ne dica il triumvirato sindacale – così come non lo è – non vi compare infatti, nemmeno nominata – la proprietà privata: la schiacciante vittoria del capitalismo rende ormai superflua l’arringa in sua difesa. I sindacati sono chiamati “a farsi carico dei nuovi problemi delle nostre società” – il passaggio dalla centralità della persona-lavoratrice alla persona-consumatrice – e fermo restando il dovere sociale dello Stato e delle istituzioni sovranazionali – entrambi sempre neutrali – resta la bontà del sistema del libero mercato, in quanto “non è lo strumento a dover essere chiamato in causa ma l’uomo, la sua coscienza morale” – della cui educazione si fa carico come sempre la Chiesa – e nel quale devono “liberamente operare, in condizioni di pari opportunità, imprese che perseguono fini istituzionali diversi: accanto all’impresa privata orientata al profitto, e ai vari tipi di impresa pubblica, devono potersi radicare ed esprimere quelle organizzazioni produttive che perseguono fini mutualistici e sociali”. Quel terzo settore non profit nel quale (guarda caso) la Chiesa fa la parte del leone e che sempre più appare anch’esso dedito allo sfruttamento dell’uomo e alla rincorsa al profitto e vittima di ‘disfunzioni’ clientelari e corruttive (1). “L’economia ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento”, afferma Ratzinger, non dicendo nulla di nuovo rispetto ai suoi predecessori; tuttavia, se alla scelta di campo di Leone XIII può essere concessa un’attenuante, in quanto dettata anche dalla necessità di sopravvivenza della stessa Chiesa, quella di Ratzinger è una scelta di potere. E mai come in questa scelta, in questa ormai lampante impossibilità di passare all’opposizione, la Chiesa ha rivelato la sua indifferenza verso l’uomo e la ferocia dell’etica non ufficiale che le appartiene.
Giovanna Cracco
(1) E
tu chiamale Onlus, Giorgio Morale, PaginaUno n. 15/2009
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