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Caritas in capitalismo: la dottrina sociale della Chiesa
di Giovanna Cracco
Dalla Rerum novarum alla Caritas in veritate, la santa alleanza tra Chiesa e capitalismo nata dalla lotta al socialismo e rinsaldata da lucrosi affari e dall’ipocrisia di un nuovo ‘capitalismo etico’

Esce lo scorso luglio l’attesa enciclica sociale Caritas in veritate: i commenti del mondo politico, finanziario, imprenditoriale e sindacale sono unanimi ed esprimono entusiasmo e vivo interesse. Per Tremonti è “il primo e più completo manuale per affrontare la terra incognita che è il nuovo mondo globalizzato”; Draghi ne elogia ogni passaggio in un editoriale di prima pagina sull’Osservatore Romano; Emma Marcegaglia gongola di soddisfazione e dalle pagine de Il Sole 24ore sottoscrive i paragrafi che trattano di impresa, investimenti, mercato e profitto: “Quanto all’idea stessa di mercato, la difesa di una sua corretta nozione devo dire che è andata persino al di là delle mie aspettative”, e in merito all’impresa “una sintesi tanto potente della sua centrale importanza, come questa proposta dalla Caritas in veritate, è un contributo essenziale per motivare Stati e poteri pubblici a fare tutto il necessario, oggi, per impedire che l’impresa perisca”. Dalla parte opposta, per Bonanni è “un’enciclica punto di riferimento e di speranza per tutto il mondo del lavoro”, per Angeletti “è una sferzata per tutti che tra l’altro esorta a non abbassare il livello della tutela dei lavoratori”, per Epifani è un “documento positivo che mette al centro il lavoro”. Insomma, il testo di Ratzinger sembra poter illuminare, improvvisamente, il buio della crisi economica e tracciare una via d’uscita.

Tuttavia proprio l’unanimità dei commenti dovrebbe far suonare un campanellino d’allarme: o la crisi ha prodotto il miracolo, e ci troviamo di fronte a una conversione dell’élite politica, finanziaria ed economica degna dell’Innominato, o coloro che dovrebbero difendere il mondo del lavoro si sono a tal punto arresi alle dinamiche capitalistiche da gioire per un mero invito ‘morale’ contenuto in un documento che, nella sua totalità, non mette affatto in discussione lo status quo; un documento, tra l’altro, perfettamente in linea con la secolare dottrina sociale della Chiesa, che nell’inevitabile conflitto tra capitale e lavoratori, ha sempre scelto di sostenere il primo.

Nel 1974, dalle pagine del Corsera, Pasolini definiva ‘storico’ un discorso da poco pronunciato da Paolo VI: di fronte al crollo delle vocazioni religiose, al ‘tradimento’ dei fedeli convertiti al laicismo e all’edonismo consumistico, a un potere politico che aveva abbracciato l’ideologia del benessere, il papa si era lasciato andare a uno slancio impulsivo e sincero e in modo del tutto irrazionale proponeva come soluzione il pregare; irrazionale perché era evidente che se il mondo non pregava più, l’unica a ritrovarsi a pregare, e per di più per la propria sopravvivenza, era la Chiesa; sincero perché era il prendere atto che la Chiesa in quanto guida morale e spirituale dell’umanità verso il regno dell’Aldilà, era stata definitivamente sconfitta dal regno materiale dell’aldiqua. In questa impietosa autoanalisi, Pasolini vedeva la possibilità di una rinascita pur, realisticamente, non confidandoci affatto: vinta, la Chiesa avrebbe potuto finalmente passare all’opposizione, ma per farlo avrebbe dovuto rinnegare se stessa. Liberarsi dal giogo della gestione del potere, divenire “guida grandiosa ma non autoritaria per tutti coloro che rifiutano il nuovo potere consumistico che è completamente irreligioso, totalitario, violento, falsamente tollerante, anzi, più repressivo che mai, corruttore, degradante (mai più di oggi ha avuto senso l’affermazione di Marx per cui il capitale trasforma la dignità umana in merce di scambio)”.

È una riflessione, quella di Pasolini, che non può non tornare alla mente leggendo l’enciclica di Ratzinger: quando il papa afferma che “la Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire” e, richiamando l’enciclica Populorum progressio di Paolo VI, che non pretende “minimamente d’intromettersi nella politica degli Stati”, viene da esclamare: vola alto, allora! Il capitalismo è uscito vincitore dalle lotte del Novecento con la sua proprietà privata, fulcro nodale di tale sistema, divenuta socialmente e culturalmente dogma indiscusso; il comunismo, nemico storico della Chiesa, è stato sconfitto e Ratzinger, al contrario di Paolo VI, non deve più farci i conti. La Chiesa dunque si ritrova oggi ‘al calduccio’, ritornata a essere l’unico faro nell’oceano di miseria e diseguaglianza creato dal capitalismo e per di più in posizione di debolezza rispetto a un sistema economico globalizzato che nessuno, obiettivamente, spera più di poter rivoluzionare. Una debolezza che dà libertà, dal momento in cui dichiara apertamente di porsi al di fuori di soluzioni pratiche e politiche, di non pretendere di essere – e di non voler essere – una guida pragmatica e realistica ma di avere unicamente “una missione di verità da compiere, in ogni tempo ed evenienza, per una società a misura dell’uomo, della sua dignità, della sua vocazione”. Libera di scegliere di lottare contro questo sistema economico e sociale che degrada e schiavizza l’uomo; di gridare il fallimento del capitalismo – empirico e storico, se non vuole riconoscere quello ideologico, che la costringerebbe a fare i conti con la condanna del socialismo che ha sempre portato avanti dalla Rerum novarum in poi – e di riconoscere nella proprietà privata il primo, fondamentale, mattone su cui regge l’intero sistema delle diseguaglianze; libera di affermare quella giustizia morale che rivendica per tutti gli uomini il diritto all’uso dei beni necessari a una personale crescita sociale, economica e spirituale, che è ben diverso dal diritto di possederli, il quale, tra l’altro, non è affatto necessario in un’ottica cristiana dato che, nell’Aldilà, non occorre presentarsi con certificati di proprietà alla mano. Ma non può farlo, ovviamente. Come era ben consapevole anche Pasolini, l’appello sincero di Paolo VI sarebbe rientrato nell’insincerità pragmatica del potere già dal discorso successivo, e così è stato; la prima enciclica sociale ha segnato la linea di condotta e le successive non l’hanno mai messa in discussione, tanto meno l’ultima di Ratzinger.

La Chiesa, dopo i contraccolpi subiti dalla rivoluzione scientifica del Seicento e dall’illuminismo del Settecento, ha trovato nel capitalismo la linfa per sopravvivere; non a caso, infatti, la sua dottrina sociale nasce nel 1891, con la Rerum novarum di Leone XIII.
Pubblicato per la prima volta a Londra nel 1848, il Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels così iniziava: “Uno spettro si aggira per l’Europa – lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa, il papa e lo zar, Metternich e Guizot, i radicali francesi e i poliziotti tedeschi, si sono unite in una crociata e in una caccia spietata contro questo spettro”. E Leone XIII inizia la sua enciclica citando “l’ardente brama di novità che da gran tempo ha cominciato ad agitare i popoli” e che ha creato “un sentimento delle proprie forze divenuto nelle classi lavoratrici più vivo, e l’unione tra loro più intima”, al punto da fare scoppiare il conflitto. La Chiesa, in quel momento, fa l’unica scelta di campo possibile per la propria sopravvivenza. Il socialismo, ponendosi ideologicamente a difesa degli interessi della moltitudine sfruttata e abbruttita dal sistema capitalistico avviato con la rivoluzione industriale, entrava in diretta concorrenza con la Chiesa: i poveri, gli affamati, i deboli che subivano le ingiustizie dei potenti, non avevano avuto altro che una morale religiosa, fino a quel momento, a cui appellarsi. Analizzando, inoltre, i rapporti capitale/lavoro e i meccanismi dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e concludendo che proprio quei meccanismi economici erano la causa delle diseguaglianze sociali, il socialismo proponeva una soluzione scientifica di cambiamento. Che fine avrebbero fatto la fede e la Chiesa stessa, che comprende e consola, inserendo anche l’ultimo diseredato in un disegno divino più alto e permettendo così il pacifico mantenimento dello status quo? L’abbraccio con il capitalismo garantiva invece alla Chiesa la conservazione di un larghissimo ‘bacino di utenza’, quei milioni di poveri che continuando a essere sfruttati e non potendo aspirare a una vita migliore su questa terra, non avevano altra possibilità che pregare e consolarsi nella speranza di un’eguaglianza ‘sociale’ almeno dopo morti. Perfetta sovrastruttura culturale della struttura economica, la Chiesa poteva sopravvivere nella diatriba capitalismo vs comunismo solo ponendosi in falsa contrapposizione – puramente etica e morale – al capitalismo e quindi in aperto antagonismo al socialismo, rifiutando perciò non solo il pericoloso incitamento alla rivoluzione ma anche la teoria economica che ne stava alla base. Il capitalismo dunque non è di per sé un sistema che produce ingiustizia sociale, è sano, occorre solo ‘moralizzarlo’; un compito di cui si sarebbe occupata la Chiesa.

L’enciclica di Leone XIII – esplicitamente rivolta alla “questione operaia” – è la più estrema e radicale: lo richiedeva la lotta appena iniziata contro lo spettro che si aggirava per l’Europa. E dunque: “la proprietà privata è diritto naturale” superiore a ogni possibile diversa legge scritta dall’uomo e ha perfino il suggello divino del decimo Comandamento: “non desiderare la roba d’altri”; abolirla è ingiusto “giacché manomette i diritti dei legittimi proprietari, altera le competenze degli uffici dello Stato, e scompiglia tutto l’ordine sociale”; i governi devono quindi assicurarla “per mezzo di sagge leggi” e “l’autorità dello Stato, posto freno ai sobillatori, preservi i buoni operai dal pericolo della seduzione e i legittimi padroni da quello dello spogliamento”; obblighi del proletario e dell’operaio sono lavorare con onestà, “non recare danno alla roba né offesa alla persona dei padroni”, “astenersi da atti violenti né mai trasformare in ammutinamento” (cioè sciopero) la difesa dei propri diritti; “doveri dei capitalisti e dei padroni sono non tenere gli operai schiavi, rispettare in essi la dignità della persona umana […], lasciare all’operaio comodità e tempo che bastino a compiere i doveri religiosi” e riconoscere un salario che “non deve essere inferiore al sostentamento dell’operaio, frugale si intende, e di retti costumi”; occorre “sopportare la condizione propria dell’umanità: togliere dal mondo le disparità sociali, è cosa impossibile”, ma è “agli operai, che sono nel numero dei deboli e dei bisognosi” che “lo Stato deve di preferenza rivolgere le cure e le provvidenze sue”.

Nel momento in cui l’enciclica stabilisce diritti e doveri delle due classi sociali tra loro contrapposte e riconosce, in un simile sistema, l’impossibilità di arrivare a un’eguaglianza sociale, non può far altro che richiamare anche lo stesso Stato a un dovere sociale, riconoscendogli con ipocrisia una patente di neutralità; fingendo di dimenticare, quindi, che lo Stato non è un ente astratto ma è l’élite politica che lo dirige, espressione del potere economico e non certo della classe operaia, impossibilitata dalla propria condizione di nascita e dalla mancanza di mobilità sociale ad accedere alla tribuna politica; e chissà mai quali interessi difenderanno le leggi promulgate dalla classe dei padroni, nel momento in cui la Chiesa nega ai lavoratori perfino il diritto allo sciopero, unica arma pacifica di ‘ricatto’ per ottenere qualcosa.
Quale contentino, l’enciclica riconosce però loro il diritto all’associazione – per far che cosa, a questo punto, davvero non si sa – e afferma che le leggi devono favorire il diritto al risparmio dell’operaio per “fare in modo che cresca il più possibile il numero dei proprietari”. All’aleatoria fede nell’Aldilà, la Chiesa aggiunge una più pragmatica illusione per l’aldiqua: mentre la maggioranza dell’umanità spera di poter migliorare la propria condizione, la minoranza può continuare a godere dei frutti del lavoro degli altri.

Passano gli anni e mutano i tempi. Soprattutto, le aperture del Concilio Vaticano II segnano la Chiesa, Paolo VI non può che raccoglierne la pesante eredità e nel 1967, il contesto storico nel quale sente di dovere dire la propria in ambito sociale è la decolonizzazione. L’enciclica Populorum progressio è una denuncia accorata del sistema economico che ha affamato interi popoli. Tuttavia, non potendo la Chiesa mettere in discussione le ontologiche cause di diseguaglianza che lo stesso sistema contiene, non può che fermarsi all’analisi delle sue conseguenze e ancora puntare unicamente alla moralizzazione del capitalismo. E dunque accanto a una forte denuncia del lascito di povertà del colonialismo, accusato di aver sfruttato le risorse naturali per i propri interessi, e di quella forma di neocolonialismo che si configura in pressioni politiche ed economiche al fine di mantenere un’egemonia anche nel Paese divenuto indipendente, Paolo VI richiama sempre la stessa trinità, etica, morale e giustizia, nella gestione dei rapporti economici e politici, e invita gli Stati a formulare riforme al fine di evitare “reazioni popolari violente, agitazioni insurrezionali, scivolamenti verso le ideologie totalitarie”; perché, e lo sottolinea, “la collettivizzazione integrale o una pianificazione arbitraria” sono “negatrici di libertà” ed “escluderebbero l’esercizio dei diritti fondamentali della persona umana”. Lo spettro del 1891 di Leone XIII si è trasformato nel socialismo reale dell’Urss – che certo non era il comunismo di cui parlava Marx nel suo Manifesto, ma tant’è – e lo sguardo della Chiesa è sempre rivolto a quello che considera ancora il suo antagonista principale. Pur smussando un po’, ideologicamente, gli angoli del sacro diritto alla proprietà privata e al profitto: la prima “non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario” e “il bene comune esige dunque talvolta l’espropriazione se, per via della loro estensione, del loro sfruttamento esiguo o nullo, della miseria che ne deriva per le popolazioni, del danno considerevole arrecato agli interessi del Paese, certi possedimenti sono di ostacolo alla prosperità collettiva”. Il secondo, il profitto, “avere di più, per i popoli come per le persone, non è lo scopo ultimo”; l’economia è al servizio dell’uomo”: “non che si debba o si voglia prospettare l’abolizione del mercato basato sulla concorrenza: si vuol soltanto dire che occorre però mantenerlo dentro limiti che lo rendano giusto e morale, e dunque umano”. Una giustizia che deve regolare non solo i rapporti internazionali ma anche quelli interni, tra capitale e lavoro.

Paolo VI non dà dunque per immutabili e proprie della condizione umana le disparità sociali, come invece il suo predecessore Leone XIII – più sincero e obiettivo rispetto alle dinamiche del capitalismo, ma poteva permetterselo nel 1891 – tuttavia resta sempre lì, impossibilitato ad andare in profondità: capitalismo, proprietà privata e libero mercato vanno bene, se non generano conflitti e diseguaglianze; ma il profitto che permette a un’impresa privata di restare concorrenziale sul mercato è generato dallo sfruttamento del lavoro, che produce conflitti e diseguaglianze. È un po’ come volere la moglie ubriaca e la botte piena. Salvo, appunto, appellarsi all’etica e alla morale.

Ancora Paolo VI nel 1971, in occasione dell’ottantesimo anniversario della Rerum novarum, pubblica l’enciclica Octogesima Adveniens. Sono gli anni di un Pci in ascesa, i primi anni di un aperto conflitto sociale esploso nel ’69. Paolo VI non può non tenerne conto e per prima cosa afferma che l’azione politica deve essere, appunto, un’azione e non un’ideologia. Riconosce al marxismo un’evoluzione che lo rende, per la Chiesa, forse più pericoloso di un tempo, di certo ancora il principale antagonista, e si prodiga ancora per condannarlo. “Ci sono cristiani che si lasciano attirare dalle correnti socialiste e dalle loro diverse evoluzioni”, chiedendosi se “un’evoluzione storica del marxismo non possa autorizzare taluni accostamenti concreti”; non è possibile farne nessuno, afferma Paolo VI, perché non si possono “accettare gli elementi dell’analisi marxista” – “la forma più attenuata ma più seducente per lo spirito moderno, di attività scientifica, di metodo rigoroso di analisi della realtà sociale e politica, di legame razionale ed esperimentato della Storia tra la conoscenza teorica e la prassi della trasformazione rivoluzionaria” – “trascurando di avvertire il tipo di sociètà totalitaria e violenta alla quale questo processo conduce”. Riconosce dunque come legittimo il diritto di sciopero, ma regolamentato in caso di servizi pubblici e soprattutto, mai dichiarato per “rivendicazioni d’ordine direttamente politico”: è lecito chiedere aumenti salariali, illecito mettere in discussione il sistema economico e politico. Dall’altra parte, anche l’ideologia liberale necessita di un discernimento che non ponga la libertà individuale al di sopra del bene collettivo, ma essa può, al contrario del socialismo, essere moralizzata dalla politica, a sua volta illuminata dai princìpi cristiani. Sempre lì, si arriva. E dato che “sotto la spinta dei nuovi sistemi di produzione si fendono le frontiere nazionali e si vedono apparire nuove potenze economiche, le imprese multinazionali”, occorre l’intervento di strutture non solo statali ma sovranazionali per “instaurare una più grande giustizia nella ripartizione dei beni”. Paolo VI, come prima Leone XIII, non può che rinnovare la falsa patente di neutralità agli Stati nazionali e alle istituzioni mondiali.

Nel 1991, il Muro è caduto. La Germania è stata unificata all’interno della Nato, sono stati rovesciati i regimi comunisti delle nazioni satelliti dell’Urss dell’est Europa e Bush e Gorbacëv hanno dichiarato la fine della guerra fredda. A cento anni dalla Rerum novarum e dal suo spettro, Wojtyla pubblica l’enciclica Centesimus annus e sottolineando il “debito di gratitudine che l’intera Chiesa ha verso il grande papa e il suo immortale documento”, canta vittoria sullo storico nemico e si riappropria del “movimento operaio” che “per circa un secolo […] era finito in parte sotto l’egemonia del marxismo”.

È un enciclica trionfante. Ampio spazio è dedicato alle cosiddette Rivoluzioni del 1989, con relativo omaggio ai moti della Polonia – è ormai di dominio pubblico il sostegno, anche economico, fornito dalla Chiesa a Solidarnosc – e accanto all’ennesima condanna del socialismo, fatta però questa volta dallo scranno del vincitore – la mancanza di liberta personale, l’ateismo, la natura violenta della lotta di classe, la “statalizzazione degli strumenti di produzione” che riduce “ogni cittadino a un ‘pezzo’ nell’ingranaggio della macchina dello Stato” (ben diverso sembrerebbe l’essere un ‘pezzo’ dell’ingranaggio del capitale privato…) – Wojtyla ribadisce con forza il diritto alla proprietà privata, riesumando la matrice religiosa di tale diritto portata dallo stesso Leone XIII: Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, ma la terra non dà i suoi frutti senza il lavoro; lavorandola, l’uomo “acquista” una parte della terra: “è qui l’origine della proprietà individuale”. Non esiste ormai più nessuna opposizione ideologica e reale al capitalismo – perfino il Pci italiano ha fatto la sua Bolognina e di lì a poco abbraccerà allegramente addirittura il neoliberismo – e la Chiesa elogia “l’economia d’impresa”, il “libero mercato” e “la giusta funzione del profitto” all’interno di un capitalismo “il cui centro è etico e religioso”: “la proprietà si giustifica moralmente nel creare, nei modi e nei tempi dovuti, occasioni di lavoro e crescita umana per tutti” e all’opera di moralizzazione penserà ovviamente, come sempre, la Chiesa, che “offre, come indispensabile orientamento ideale, la propria dottrina sociale”. Sindacati, riposo festivo (per poter “adempiere liberamente i doveri religiosi”) e giusto salario sono ormai diritti che fanno parte della dottrina sociale e dunque citati anche in questa enciclica, accanto al dovere dello Stato – sempre neutrale – alla “giustizia redistributiva” e alla “difesa e tutela di quei beni collettivi, come l’ambiente naturale e l’ambiente umano”.

Nel 2009, la Chiesa è totalmente libera dallo spettro del comunismo ma si ritrova anche, nel contesto italiano, priva di un partito politico di riferimento. Tuttavia, e paradossalmente, questa mancanza accresce il suo potere politico: oggi Ratzinger parla a tutti, e tutti lo ascoltano. Da destra a ‘sinistra’, le genuflessioni a caccia dei voti del ‘bacino di utenza’ del Vaticano, non si contano; e quindi da destra a ‘sinistra’, tutti insieme appassionatamente abbracciati al capitalismo, tristemente non esiste più alcuna voce che si levi a smascherare l’ipocrisia della dottrina sociale di una Chiesa che non può condannare il capitalismo per coerenza, certo, ma soprattutto perché ormai è divenuta essa stessa parte di quel sistema, perfettamente integrata nelle logiche della proprietà privata, del libero mercato con i numerosi enti commerciali, del sistema finanziario selvaggio e criminale nel quale la stessa banca del Vaticano ha fatto e continua a fare lucrosi affari. E dunque, davanti alla crisi economica e a uno spettro ben peggiore (per l’uomo, non per la Chiesa) di quello del comunismo, lo spettro della povertà che produce un flusso migratorio dal terzo mondo come mai si è visto prima e sempre più a ridosso anche del ceto medio del mondo industrializzato, la Caritas in veritate ha ben poco di nuovo da dire rispetto alle encicliche sociali precedenti, se non aggiornare l’azione ‘moralizzatrice’ alle mutate situazioni sociali e affermare che occorre “correggere le disfunzioni” del sistema: “un’attività finanziaria mal utilizzata e per lo più speculativa”, una mobilità lavorativa – “un fenomeno importante, non privo di aspetti positivi” – ancora caratterizzata da troppa incertezza, e una migrazione trattata come merce-lavoro. Tuttavia è chiaro che il conflitto capitale/lavoro e il lavoro stesso non sono più il fulcro della dottrina sociale della Chiesa –checché ne dica il triumvirato sindacale – così come non lo è – non vi compare infatti, nemmeno nominata – la proprietà privata: la schiacciante vittoria del capitalismo rende ormai superflua l’arringa in sua difesa. I sindacati sono chiamati “a farsi carico dei nuovi problemi delle nostre società” – il passaggio dalla centralità della persona-lavoratrice alla persona-consumatrice – e fermo restando il dovere sociale dello Stato e delle istituzioni sovranazionali – entrambi sempre neutrali – resta la bontà del sistema del libero mercato, in quanto “non è lo strumento a dover essere chiamato in causa ma l’uomo, la sua coscienza morale” – della cui educazione si fa carico come sempre la Chiesa – e nel quale devono “liberamente operare, in condizioni di pari opportunità, imprese che perseguono fini istituzionali diversi: accanto all’impresa privata orientata al profitto, e ai vari tipi di impresa pubblica, devono potersi radicare ed esprimere quelle organizzazioni produttive che perseguono fini mutualistici e sociali”. Quel terzo settore non profit nel quale (guarda caso) la Chiesa fa la parte del leone e che sempre più appare anch’esso dedito allo sfruttamento dell’uomo e alla rincorsa al profitto e vittima di ‘disfunzioni’ clientelari e corruttive (1). “L’economia ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento”, afferma Ratzinger, non dicendo nulla di nuovo rispetto ai suoi predecessori; tuttavia, se alla scelta di campo di Leone XIII può essere concessa un’attenuante, in quanto dettata anche dalla necessità di sopravvivenza della stessa Chiesa, quella di Ratzinger è una scelta di potere. E mai come in questa scelta, in questa ormai lampante impossibilità di passare all’opposizione, la Chiesa ha rivelato la sua indifferenza verso l’uomo e la ferocia dell’etica non ufficiale che le appartiene.

 

Giovanna Cracco

 

(1) E tu chiamale Onlus, Giorgio Morale, PaginaUno n. 15/2009; La ricca economia della carcerazione, Giovanna Cracco, PaginaUno n. 14/2009

 

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