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Per la cronaca

 

Se si continua a emigrare e morire di lavoro
Viaggio nei cantieri della Variante di valico in Mugello
di Simona Baldanzi
Partiti nel 2004, i lavori dovrebbero finire nel 2013. Nei cantieri, emigranti dal sud Italia lavorano in turni massacranti e dormono e mangiano in campi base, isolati e invisibili

Dopo la mia prima ricerca svolta nel 2001/2002 sui lavoratori impegnati nella costruzione dell’Alta velocità in Mugello, le colline sopra Firenze a ridosso degli Appennini, sono tornata nei cantieri fra l’estate del 2008 e quella del 2009. Questa volta ho seguito un progetto di ricerca condotto dall’Asl 10 di Firenze sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, sui disturbi psicofisici del lavoro a turni, sul mobbing, sull’abuso di sostanze, sui vari disagi dei lavoratori impegnati a realizzare la Variante di valico, il tratto autostradale che fora l’Appennino Toscoemiliano. Ho aiutato i lavoratori a compilare i questionari sui tavoli sghembi di alcune salette a ridosso delle mense, dentro i campi base. Come al solito ci sono da abbattere un po’ di pregiudizi, di diffidenza, di dialetti marcati da decifrare, di timori legati al fatto di esprimere un’opinione anche se anonima. Leggo domande e risposte, spiego seduta fra di loro. «Un questionario a cosa può servire? Conta davvero la mia opinione?» Sono pochi quelli interessati alle conseguenze dei turni, alle sopraffazioni dei capi, ai disagi psico-sociali collegati all’isolamento nei campi lontani da casa, dalle famiglie e dai paesi di origine.

Le ditte che hanno in appalto i lavori della Variante di valico nel comune di Barberino di Mugello sono BTP, Todini e Toto. Per l’Alta velocità il committente era unico, il CAVET (Consorzio Alta Velocità Emilia Toscana). Sebbene per entrambe le opere ci sia una miriade di subappalti, è chiaro che la frammentazione dei lavori in lotti e l’assegnazione a più ditte, rende maggiormente difficile una gestione unitaria della sicurezza: occorrono più controlli, si ha a che fare con più responsabili e con organizzazioni diverse. La Variante di valico è un’opera ritenuta ormai necessaria da tutti, non ha opposizione dalle forze politiche, non c’è conflitto intorno al progetto per cui non ci sono riflettori accesi, discussioni, informazione. Sull’Alta velocità, soprattutto all’inizio dei lavori, non era così. Difatti, col proseguire dell’opera e la perdita di attenzione, i turni sono peggiorati, la frammentazione del lavoro in subappalti cresciuta e le morti sul lavoro pure.
I lavoratori dell’Alta velocità facevano turni che si riteneva durissimi: il cosiddetto quarto turno con sei giorni di lavoro e uno di riposo, sei giorni di lavoro e due di riposo, sei giorni di lavoro e tre di riposo, facendo così 48 ore di fila a settimana in galleria. Già dal primo giorno di distribuzione dei questionari sulla Variante di valico, ho capito che i turni ora erano ancora più duri: i lavoratori mi hanno parlato di 11, 12, 13 ore nei cantieri come orari ‘normali’. Il quarto turno è diventato un 6+1 (giorno di riposo), 6+1, 6+4 per concentrare i giorni liberi. Ma le ore sono di più. In tanti hanno scritto 40, 50, 60 ore. Dai dati dei questionari il lavoro straordinario è mediamente di 34 ore mensili.

Qualcuno mi ha confessato che oltre alla ditta madre dell’appalto, lavora a nero anche per la ditta in subappalto, e allora la lunghezza della giornata non sai neanche misurarla. Si accumulano le ore perché i soldi delle paghe sono sempre meno e perché si risparmiano le ore per tornare a casa. Il 28,6% dei lavoratori proviene dalla Calabria, il 15,8% dall’Abruzzo, il 10,3% dalla Campania, l’8,8% dalla Basilicata; una fotografia già vista nei casi delle grandi opere italiane. Rispetto ai campi base della Tav, per la Vav (Variante di valico) le camere per gli operai sono singole, ma non c’è più l’infermeria. L’infermiera che spesso è stata insieme a me per la distribuzione dei questionari e che ha avuto esperienza nelle infermerie dei campi base della Tav, mi dice che i presìdi infermieristici servivano ai lavoratori come punto di riferimento per parlare con gli operatori sanitari dei loro problemi, non solo collegati alla salute.

Al campo base di BTP gli alloggi sono su doppio piano, sono prefabbricati e quindi i rumori passano molto bene da un piano all’altro. Questo crea qualche difficoltà visto che i lavoratori hanno turni e dormono a orari diversi. Ci vivono oltre 200 lavoratori e in molti protestano perché c’è solo una lavatrice per tutti. «Veniamo da paesi che di lavoro non ce n’è, almeno che non lavori per la mafia, quindi ci dobbiamo lamentare? Questa è l’Italia» mi dice un lavoratore alzando le spalle. Nei campi base l’atmosfera è quella di un campo militare, tutti uomini, tutti lavoratori. Anche se loro ci vivono non è come avere un vero e proprio alloggio, perché nessuno, esterno alla ditta, può andarli a trovare. Anche dove dormi è luogo di lavoro. Tutto il tempo là dentro è come il tempo lavorato, stai solo con i tuoi simili, sembra di non staccare mai. Appena possono i lavoratori cercano di uscire, di andare ai bar o ai centri commerciali dei paesi vicini. Un lavoratore mi dice: «A volte da qua devi proprio scappare perché tutto questo arancione ti ipnotizza, dà noia agli occhi».

Il campo base di Todini è un ex albergo adattato, lontano dall’abitato di Barberino e di Firenzuola. Ci vogliono almeno quindici minuti di auto per comprare un pacchetto di sigarette. Si trova vicino al cimitero dei tedeschi sul passo della Futa. I circa cento lavoratori che vivono in quel campo base si sentono ancora più isolati e invisibili. «Come ci sentiamo qua? Dante, quello scemo, qua siamo tutti condannati, su questo monte, in questo luogo dimenticato da Dio. Si fanno i cerchi di un pur gatorio continuo». Un altro lavoratore mi confida: «Ne ho visti di posti, ma qua è proprio un incubo. Siamo chiusi come in una stalla, c’è sempre la nebbia, un umido e d’inverno nevica spesso. Per vedere qualcuno di diverso ne devi fare di curve». E ancora: «Cosa penso della sicurezza? A sessant’anni non posso essere sveglio come a venti, eppure mi tocca continuare a lavorare».

I giovani, se possono, fanno altri lavori, la galleria non è certo appetibile. Chi ormai lavora intorno alle grandi opere continua a fare il nomade per l’Italia anche se non ha più l’età. L’età media dei partecipanti al questionario è di quasi quarantatre anni, con un’anzianità di lavoro media pari a ventitré anni. Eppure, nonostante questi dati, la percezione è che in generale si stia abbassando l’esperienza professionale, le qualifiche e la stessa cultura lavorativa legata alla galleria. Spesso fra le ditte si registrano alti turnover, a significare disagi lavorativi e perdita di conoscenze e competenze che si fatica a ricostruire.
Un medico dell’Asl ha provato a chiedere ad alcuni lavoratori chi fosse quella statuina situata all’imbocco della galleria. Qualcuno ha risposto “un santino”, qualcun altro “una madonna”. Non conoscono Santa Barbara, protettrice dei minatori, che si festeggia ogni anno il 4 dicembre. Il campo base della ditta Toto si trova dentro a un cantiere. Ci vivono e lavorano circa 190 persone. Vedi un semicerchio gigante scavato nella collina e appena sotto le casette bianche della mensa, degli uffici, degli alloggi, mentre intorno girano camion, furgoni, macchinari. Quando ci sono stata la prima volta ho faticato a crederlo: come è possibile permettere che i lavoratori mangino, dormano, vivano sotto l’imbocco della galleria 24 ore su 24 nella polvere, nel rumore, nel lavoro? Ho avuto subito la percezione che fosse peggio dei cantieri dell’Alta velocità: se credevo che i cantieri della Tav fossero il punto di partenza per migliorare, mi ero sbagliata.

In questo campo base abbracciato al cantiere vivevano i tre lavoratori che hanno perso la vita il 2 ottobre del 2008, precipitando dal pilone del viadotto che stavano costruendo. La piattaforma su cui stavano lavorando si è piegata improvvisamente per via di un bullone, ma di più non si sa poiché sono ancora in corso le indagini. Cinquant’anni prima era successa la stessa cosa, durante i lavori all’autostrada del Sole in costruzione proprio nello stesso punto, a un pilone affianco; la Variante di valico, assieme alla terza corsia, allarga l’A1 esistente. Il 20 ottobre 1958, alle 8.40 della mattina, persero la vita tre operai: uno di Barberino, uno di San Piero, uno di Forlì. Me lo hanno raccontato degli anziani che lavoravano in quel cantiere. È agghiacciante che coincidano date e numero dei morti, ma soprattutto che con tutto questo progresso, le morti sul lavoro continuino inesorabili.

Con oltre 190 lavoratori, fino all’incidente mortale, nella ditta Toto non vi era nessun rappresentate dei lavoratori alla sicurezza. Non vi era traccia nell’organigramma aziendale di un gruppo operativo sulla sicurezza, ma diverse responsabilità concentrate in una sola figura, mostrando tutta la limitata capacità di controllo e quindi l’inefficienza sulla sicurezza. I lavoratori che hanno perso la vita erano due calabresi di ventisei e quarantanove anni e un napoletano di quarantacinque. A Barberino di Mugello, luogo dell’infortunio mortale, c’è stato il lutto, ma in realtà è calata una fredda rassegnazione. Non è stato come cinquant’anni fa, quando a morire per costruire l’autostrada erano soprattutto persone del luogo. Allora, insieme agli scioperi, c’era la solidarietà del paese, che si attivò con una cassa comune di sostegno.

Nel 2008, i morti della Variante di valico non sono stati avvertiti come lavoratori di queste parti: non li conosceva nessuno, forse si vedevano passare nei furgoni, in piazza per un caffè, con quel loro accento di chi viene da fuori, solo per qualche minuto. Dopo la grande opera della Tav, che aveva fallito l’integrazione con l’Osservatorio sociale mai concretamente attivato, così come ammesso dai comuni della comunità montana mugellana, il Mugello non ha imparato nulla per accoglierli, per andare a vedere chi sono e di che cosa hanno bisogno. Un lavoratore mi ha ringraziato tre volte perché gli ho dato indicazioni su dove andare in piscina, dopo il turno. Ma ancora prima del Mugello, a disinteressarsene è l’Italia tutta.

Simona Baldanzi

 

Pietro Mirabelli
Su di lui ci sono articoli, video-documentari, libri, dibattiti, lettere, denunce. È stato RLS e RSU della Cgil-Fillea per quasi dieci anni nei cantieri delle gallerie della Tav, e nel 2010 ha lavorato alcuni mesi nella ditta Toto. Minatore calabrese, instancabile e testardo, ha combattuto contro il quarto turno e contro la lontananza da casa che crea disagi ai lavoratori nomadi. Ha raccontato la sua storia a tutti ripetendo come un mantra: «Questa non è la mia storia. È anche la mia storia, ma è la storia di tutti quelli che fanno la vita che faccio io…»
Ha voluto il monumento ai caduti sul lavoro nel suo paese, Pagliarelle, ai piedi della Sila; la via di casa sua era stata ribattezzata ‘via del Mugello’. Se ne è andato stanco dell’Italia, del sindacato, della politica e dell’informazione che ignorano le condizioni dei minatori migranti. È morto in Svizzera il 22 settembre 2010 nella galleria del San Gottardo. Morto sul lavoro. Pietro Mirabelli ci lascia in mano la sua storia, che è la nostra.
www.pietromirabelli.it

 

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