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febbraio - marzo 2012
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Per la cronaca |
| Se si continua a emigrare
e morire di lavoro Viaggio nei cantieri della Variante di valico in Mugello di Simona Baldanzi |
| Partiti
nel 2004, i lavori dovrebbero finire nel 2013. Nei cantieri, emigranti
dal sud Italia lavorano in turni massacranti e dormono e mangiano
in campi base, isolati e invisibili |
| Dopo la mia prima ricerca svolta nel 2001/2002 sui lavoratori impegnati nella costruzione dell’Alta velocità in Mugello, le colline sopra Firenze a ridosso degli Appennini, sono tornata nei cantieri fra l’estate del 2008 e quella del 2009. Questa volta ho seguito un progetto di ricerca condotto dall’Asl 10 di Firenze sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, sui disturbi psicofisici del lavoro a turni, sul mobbing, sull’abuso di sostanze, sui vari disagi dei lavoratori impegnati a realizzare la Variante di valico, il tratto autostradale che fora l’Appennino Toscoemiliano. Ho aiutato i lavoratori a compilare i questionari sui tavoli sghembi di alcune salette a ridosso delle mense, dentro i campi base. Come al solito ci sono da abbattere un po’ di pregiudizi, di diffidenza, di dialetti marcati da decifrare, di timori legati al fatto di esprimere un’opinione anche se anonima. Leggo domande e risposte, spiego seduta fra di loro. «Un questionario a cosa può servire? Conta davvero la mia opinione?» Sono pochi quelli interessati alle conseguenze dei turni, alle sopraffazioni dei capi, ai disagi psico-sociali collegati all’isolamento nei campi lontani da casa, dalle famiglie e dai paesi di origine. Le ditte che hanno in appalto i lavori della Variante
di valico nel comune di Barberino di Mugello sono BTP, Todini e Toto.
Per l’Alta velocità il committente era unico, il CAVET
(Consorzio Alta Velocità Emilia Toscana). Sebbene per entrambe
le opere ci sia una miriade di subappalti, è chiaro che la
frammentazione dei lavori in lotti e l’assegnazione a più
ditte, rende maggiormente difficile una gestione unitaria della sicurezza:
occorrono più controlli, si ha a che fare con più responsabili
e con organizzazioni diverse. La Variante di valico è un’opera
ritenuta ormai necessaria da tutti, non ha opposizione dalle forze
politiche, non c’è conflitto intorno al progetto per
cui non ci sono riflettori accesi, discussioni, informazione. Sull’Alta
velocità, soprattutto all’inizio dei lavori, non era
così. Difatti, col proseguire dell’opera e la perdita
di attenzione, i turni sono peggiorati, la frammentazione del lavoro
in subappalti cresciuta e le morti sul lavoro pure. Qualcuno mi ha confessato che oltre alla ditta madre dell’appalto, lavora a nero anche per la ditta in subappalto, e allora la lunghezza della giornata non sai neanche misurarla. Si accumulano le ore perché i soldi delle paghe sono sempre meno e perché si risparmiano le ore per tornare a casa. Il 28,6% dei lavoratori proviene dalla Calabria, il 15,8% dall’Abruzzo, il 10,3% dalla Campania, l’8,8% dalla Basilicata; una fotografia già vista nei casi delle grandi opere italiane. Rispetto ai campi base della Tav, per la Vav (Variante di valico) le camere per gli operai sono singole, ma non c’è più l’infermeria. L’infermiera che spesso è stata insieme a me per la distribuzione dei questionari e che ha avuto esperienza nelle infermerie dei campi base della Tav, mi dice che i presìdi infermieristici servivano ai lavoratori come punto di riferimento per parlare con gli operatori sanitari dei loro problemi, non solo collegati alla salute. Al campo base di BTP gli alloggi sono su doppio piano, sono prefabbricati e quindi i rumori passano molto bene da un piano all’altro. Questo crea qualche difficoltà visto che i lavoratori hanno turni e dormono a orari diversi. Ci vivono oltre 200 lavoratori e in molti protestano perché c’è solo una lavatrice per tutti. «Veniamo da paesi che di lavoro non ce n’è, almeno che non lavori per la mafia, quindi ci dobbiamo lamentare? Questa è l’Italia» mi dice un lavoratore alzando le spalle. Nei campi base l’atmosfera è quella di un campo militare, tutti uomini, tutti lavoratori. Anche se loro ci vivono non è come avere un vero e proprio alloggio, perché nessuno, esterno alla ditta, può andarli a trovare. Anche dove dormi è luogo di lavoro. Tutto il tempo là dentro è come il tempo lavorato, stai solo con i tuoi simili, sembra di non staccare mai. Appena possono i lavoratori cercano di uscire, di andare ai bar o ai centri commerciali dei paesi vicini. Un lavoratore mi dice: «A volte da qua devi proprio scappare perché tutto questo arancione ti ipnotizza, dà noia agli occhi». Il campo base di Todini è un ex albergo adattato, lontano dall’abitato di Barberino e di Firenzuola. Ci vogliono almeno quindici minuti di auto per comprare un pacchetto di sigarette. Si trova vicino al cimitero dei tedeschi sul passo della Futa. I circa cento lavoratori che vivono in quel campo base si sentono ancora più isolati e invisibili. «Come ci sentiamo qua? Dante, quello scemo, qua siamo tutti condannati, su questo monte, in questo luogo dimenticato da Dio. Si fanno i cerchi di un pur gatorio continuo». Un altro lavoratore mi confida: «Ne ho visti di posti, ma qua è proprio un incubo. Siamo chiusi come in una stalla, c’è sempre la nebbia, un umido e d’inverno nevica spesso. Per vedere qualcuno di diverso ne devi fare di curve». E ancora: «Cosa penso della sicurezza? A sessant’anni non posso essere sveglio come a venti, eppure mi tocca continuare a lavorare». I giovani, se possono, fanno altri lavori, la galleria
non è certo appetibile. Chi ormai lavora intorno alle grandi
opere continua a fare il nomade per l’Italia anche se non ha
più l’età. L’età media dei partecipanti
al questionario è di quasi quarantatre anni, con un’anzianità
di lavoro media pari a ventitré anni. Eppure, nonostante questi
dati, la percezione è che in generale si stia abbassando l’esperienza
professionale, le qualifiche e la stessa cultura lavorativa legata
alla galleria. Spesso fra le ditte si registrano alti turnover, a
significare disagi lavorativi e perdita di conoscenze e competenze
che si fatica a ricostruire. In questo campo base abbracciato al cantiere vivevano i tre lavoratori che hanno perso la vita il 2 ottobre del 2008, precipitando dal pilone del viadotto che stavano costruendo. La piattaforma su cui stavano lavorando si è piegata improvvisamente per via di un bullone, ma di più non si sa poiché sono ancora in corso le indagini. Cinquant’anni prima era successa la stessa cosa, durante i lavori all’autostrada del Sole in costruzione proprio nello stesso punto, a un pilone affianco; la Variante di valico, assieme alla terza corsia, allarga l’A1 esistente. Il 20 ottobre 1958, alle 8.40 della mattina, persero la vita tre operai: uno di Barberino, uno di San Piero, uno di Forlì. Me lo hanno raccontato degli anziani che lavoravano in quel cantiere. È agghiacciante che coincidano date e numero dei morti, ma soprattutto che con tutto questo progresso, le morti sul lavoro continuino inesorabili. Con oltre 190 lavoratori, fino all’incidente mortale, nella ditta Toto non vi era nessun rappresentate dei lavoratori alla sicurezza. Non vi era traccia nell’organigramma aziendale di un gruppo operativo sulla sicurezza, ma diverse responsabilità concentrate in una sola figura, mostrando tutta la limitata capacità di controllo e quindi l’inefficienza sulla sicurezza. I lavoratori che hanno perso la vita erano due calabresi di ventisei e quarantanove anni e un napoletano di quarantacinque. A Barberino di Mugello, luogo dell’infortunio mortale, c’è stato il lutto, ma in realtà è calata una fredda rassegnazione. Non è stato come cinquant’anni fa, quando a morire per costruire l’autostrada erano soprattutto persone del luogo. Allora, insieme agli scioperi, c’era la solidarietà del paese, che si attivò con una cassa comune di sostegno. Nel 2008, i morti della Variante di valico non sono
stati avvertiti come lavoratori di queste parti: non li conosceva
nessuno, forse si vedevano passare nei furgoni, in piazza per un caffè,
con quel loro accento di chi viene da fuori, solo per qualche minuto.
Dopo la grande opera della Tav, che aveva fallito l’integrazione
con l’Osservatorio sociale mai concretamente attivato, così
come ammesso dai comuni della comunità montana mugellana, il
Mugello non ha imparato nulla per accoglierli, per andare a vedere
chi sono e di che cosa hanno bisogno. Un lavoratore mi ha ringraziato
tre volte perché gli ho dato indicazioni su dove andare in
piscina, dopo il turno. Ma ancora prima del Mugello, a disinteressarsene
è l’Italia tutta.
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