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dicembre 2011- gennaio 2012
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Parole sulla
tela |
| Camera Work:
quando la fotografia diventò un'arte di Chiara Carolei |
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La rivista
di Alfred Stieglitz |
| “Vidi che quello che gli altri [fotografi] facevano era eseguire dure e fredde copie di duri e freddi soggetti in una luce dura e fredda. Non vedevo perché la fotografia non potesse essere un’opera d’arte e mi applicai per imparare come riuscirci”. Si era da poco affacciato il Novecento quando Alfred
Stieglitz, nativo del New Jersey, fondava la rivista di fotografia
di maggiore rilevanza di inizio secolo, contribuendo, in maniera profonda
e non solo formale, allo sviluppo estetico – oltre che tecnico
– della fotografia. A celebrare Camera Work e i suoi fotografi, una mostra allestita nella suggestiva cornice del palazzo della Ragione di Milano durante la scorsa stagione estiva. Per due mesi i 50 fascicoli originali della rivista (provenienti da una collezione privata conservata nelle raccolte Museali della Fratelli Alinari) sono rimasti in esposizione al pubblico, regalando uno spaccato significativo degli anni in cui la fotografia si formava nel più ampio contesto di maturazione e sconvolgimento delle arti figurative. Su Camera Work apparvero quindi anche i grandi maestri dell’arte contemporanea, tra cui Picasso, Rodin e Matisse. Su quelle stesse pagine trovarono posto le riflessioni di Kandinskij ne Lo Spirituale nell’arte e intervennero nomi della grandezza di Ezra Pound, Gertrude Stein, George Bernard Shaw, Oscar Wilde, Henri Bergson e Mina Loy. È curioso ricordare come la fotografia, quando
ancora muoveva i primi passi, già scalpitasse per ritagliarsi
un posto sul podio delle arti. Se da una parte si indirizzava nel
senso del perfezionamento tecnico, dall’altra premeva, grazie
a personaggi del calibro di Stieglitz, alla conquista di un’identità
piena e non tecnicistica. Di più, Camera Work divenne punto
d’incontro per quelli che vennero poi conosciuti come il gruppo
della Foto-Secessione, al pari della Secessione che segnava la rottura
delle arti nei confronti dei bavagli imposti dalla tradizione. Ma
ciò che più premeva a quanti la sceglievano come mezzo
d’espressione, era liberarsi della supposta meccanicità
del linguaggio stesso. Portando con sé il bagaglio rubato all’esperienza
europea (e in particolare tedesca), a New York Stieglitz apriva il
nuovo secolo facendo chiarezza su quelle che erano le caratteristiche
della Foto-Secessione: “elevare la fotografia al ruolo dell’espressione
pittorica, riunire quegli americani che si impegnano o sono in altro
modo interessati all’arte e organizzare, di tanto in tanto,
in luoghi diversi, mostre non necessariamente limitate ai prodotti
della Foto-Secessione o alla produzione americana”. È il 1903 quando, da poco orfano del Camera Club e di Camera Notes (rivista di cui fu redattore e che mai riuscì a sfruttare al meglio il suo carisma), fonda Camera Work, portando con sé Joseph T. Kelley, Dallet Fuguet e John Francis Strauss, ma soprattutto Edward Steichen, grafico, talent scout, autore, inserzionista e, non senza ragione, il fotografo più pubblicato da Camera Work. È grazie alle sue frequentazioni parigine che artisti del calibro di Rodin, Matisse e Cézanne compaiono sulla rivista e sulle pareti della 291, la galleria sulla Quinta strada che accompagna l’attività redazionale del gruppo di Stieglitz a partire dal 1905. È qui che tanti newyorkesi conobbero maestri del calibro di Brancusi, Van Gogh, Lautrec. Il primo editoriale di Stieglitz è una dichiarazione
d’amore e d’intenti che presenta la rivista come “logica
conseguenza dell’evoluzione dell’arte fotografica […]
rivolta soprattutto alla sempre crescente schiera di quanti nutrono
fede nella fotografia come mezzo d’espressione individuale e
[…] a quanti non sono al corrente di tali possibilità”. Con rimprovero di Steichen, il primo numero della
rivista aprì con l’opera di Gertrude Käsebier, già
parte attiva del Camera Club e della fondazione di Foto-Secessione.
Fu Frances Benjamin Johnston, una delle prime fotogiornaliste americane,
a presentarne gli scatti su Camera Work, definendola la miglior fotografa
ritrattista al mondo e ponendo l’accento sull’individualità
che riusciva a far emergere da ogni scatto. Impegnata a dimostrare la propria artisticità, il proprio essere arte tra le arti, la fotografia sviluppa un linguaggio non dissimile da quello della pittura, dando appunto vita al pittorialismo. Ad aderire, anche il francese Constant Puyo, ospitato sulle pagine di Stieglitz nel 1906 con Montmartre, The Straw Hat e Nude, costruite secondo pose e strutture compositive statiche, ma aprendosi (come nel primo caso) a tagli che, al contrario, influenzeranno i colleghi pittori per il senso di freschezza e spontaneità. Non a caso si parla di artisti vicini all’impressionismo, che al piacere del dipingere en plein air uniscono la comodità della fotografia, grazie alla quale scattano promemoria istantanei (si pensi a Edgar Degas e ai suoi studi sulle ballerine). Allo stesso modo l’inglese James Craig Annan, figlio del fotografo Thomas, porta nella fotografia l’esperienza dei colleghi impressionisti di Glasgow. Lontano dalle più tradizionali forme del pittorialismo
è Alvin Langdon Coburn, non per niente allievo della Käsebier,
ospite su Camera Work con ben 26 immagini. Oltre a intensi ritratti
di Rodin, di Shaw e dello stesso Stieglitz, Coburn pubblica scatti
rubati a pezzi di città, dai palazzi di New York ai ponti di
Venezia, dalle fontane di Roma alle cattedrali di Parigi, contribuendo
a fare della fotografia un linguaggio sempre più autonomo,
così come auspicato dal padre fondatore di Camera Work. È interessante scoprire che tutte le foto
di Strand pubblicate nel 1917 riportano il titolo di Fotografia,
spostando quindi l’attenzione dal soggetto all’oggetto,
alla stessa stregua dei colleghi pittori che sceglievano di nominare
le proprie opere Senza Titolo. Con un dettaglio in più:
mentre la pittura, dopo secoli di evoluzione, animava le proprie battaglie
per veicolare l’attenzione dal ‘cosa’ al ‘come’,
la fotografia, dopo poco più di cinquant’anni dalla nascita,
ha voluto palesare la propria indipendenza da un linguaggio da cui,
senza alcun dubbio, è nata formalmente.
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