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aprile - maggio 2012
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Polemos |
| La memoria del calcio e
il fascismo di Paul Dietschy |
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L’uso
dello ‘sport nazionale’ come strumento di consenso e propaganda
fascista |
| L’Italia fascista è stata senz’altro il primo Stato, insieme all’Unione Sovietica, ad aver organizzato una politica sportiva e genuina con lo scopo di trasformare gli italiani in “una nazione sportiva” (1). Il primo passo fu la progettazione e la realizzazione di un’ampia opera di lavori pubblici: mirando a costruire tanto i campi littori – un modello standardizzato di stadio per la pratica di massa nelle piccole e medie città – quanto gli stadi Littoriale (Bologna), Berta (Firenze) e Mussolini (Torino), autentiche vetrine architettoniche, il regime volle rompere con l’apatia atletica dell’Italietta liberale e forgiare l’uomo nuovo, che sarebbe stato, anche, un homo sportivus. Le pose del ‘primo sportivo d’Italia’, Mussolini in persona, del ‘gigante buono’ Primo Carnera che saluta romanamente, le vittorie olimpiche di Luigi Beccali (1932) o di Ondina Valla (1936) sono, tra le altre, le figure più emblematiche dello sport in camicia nera, all’interno del quale il calcio ha occupato uno spazio particolare. Per semplificare le cose, si potrebbero, in effetti, considerare immagini simbolo del calcio del Ventennio, le squadre di serie A schierate in linea per salutare le gerarchie sedute nelle tribune d’onore degli stadi italiani. O gli Azzurri del ’34 – il portiere della Juventus Giampiero Combi in testa – che sollevano la Coppa del Duce, l’altro trofeo assegnato al termine della finale della seconda Coppa del mondo della Fifa, disputata nello stadio del Partito nazionale fascista. Sarebbe tuttavia una visione parziale considerare il calcio sotto il regime alla stregua di un calcio meramente ‘fascista’. Primo, perché non era lo sport di regime. Secondo, perché la cultura del calcio deve essere reinserita in un contesto più ampio in cui vanno inclusi anche il calcio e lo sport europei. Terzo, perché solo in mancanza di meglio i calciatori e la passione calcistica furono strumentalizzati dal regime e dalle autorità sportive legate al partito. Sono quindi questo sistema sportivo complesso e la sua memoria che qui si intende analizzare. Trasformismo e apolitismo: la memoria del
calcio sotto il fascismo dopo il ’45 Fascismo e calcio dalla guerra all’occupazione
tedesca Se il calcio era stato messo al servizio della propaganda di guerra, i calciatori furono messi anche alla sbarra degli accusati. Al contrario di alcuni loro colleghi, atleti o ciclisti, vennero infatti molto spesso considerati degli imboscati, poiché lasciati a disposizione delle loro sociétà. Tuttavia, l’accusa di essere prima di tutto dei mercenari non era nuova. Per molti versi derivava dalla diffidenza nutrita nei confronti del calcio, alla fine degli anni Venti, dai gerarchi dello sport fascista come Lando Ferretti, presidente del Coni, o come Augusto Turati, segretario del Partito nazionale fascista. Ma in un contesto di guerra, tali accuse tornavano nuovamente ad assumere rilievo. A tal punto che La Gazzetta dello Sport, alludendo a un articolo del Popolo d’Italia, il 4 aprile 1943, riferendosi al fronte, chiedeva: “Dove sono gli sportivi?” Occorre precisare che la prospettiva di uno sbarco degli Alleati si faceva sempre più reale. Dopo la caduta di Mussolini e l’invasione tedesca, per il mondo del calcio si trattò soprattutto di aspettare giorni migliori. Furono ben pochi quelli che scelsero di schierarsi da una parte o dall’altra durante la guerra civile. Bastò per rifarsi una verginità? In ogni caso, la squadra del Torino che si era rinforzata a colpi di milioni di lire fino a “diventare un’esagerazione” (3), alla fine del maggio 1945 prese parte a una manifestazione sportiva e patriottica giocando contro una rappresentativa lombarda, davanti a un pubblico selezionato da Palmiro Togliatti, segretario del Pci. Secondo Gioventù d’azione, l’organo
dei gruppi di giovani partigiani di Giustizia e Libertà, la
folla che assisteva alla partita sentì “vibrare nel suo
cuore generoso un fremito di libertà, un desiderio imperioso
che lo sport al più presto riprenda per cancellare un triste
ricordo di oppressione” (4). Vittorio Pozzo, che si vantava
di azioni partigiane, intonò a sua volta, al momento della
ripresa delle attività calcistiche, la retorica della libertà
ritrovata: “Comincia il Campionato” scriveva sulla Stampa
del 14 ottobre 1945, “la cosa più desiderata dagli sportivi
italiani. Se ne parlava, come di un sogno, al tempo della occupazione
tedesca. Poter assistere ancora a un vero campionato italiano”. Prime nostalgie del passato Altre voci, tra quelle che avevano dato il tono del giornalismo sportivo durante il Ventennio, iniziarono a evocare in termini piuttosto positivi l’opera del fascismo nel campo dello sport. Uno sport fascista che sarebbe stato più pulito di quello della Repubblica perché sostenuto economicamente dal regime. Fu la spiegazione di Renato Casalbore in Tuttosport del 27 settembre 1948, a proposito della creazione del Totocalcio. Secondo lui, “molti mali guarirebbero il giorno in cui lo Stato italiano fosse in condizione di sostenere lo sport: difficile appare ora l’investimento di una situazione creata all’avvento delle scommesse sulle partite di calcio. Il regime fascista fu sempre contrario a tal genere di iniziative; ma il regime sovvenzionava ampiamente lo sport”. E concludeva: “La differenza è sostanziale”. Da Rimet a Vaccaro Non si trattava solo di una mania italiana. Questo sguardo era diffuso in tutta la società internazionale dello sport. A cominciare da Jules Rimet, il presidente francese della Fédération internationale de football association (Fifa) dal 1921 al 1954. Alla fine della sua presidenza e della sua vita, Rimet scrisse un opuscolo su “il calcio e il riavvicinamento dei popoli” nel quale sosteneva che, lungi dal creare tensioni tra le fazioni sportive e i popoli, il calcio contribuiva al loro affratellamento (5). E rievocando, nello stesso anno (1954), la “meravigliosa storia della Coppa del mondo”, Rimet relativizzava il carattere politico dell’edizione italiana (1934). In particolare, rifiutava di identificare Giorgio Vaccaro, il presidente della Figc – peraltro, console della Milizia – come lo strumento di controllo del potere fascista sul calcio. “Non dobbiamo giudicare nel Generale Vaccaro” scriveva Rimet vent’anni dopo, “il personaggio politico. Ma lo sportivo ci appartiene. Abbiamo il diritto di dire che è stato per l’associazione italiana un presidente prestigioso e che tutti quelli che sono stati in relazione con lui debbono dare la testimonianza della loro simpatia” (6). Un aspetto della politicizzazione del calcio
negli anni Trenta Un matrimonio di ragione Corruzione, violenze di tifosi, denaro componevano
già il cocktail del calcio, anche se in misura minore rispetto
a oggi. E i calciatori erano già accusati di comportarsi come
dei mercenari. A tal punto che Augusto Turati in persona cercò
di limitare la sua diffusione, creando uno ‘sport di sintesi’
a uso dei dopolavoristi come la ‘volata’, e decretò
il rugby “sport fascista per excellenza” per farne il
gioco dei Gruppi universitari fascisti (Guf). Il calcio e la politicizzazione dello sport
negli anni Trenta Gli anni Trenta vedranno anche le prime politiche sportive democratiche, in reazione a quelle degli Stati totalitari. Furono i governi di Front populaire (1936-1938) a integrare lo sport e l’educazione fisica in un progetto politico più globale. Ma i giochi di Berlino avevano anche provato che lo sport poteva servire come arma politica. Così, la diplomazia britannica suggerì ai giocatori della nazionale inglese di effettuare il saluto nazista prima della partita contro la Germania allo stadio olimpico di Berlino il 14 maggio, meno di due mesi dopo l’Anschluss (10). Era il contributo calcistico alla politica dell’appeasement... L’immagine di una Italia virile e moderna Di fatto lo sport, accanto alle imprese aeree come quelle di Italo Balbo, proponeva all’estero un’immagine dinamica, giovane e finalmente virile e moderna dell’Italia. Per la stampa popolare parigina, simpatizzante del regime e sovente ‘corrotta’ dai servizi di propaganda italiani, il campione italiano, che fosse Giuseppe Meazza, Tazio Nuvolari o Alfredo Binda, incarnava l’Italia nuova, disciplinata dal suo duce. Gli stadi di Firenze o di Torino erano portati a esempio e ispiravano gli architetti che progettarono gli stadi-velodromi di Marsiglia e Bordeaux nella seconda metà degli anni Trenta. A tal punto che, alla vigilia della Coppa del mondo di calcio organizzata in Francia (1938), la stampa francese si allarmava per il paragone che gli stranieri avrebbero potuto fare con l’edizione italiana, giudicando gli stadi francesi troppo piccoli per una competizione mondiale. La vittoria finale di Pozzo e dei suoi uomini nello stadio di Colombes, il saluto romano del capitano Meazza al presidente della Repubblica francese Albert Lebrun prima di ricevere il trofeo, confermarono il timore dei giornalisti francesi. Due anni dopo Berlino, le imprese e i successi sportivi delle dittature, accompagnavano la loro aggressività diplomatica. Il calcio negli anni Trenta tra cultura di
massa transnazionale e consenso italiano Il calcio, una cultura oltre le frontiere La Mitropa Cup, la Coppa internazionale, le Coppe del mondo del 1934 e del 1938, e gli incontri amichevoli internazionali, offrivano altrettante occasioni di vedere all’opera i grandi giocatori stranieri – in particolare i danubiani – o di leggere la descrizione dei loro successi nelle ampie pagine dedicate allo sport dalla stampa italiana durante il Ventennio. Non a caso Carlo Levi, evocando l’atmosfera del dopoguerra e del governo Parri, ricorda a un redattore del giornale di cui è direttore, le stelle degli anni Venti e Trenta. “Zamora, Mateo, Hirzer la gazzella, Sindelar cartavelina. Quei nomi, come una realtà poetica ed eternale, spingevano lontano da lui ogni cosa presente, e la politica e il giornale” (12). L’uomo nuovo del calcio: un piccolo
borghese Il fascino dei calciatori non era limitato ai campi da gioco. La stampa degli anni Trenta amava far conoscere l’uomo oltre che lo sportivo. Il calciatore era quello che poteva raggiungere uno stile di vita da cui la maggiore parte degli italiani era esclusa. Automobili Fiat per Meazza (una Balilla, ovviamente) o per Orsi; vacanze sul litorale tirreno a Forte dei Marmi per Rosetta, il terzino della Juventus, e per tutti la gestione di un bar o di un negozio. Nella ‘biografia’ di Rosetta, il giornalista Erberto Levi evocava il progetto dell’ex calciatore della Pro Vercelli in questi termini: “Iniziativa commerciale e industriale, in una parola. Virginio Rosetta amministra i frutti dei suoi risparmi con la stessa saviezza con cui amministra i suoi trentatré anni d’atleta” (13). Nessuno spirito di sacrificio al regime, ma piuttosto spirito di risparmio piccolo borghese. Rosetta non seguiva quindi la definizione dello sport secondo Lando Ferretti nel suo breviario atletico: “Lo sport è per noi anzitutto e soprattutto, scuola di volontà che prepara al fascismo i consapevoli cittadini della pace, gli eroici soldati della guerra” (14), scriveva nel 1928 il capo del Coni. Il consenso calcistico Per i più grandi, il richiamo del moschetto e della divisa era senz’altro meno forte. O forse il proposito militaresco del regime non era per loro il volto più efficace dell’immagine del fascismo. Ma, come altrove nell’Europa dell’ovest, i vettori italiani della cultura di massa erigevano a modello un modo di vita moderno e spensierato. In questo senso la vita dei calciatori era l’equivalente sportivo dei film dei ‘telefoni bianchi’. E, con il suo primo sistema di protezione sociale, il dopolavoro, grazie al quale i giovani adulti potevano per di più acquistare a buon prezzo i biglietti per vedere le partite di serie A, il regime prometteva anche un presente e un avvenire migliori. Illusione che affondò nelle guerre mussoliniane. Ma lo stadio offriva anche la possibilità di esprimere quella rabbia che era esclusa dal campo sociale e politico. In particolare quella relativa al campanilismo, a tal punto che nel 1932, Il Littoriale, il quotidiano organo del Coni, dovette richiamare l’esasperazione espressa dal duce contro tutte le manifestazioni di regionalismo (17). Malgrado i decreti legge promulgati da Federzoni dopo la sparatoria della stazione di Porta Nuova nel 1925, al termine della finale Bologna-Genoa, una situazione elettrica accompagnò le partite di calcio fino al 1943. Furono in parte tollerate perché non si trattava di tensioni politiche e, in fin dei conti, non rappresentavano un pericolo per il regime. I tifosi al più erano una specie di ‘indifferenti’ degli stadi, come i protagonisti del romanzo di Alberto Moravia uscito nel 1929. Conclusione: storia e memoria del calcio
durante il Ventennio Questo non significa che il calcio non fu politicizzato.
Il ‘giornalista’ Vittorio Pozzo ne dà numerosi
esempi. Una ragione di più per lui e suoi colleghi, come Bruno
Roghi, direttore della Gazzetta dello Sport, per gettare un velo pudico
nell’immediato dopoguerra su queste relazioni pericolose tra
calcio e regime e per costruire, con altri ‘gerarchi’
dello sport, la leggenda dell’apolitismo sportivo che innerva
la memoria dello sport.
(1) Sport e fascismo. La politica
sportiva del regime 1924-1936, Felice Fabrizio, Guaraldi, 1976
Leggi anche: Musei e
metafore di Felice Accame, Paginauno n. 18/2010 Gioco, lavoro e sport di Felice Accame,
Paginauno n. 17/2010
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