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Intervista

 

Bruno Arpaia
Il grande esodo

intervista di Giuseppe Ciarallo

 

“Nelle vie calde la temperatura si alzerà
moltitudine, moltitudine
non si erano mai viste
code tanto grandi, tanto lunghe
tanto grandi, tanto lunghe.
Moltitudine, moltitudine”
Franco Battiato, L’esodo


Bruno Arpaia, che i lettori di Paginauno hanno già avuto modo di incontrare tra le pagine del n. 22 (aprile/maggio 2011), è romanziere, giornalista, consulente editoriale e traduttore di letteratura spagnola e latinoamericana. Ha pubblicato I forestieri (Leonardo Editore, 1990), Il futuro in punta di piedi (Donzelli, 1994), Tempo perso (Marco Tropea, 1997) e, per l’editore Guanda, L’angelo della storia (2001), Raccontare, resistere (2003, una conversazione con Luis Sepùlveda), Il passato davanti a noi (2006), Per una sinistra reazionaria (2007), L’energia del vuoto (2011), La cultura si mangia! (2013, con Pietro Greco), L’avventura di scrivere romanzi (2013, con Javier Cercas), Prima della battaglia (2014). Nel 2016 è stato dato alle stampe il suo ultimo romanzo, Qualcosa, là fuori, che ha acceso un ampio dibattito per la tematica trattata: il pericolo, ma il termine più consono è forse apocalisse, cui l’intera umanità verrà in un futuro prossimo esposta a causa del surriscaldamento climatico.


Dunque, Bruno, ormai da tempo cerchi una sintesi tra scienza e letteratura. Lo hai fatto con L’energia del vuoto, ripeti l’esperimento con maggior vigore nel tuo nuovo romanzo Qualcosa, là fuori. Quando hai maturato la consapevolezza che le due attività, quella scientifica e quella letteraria, siano strettamente connesse? È una speranza, la tua, che da questo connubio si possa approdare a un neo-rinascimento?

In verità, che la separazione fra le ‘due culture’ fosse una grande stupidaggine l’ho scoperto già all’università. Avevo un professore di Storia delle dottrine politiche che era stato (almeno, così diceva lui) anche allievo di Schrödinger. Nelle sue chilometriche lezioni (duravano sei o sette ore...), metteva costantemente in relazione il pensiero politico e la scienza, l’immaginario scientifico e quello filosofico e artistico, mostrando le connessioni, le ricadute reciproche. Poi, con gli anni, ho continuato su quel percorso, a partire dai miei interessi per il Tempo, che è alla base del lavoro di ogni narratore: tempo filosofico, sociologico, psicologico e, infine, quello fisico e biologico-cerebrale.

Convincendomi sempre di più che questa distinzione tra discipline umanistiche e scientifiche è solo una deriva della nostra civiltà attuale, a partire dall’illuminismo. Prima, non esisteva. Lo dice benissimo Primo Levi, con una frase che avevo messo in esergo a L’energia del vuoto: “La distinzione tra arte, filosofia, scienza non la conoscevano Empedocle, Dante, Leonardo, Galileo, Cartesio, Goethe, Einstein, né gli anonimi costruttori delle cattedrali gotiche, né Michelangelo; né la conoscono i buoni artigiani di oggi, né i fisici esitanti sull’orlo del conoscibile”.

Oggi, al punto in cui siamo, mi sembra riduttivo perfino parlare di incrementare il dialogo tra le due culture, tanto più che la crescente specializzazione e parcellizzazione dei saperi ha ormai prodotto tre, cinque, cento culture con reciproche difficoltà di comprensione. Bisognerebbe, invece, tornare alle radici comuni tra i saperi, facendoli circolare come sangue nella società, nelle istituzioni, nel sistema educativo e della ricerca. Perché non è soltanto vero che, insieme, le arti, le humanities e le scienze formano la nostra cultura; è vero soprattutto che esse possiedono una sostanziale unità, sono una cosa sola. So che tutto questo è necessario.

Quanto al neo-rinascimento, forse è auspicabile, ma purtroppo mi pare che il vento oggi nel mondo soffi in direzione ostinata e contraria.

Ma veniamo a Qualcosa, là fuori. Relegare il tuo ultimo lavoro nella semplice (e semplicistica) catalogazione di romanzo, è riduttivo. Leggendolo ho pensato a Munch. Vi è un grido di allarme lanciato all’umanità, tra le pagine del libro, disperato, non privo di angoscia, sui pericoli sottovalutati del riscaldamento globale. Come nasce l’idea di questa particolare narrazione?

Da una quarantina d’anni avevo in testa (e non so il perché) un’immagine, un’immagine molto forte: un popolo intero che migrava in condizioni terribili, rischiando la vita, trascinando carri, tra la polvere e i predoni. Alcuni anni fa, da semplice cittadino, ho cominciato a interessarmi al problema del cambiamento climatico. A un certo punto ho capito dove andava quel popolo e perché stava migrando: eravamo noi stessi che ci spostavamo per sopravvivere al riscaldamento globale. E mi è venuto ‘naturale’ raccontare una storia che parlasse di questo.

Raccontare storie, infatti, è il modo più antico e più efficace che l’umanità abbia inventato per trasmettere esperienza. Oggi sappiamo anche che questa capacità delle narrazioni di colpirci al cuore dipende dalla struttura stessa del cervello, dai neuroni specchio, dal fatto che la nostra materia grigia è ‘una macchina di futuro’ evolutasi grazie al fatto di avere acquisito la capacità di raccontare storie anche a noi stessi. In questo modo, attraverso una storia, sarei anche riuscito (o almeno, me lo auguravo) a poter comunicare ai lettori la gravità del problema del cambiamento climatico, nonostante il dibattito scientifico sia difficile da seguire e nonostante il comune atteggiamento psicologico che tende a rimuoverlo.

‘Vivere’ attraverso un romanzo l’innalzamento del livello del mare a New York, oppure partecipare con i protagonisti di un racconto a una tragica migrazione climatica in una Germania desertificata, ci colpisce dritto al cuore e, grazie all’empatia con i personaggi, ci immerge nelle complesse questioni scientifiche che sono alla base degli avvenimenti narrati, dalla quantità massima di anidride carbonica tollerabile nell’atmosfera al metano contenuto nel permafrost, dal
tasso di scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia a quello di acidità dei mari.

Senza trascurare il rovinoso impatto dei mutamenti climatici sulla società, sull’economia, sulla politica mondiale: migrazioni, guerre per l’acqua, approfondimento delle differenze economiche, democrazie traballanti, e via di questo passo. Leggendo, così come accadeva a me mentre scrivevo il mio libro, noi siamo migranti climatici, vediamo il mare che ricopre Venezia o Amburgo, sentiamo la polvere, la fame, la sete come se fossimo noi a viverle. È il grande potere delle storie. Forse ‘vivere’, grazie ai romanzi, nei terribili mondi possibili in agguato dietro l’angolo potrebbe davvero aiutarci a evitarli.

Non trovi sconfortante il fatto che con un’umanità sull’orlo del baratro per i problemi legati al clima (e non solo, naturalmente), negli Stati Uniti – la nazione più potente del pianeta, che con le sue decisioni può influenzare le politiche mondiali – sia stato eletto un presidente retrivo e reazionario, che nega l’evidenza delle ricerche scientifiche in tema di surriscaldamento globale?

Molto, molto sconfortante. Gli scienziati ci dicono che forse abbiamo ancora una ‘finestra’ di una quindicina di anni per intervenire radicalmente contro il riscaldamento climatico, prima di superare il famoso ‘punto di non ritorno’. Se Trump dura in carica otto anni, ce ne saremo giocati la metà senza fare nulla o, peggio, andando in direzione contraria alla risoluzione del problema. Del resto, in questo libro sono stato perfino ottimista: ho immaginato un presidente americano con le stesse caratteristiche di Trump al potere nel 2050. The Donald, mentre scrivevo, non era ancora all’orizzonte, non erano ancora iniziate neanche le primarie negli Stati Uniti. E invece me lo sono ritrovato al potere nel 2016, poco dopo l’uscita del libro, con trenta quattro anni di anticipo rispetto alle mie previsioni...

Tornando al romanzo. Personalmente non amo il filone post-apocalittico che caratterizza molti dei romanzi di fantascienza di questo periodo storico, e temevo che il tuo ultimo lavoro potesse farne parte. Ma in Qualcosa, là fuori non si parla di un post ma di un durante. È tutto così terribilmente reale che ciò che prefiguri, il grande esodo che prima o poi toccherà anche a noi, popolazioni del rigoglioso bacino mediterraneo, sembra sul punto di accadere da un momento all’altro.

Purtroppo continuo a ripetere che il mio non è un romanzo distopico o post-apocalittico: è un romanzo molto, molto realistico. Anzi, come ho detto prima, perfino ottimistico. Tutti gli scenari in cui si muovono i miei protagonisti sono presi da report scientifici. Raccontano, su basi assolutamente verificate, quello che ci accadrà se, e sottolineo se, non faremo nulla contro il riscaldamento globale. Ma non basta: nel romanzo ho collocato nel futuro cose che stanno già accadendo (per esempio, la siccità in California: ne parlo come se avvenisse nel 2036, ma in realtà ho letto reportage su quello che stava succedendo due anni fa), ed è evidente che le peripezie dei migranti rispecchiano quelle di chi, oggi, sta cercando di arrivare da noi. Ma anche la realtà dei ‘profughi climatici’ non è una mia invenzione, né qualcosa che potrebbe accadere in futuro: è storia di oggi. L’Onu dice che nel mondo esistono già 65 milioni di profughi climatici, e ne prevede 300 milioni per il 2050. Altro che i 170 mila che oggi fanno gridare all’invasione da parte degli sciacalli che giocano sulla paura dell’Altro.

Mi è sembrato di cogliere anche un altro monito, nelle tue parole. Quello di una sorta di legge del contrappasso, come se urlassi in faccia all’uomo disumanizzato di questa desolante era, che il trattamento che sta riservando oggi ai fratelli che fuggono da guerre, terrore e carestie, è lo stesso che in futuro potrebbe essere a lui destinato.

L’ho già detto: è, purtroppo, abbastanza probabile che quei migranti, tra nemmeno molto tempo, potremmo essere noi. Non vorrei essere catastrofico, ma qui è davvero in gioco il futuro dell’intera umanità.

Un tema importante presente nel tuo libro è quello della reazione umana in condizioni estreme. È successo, e succede tuttora, che in situazioni drammatiche – guerre, terremoti, insicurezza sociale – l’essere umano tiri fuori il meglio e il peggio di sé. Nei momenti di ‘mors tua, vita mea’ c’è chi reagisce con l’egoismo più sfrenato e chi invece scopre la socialità e la solidarietà. Pensi sia solo una questione di indole personale o credi invece che questi due tipi di reazioni, tra essi agli antipodi, siano frutto di un indirizzo sociale? Si può educare l’uomo alla solidarietà o, come sostengono alcuni in modo tranchant, l’uomo è egoista per natura e non è possibile cambiare?

Con l’età, mi sento sempre più disilluso, eppure conservo un briciolo di speranza sulla possibilità di far ‘vivere’ ancora la solidarietà, il senso della comunità, della società. Vedi, gli scenari che descrivo, quelli di un mondo basato sulla lotta di tutti contro tutti, in fondo descrivono un capitalismo portato alle sue estreme conseguenze, senza più limiti né norme che lo regolino. È il capitalismo nella sua forma ‘pura’. E tuttavia, il mio protagonista, nel corso di quella migrazione (che è anche una fuga dal capitalismo e dal disastro che si lasciano alle spalle), ritrova proprio un senso di solidarietà sociale, ritrova gli affetti, ritrova il senso del dovere, che per me è fondamentale in una società che invece sa solo ripetere il mantra dei diritti, che ci abitua all’individualismo più sfrenato, che ci fa dire soltanto «Io, io, io», mentre dovremmo saper affermare «Noi, noi, noi». Come scrive Roberto Esposito, “l’esistenza non può essere declinata che alla prima persona plurale: noi siamo”. Spero proprio che l’umanità lo capisca. Ne va, come ho già detto, del suo stesso destino.

E ora ti chiedo qualche ragguaglio tecnico. Le vicende del libro si svolgono, geograficamente, nei territori che vanno dall’Italia alla Scandinavia. Il viaggio verso la salvezza, che questo esercito di disperati affronta a piedi, si dipana tra luoghi reali, ben precisi. Che lavoro di documentazione hai dovuto fare per giungere a delineare un tragitto ‘verosimile’?

Una volta chiaro che i ‘miei’ migranti dovevano raggiungere la Scandinavia (che secondo molti scienziati, insieme al resto dei Paesi attorno al Circolo polare artico, sarà tra qualche decennio fra i pochi territori a beneficiare, temporaneamente, del cambiamento climatico e dove sarà possibile una vita sociale organizzata come la conosciamo oggi), ho letto i rapporti regionali dell’Ipcc o dell’Agenzia europea per l’Ambiente e una marea di altri libri di divulgazione e di articoli scientifici sul clima e sulle reazioni di animali, piante, eccetera. Così mi sono fatto un’idea piuttosto precisa di quello che i miei personaggi avrebbero incontrato nel loro percorso in uno scenario, diciamo, di gravità medio-alta. Infine, lo confesso, ho usato Google Earth, impostandolo per un tragitto a piedi, e poi seguendo corsi d’acqua, vallate, eccetera, in base ai dati che avevo raccolto sul clima. Complicato, ma anche molto eccitante e divertente (se così si può dire).

E ora cambiamo argomento. Quest’anno cadono anniversari importanti: il centenario della Rivoluzione d’Ottobre, e qui da noi il quarantennale del ‘77. Ora, al di là del fatto che viviamo in un epoca in cui si tende a semplificare ogni cosa, e in cui la portata dei grandi eventi viene neutralizzata proprio attraverso la banalizzazione della ricorrenza, a proposito di ‘77 torna alla ribalta anche il tuo bel libro del 2006, Il passato davanti a noi, scritto in tempi non sospetti…

Devo confessare che non amo molto la Rivoluzione d’Ottobre. È stato un evento storico fondamentale, certo, ma per me, per come si è svolta, aveva già in nuce tutte le caratteristiche che l’hanno poi portata a trasformarsi in una dittatura feroce. Tutt’altro discorso per gli anni Settanta e per il ‘77. Oggi si ricordano solo il piombo, gli attentati, le Brigate rosse, le stragi, e anche in maniera approssimativa e spesso falsa. Quel periodo è un ‘buco nero’ in cui nessuno vuole mettere seriamente le mani per paura di essere assorbito e non uscirne più vivo.

Come ha scritto Stefano Tassinari, si giudicano quegli anni a partire solo dagli effetti e non dalle cause. C’è ancora un’afasia (quando non una mistificazione) che si allarga all’insieme degli anni Settanta, proiettando sull’intero periodo le tragedie e le lacerazioni del loro epilogo. Già una quindicina d’anni fa avvertivo l’esigenza di rimettere le cose al loro posto, almeno secondo il mio punto di vista, e così avevo scritto Il passato davanti a noi. Anche per cercare di rimediare a una nostra colpa, di quelli che in quegli anni c’erano.

Perché il modo in cui la maggior parte di noi è stata sconfitta, quel rimanere senza ‘parole per dirlo’, stretti tra chi sparava e gli M113 che ti trovavi di fronte appena uscivi di casa, ci ha fatto attraversare gli anni Ottanta come quei personaggi che nei fumetti si nascondono negli stagni con una canna per respirare. E così ci siamo sottratti al peso e alla responsabilità della tradizione, del passaggio di un testimone, della trasmissione di un’esperienza, che è ciò di cui, come diceva Walter Benjamin, l’uomo moderno è stato derubato.

Ci siamo prestati al gioco di chi ci vuole confinare nel presente. Così, cercando di sfuggire alla retorica della meglio gioventù, ma anche all’infamia della damnatio memoriae, ho provato a raccontare quegli anni, con storie che, almeno nelle mie intenzioni, avrebbero dovuto portare i lettori a decidere in piena autonomia cosa dovesse essere buttato e cosa potesse essere recuperato da quella soffitta, frugando attentamente tra quei materassi sfondati e quegli abat-jour scassati. Penso che qualcosa, di quegli entusiasmi e di quelle passioni, di quegli ideali e di quelle teorie, di quegli errori e di quegli orrori, possa essere ancora salvato e riciclato, ma non sono affatto cieco su quanto c’è di irrecuperabile e perfino di dannoso e totalitario nelle idee che circolavano in quegli anni.

Per questo amo il Settantasette: quello stile alla Rimbaud, quell’incasinatissima Torre di Babele in cui si urlavano centinaia di lingue differenti e si bruciavano una dopo l’altra le parole nuove, quell’insistenza sulla comunicazione e sul linguaggio, quel credere con forza in un conflitto che non annullasse l’avversario, in solidarietà concrete e non astratte, in quella rete di piccoli gruppi che è rispuntata magicamente fuori trent’anni dopo, dal movimento di Porto Alegre in poi. Non eravamo più la Storia, ma una matassa di storie ingarbugliate, reali o immaginarie, perfino assurde, insieme individuali e collettive, comunque parti di quell’essere multiplo che chiamavano ‘noi’. E ci risiamo con il Noi...

E in conclusione, la classica domanda riguardo ai progetti futuri. Stai lavorando a qualcosa di attinente al tuo ultimo romanzo o, riguardo al clima ‘quello che dovevi dire lo hai detto’?

Purtroppo, la verità è che, ora come ora, non posso permettermi di lavorare a nulla. Con la crisi della stampa e dell’editoria, con la drastica riduzione delle vendite dei libri, con i ridotti guadagni da traduzioni e articoli, oggi (quando il lavoro c’è) devo lavorare il triplo per guadagnare la metà rispetto a qualche anno fa. Lo dico non per esporre il mio caso personale, ma perché mi sento parte di un problema più generale che riguarda tutti gli operatori della cultura in Italia, specie se freelance. E così non mi restano più né tempo né testa per lavorare ai miei progetti di scrittura. Ne ho, eccome, ma sono costretto ad accantonarli. Spero che questa situazione cambi, ma non sono per nulla ottimista.

 

Giuseppe Ciarallo

 

 

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