L’economia ha grossi problemi di salute, ci dicono. E chi lo
afferma non intende parlare del crollo delle borse mondiali né
della crescita impazzita del prezzo del petrolio. Estorsioni, usura,
appalti truccati, gioco d’azzardo, traffici illeciti di droga,
di armi, di rifiuti (umani e non), sofisticazioni alimentari, lavoro
nero, evasione fiscale, violazione delle norme di sicurezza ambientale,
violazione delle norme di sicurezza sul lavoro, e chi più ne
ha più ne metta. Una pletora di reati in spregio alle norme
dei codici civile e penale che pesa sulle spalle del sistema del libero
scambio e che – ci dicono – deve essere a tutti i costi
eliminata. Perché perturba (quasi fosse un acquazzone) la serenità
della nostra economia e contamina (come un virus) il regolare svolgimento
delle transazioni di mercato, quel mercato che non pare, da questo
punto di vista, essere in grado di autoregolarsi, con buona pace dei
sostenitori dell’indefettibilità del suo sistema immunitario.
A questi fenomeni si pensa come acquazzoni, uragani o terremoti, o
come a virus, tumori o complicazioni circolatorie, eventi negativi
e definiti che possono essere, se non impediti o prevenuti, quanto
meno isolati dal contesto sano, dal bel tempo standard. Ma è
davvero così?
In estrema sintesi, il nostro sistema economico si fonda sul diritto
di scambiare beni e servizi, ‘cose’ e prestazioni, contro
una data quantità di denaro: è appunto il sistema del
libero (o quasi) scambio. Ciò che è possibile scambiare
e quale sia il prezzo adeguato da corrispondere viene definito sulla
base di due impianti normativi: la legge della domanda e dell’offerta
da un lato, applicabile indifferentemente a livello nazionale e internazionale,
e l’apparato legislativo del Paese in cui si svolgono le transazioni
dall’altro, con una validità esclusivamente interna.
Queste due forze non agiscono congiuntamente, perché la legge
della domanda e dell’offerta non ammette limiti teorici alla
propria validità ed è intrinsecamente amorale: se esiste
un compratore e quel compratore è disposto a pagare un prezzo
adeguato, qualunque merce o prestazione può essere venduta,
senza nessun tipo di vincolo: la legge della domanda e dell’offerta
non distingue fra cocaina e spaghetti, né fra esseri umani
e carbone. A decidere quali beni e servizi possano essere oggetto
di scambio, e talvolta (più raramente) quale ne debba essere
il prezzo, sono i vari Paesi sulla base dei propri impianti legislativi.
Ne consegue che ciò che è ‘virus’ a Roma
o a Parigi non lo è necessariamente a Taiwan o a Calcutta,
come pure ciò che è tumore oggi (la schiavitù,
per esempio), non lo è stato per migliaia di anni. Il concetto
di scambio legale non ha quindi una validità assoluta, ma è
storicamente e geograficamente definito, ed è pertanto di natura
contingente.
La nozione di transazione legale, valida in un dato Paese e in una
data epoca, è dunque il risultato di una contrattazione fra
il potere economico, che mira ad ampliare il più possibile
il suo raggio di azione, e il potere politico, che tende, almeno in
teoria, a disciplinarne le pretese in un’ottica di bene comune.
A seconda della forza contrattuale dei due contendenti si avranno
margini più o meno ampi di discrezionalità per l’iniziativa
economica privata. Alcuni Stati, gli USA per esempio, hanno istituzionalizzato
questo tipo di trattativa nel sistema delle lobbies: i lobbisti, rappresentanti
superpagati dei vari settori del sistema produttivo (petrolchimico,
automobilistico, assicurativo, farmaceutico, e così via), esercitano
pressioni – legali – sui rappresentanti delle Camere per
convincerli a sponsorizzare disegni di legge favorevoli ai loro datori
di lavoro. In altri Paesi si preferisce lasciare alla libera iniziativa
privata la scelta dei metodi più adatti (tavoli istituzionali,
favori personali, tangenti, conflitti di interesse ecc.) per l’ottenimento
di un impianto normativo ‘possibilista’.
Il potere politico, si diceva, rappresenta il contrappeso necessario
affinché le forze economiche agiscano in modo tale da favorire
il benessere complessivo dei cittadini, il cosiddetto bene comune.
E qui si pone un nuovo problema: anche un’economia ricca è
considerata bene comune, ne è anzi, ai giorni nostri, la componente
principale, tanto da essere assimilata al termine ‘sviluppo’.
Quando in politica si parla di sviluppo, si intendenormalmente la
crescita dell’economia così come è definita dall’aumento
del Pil, e solo in casi rarissimi il miglioramento delle condizioni
di vita della popolazione o la tensione verso obiettivi culturali
e morali ‘alti’ (1). Ovviamente, la crescita economica
non coincide necessariamente con lo sviluppo: è possibile,
come infatti accade, che dei suoi benefici goda solo una percentuale
minima della popolazione (quelli che Marx definiva i capitalisti,
e altri ceti parassitari), e che la crescita non migliori a nessun
livello il benessere complessivo del Paese, o addirittura lo peggiori.
È il noto fenomeno della concentrazione, che si innesta quando
in un sistema economico mancano strumenti ridistributivi adeguati,
o la volontà di ridistribuire tout court.
Per fare due esempi fra i tanti, in Italia la maggiore flessibilità
concessa nei contratti di lavoro dalla legge 30/2003 (la cosiddetta
legge Biagi), ha comportato un indubbio vantaggio di costo per gli
imprenditori, ma i maggiori utili che ne sono derivati non sono stati
trasferiti ai dipendenti attraverso incrementi salariali o miglioramenti
delle condizioni di lavoro: al contrario, il fenomeno della precarizzazione
ha peggiorato sensibilmente sia il loro status sociale che il loro
livello reddituale. In India, come si legge nel Rapporto sullo sviluppo
sociale pubblicato dalla Oxford University Press, mentre il Pil continua
a crescere in maniera impressionante, “le differenze e le disuguaglianze
si sono acuite e gli squilibri regionali si sono allargati tanto che
l’instabilità sociale è diventata una seria minaccia”:
oggi nello Stato di Gandhi convivono un terzo degli ingegneri di software
e un quarto degli affamati di tutto il mondo.
Già Pier Paolo Pasolini, nei suoi articoli oggi raccolti negli
Scritti Corsari, aveva messo in guardia verso questo
pericoloso fraintendimento fra sviluppo (economico) e progresso (civile),
insinuando, a ragione, che le parole, e specialmente l’uso che
se ne fa, non siano mai neutrali. Confondere a bella posta i termini
è la mossa di chi ci guadagna, e chi ci perde non ha voce,
a meno che la politica non si decida a scendere in campo.
E la politica scende in campo, ma non in difesa del bene comune.
Dal momento in cui la crescita economica viene considerata l’obiettivo
programmatico per eccellenza – quello da perseguire a ogni costo
– non è più conveniente porre limiti normativi
reali e stringenti alle dinamiche della legge della domanda e dell’offerta:
qualunque attore economico favorisca lo sviluppo del Pil, sia che
operi nell’ambito della legalità, sia che navighi nelle
acque torbide del sommerso o in quelle ancora più cupe dei
traffici criminali, verrà considerato, se non il benvenuto,
quanto meno utile, e ogni dichiarazione che affermi l’opposto
rappresenta evidentemente un bluff per ingannare gli ingenui. Come
conseguenza logica, dal momento che la legge base dell’economia
non distingue per definizione fra lecito e illecito, ne deriverà
che sul mercato degli scambi coesisteranno in tutta tranquillità,
non separabili, le due tipologie di transazione: ed è quello
che, puntualmente, avviene in Italia.
Il rapporto Eurispes 2008 sull’economia sommersa riporta cifre
da capogiro. Sulla base delle stime (prudenziali) effettuate, il lavoro
nero genera un flusso di denaro che si attesta intorno ai 300 miliardi
di euro, l’evasione fiscale 156 miliardi di euro, il mercato
degli affitti ‘informali’ 93 miliardi di euro. Secondo
la società di statistica, il sommerso individuato va a integrare
i redditi delle famiglie che, “in seguito alla perdita del potere
d’acquisto e alla forte inflazione (negata a livello ufficiale,
n.d.a.) che hanno caratterizzato l’economia italiana
negli ultimi anni, si mantengono su livelli ben al di sotto della
media europea e non tengono il passo con il costo della vita”.
L’altra faccia, quella più scura, dell’economia
sommersa è rappresentata dall’economia criminale, che
secondo Eurispes vale (per difetto) almeno 176 miliardi di euro, pari
all’11,46% del Pil italiano del 2007. Oltre agli introiti generati
dalle quattro organizzazioni criminali (Mafia, Camorra, ’Ndrangheta,
Sacra Corona Unita) sono stati considerati anche i volumi d’affari
realizzati da realtà che non hanno la stessa struttura delle
organizzazioni mafiose né sono riconducibili a esse. Sono state
analizzate come forme di economia criminale l’usura e il racket,
il contrabbando (di medicinali, tabacco, ecc.), il traffico di droga
e di armi, lo sfruttamento della prostituzione (anche quella maschile
e minorile), il riciclaggio di denaro, la contraffazione, il gioco
d’azzardo e le scommesse clandestine, le frodi comunitarie e
internazionali, il traffico di oggetti d’arte e antiquariato,
il traffico di manodopera clandestina, i fenomeni di ecomafia, e così
via. Mettendo a confronto il giro d’affari prodotto in Italia
dalla criminalità con il Pil di alcuni paesi europei, risulta
che il sommerso criminale del nostro Paese è equivalente alla
somma dei Pil di Estonia (25 miliardi di euro), Romania (97 miliardi),
Slovenia (30 miliardi) e Croazia (34 miliardi).
Basta semplicemente sommare il valore prodotto dall’economia
sommersa e quello relativo all’economia criminale per arrivare
a segnalare un’economia parallela nel nostro Paese che genera
un Pil in nero di 725 miliardi di euro, pari al 47,23% del Pil 2007
(che vale 1.535 miliardi circa), cui corrisponde un’imposta
evasa di 206 miliardi di euro.
Insomma, che lo si guardi dal lato del mercato del lavoro, delle imprese
e delle famiglie o che lo si rintracci tra le pieghe dell’universo
criminale, il sommerso in Italia rappresenta uno Stato nello Stato.
È possibile separare questi due Stati, o almeno distinguere
la parte sana da quella malata e, domanda ancora più inquietante,
è davvero desiderabile dal punto di vista di una classe politica
che fa della crescita economica il suo principale obiettivo strategico?
Purtroppo, sembra di dover rispondere negativamente a entrambe le
domande. Infatti l’economia sommersa, in tutte le sue forme,
genera redditi che si riversano nell’economia ufficiale, sia
che provengano dal lavoro nero, dall’evasione fiscale o dai
traffici criminali. Una famiglia usa la parte in nero del proprio
reddito, come abbiamo visto, per arrivare a fine mese, quindi per
comprare beni e servizi – la benzina, la carne, i libri e i
vestiti dei figli, per pagare le spese mediche – e queste transazioni,
perfettamente legali, vengono puntualmente registrate ed entrano a
far parte del Pil ufficiale, che quindi cresce anche perché
esiste l’economia sommersa. Il flusso di denaro generato
dall’economia criminale segue invece percorsi diversi a seconda
del modo in cui viene utilizzato: la parte che viene reinvestita nel
core business (droga, prostituzione, usura, e così via) genera
una nuova ondata di economia sommersa (altro lavoro nero, evasione
fiscale, ecc.) che si riversa nell’economia legale secondo lo
schema sopra analizzato. La parte degli introiti proveniente da reati
che viene invece occultata in depositi bancari nutre più o
meno direttamente il sistema creditizio, mentre quella investita in
attività economiche ‘in chiaro’ (imprese di ogni
genere, attività commerciali, ecc.) contribuisce fin da subito
alla crescita del Pil legale. Non esiste un sistema nel Sistema, ma
un unico grande Sistema le cui componenti in nero e in chiaro si mischiano
l’una all’altra fino a diventare indistinguibili.
Gomorra, il celebre libro di Roberto Saviano, condivide
questa tesi, e per dimostrarla esplicita quale sia il reale funzionamento
di quattro settori della nostra economia. Due di essi sono importanti
capisaldi del sistema produttivo legale – moda e costruzioni
– e due fanno invece parte dell’economia esplicitamente
criminale, il mercato della droga e quello dei rifiuti tossici. In
tutti i casi analizzati, ben lungi dal rappresentare un problema (in
ottica economica), le infiltrazioni camorristiche all’interno
dei settori legali e la gestione diretta di quelli illegali rappresentano
una sorta di catalizzatore d’affari, una risorsa di valenza
strategica per il sistema Italia.
Nel comparto dell’alta moda (stiamo parlando delle più
esclusive firme del made in Italy), il talento indiscusso degli artigiani
campani nel taglio e confezionamento di capi di lusso garantisce l’elevatissimo
livello qualitativo che le imprese del settore chiedono. In più,
la gestione (diretta o indiretta) delle sartorie da parte della criminalità
organizzata permette, attraverso lo sfruttamento intensivo del lavoro
nero, soprattutto femminile, che questo livello qualitativo venga
raggiunto a prezzi assolutamente competitivi, impensabili nel caso
si faccia ricorso ad aziende che operino nel rispetto delle garanzie
di legge. Così, da una parte le case di moda possono massimizzare
gli utili che ottengono sul mercato globale senza penalizzare la qualità
dei capi (come avverrebbe in caso di delocalizzazione della produzione
nei Paesi emergenti, che non hanno ancora raggiunto il nostro expertise
nel campo), dall’altro il lavoro nero permette la sopravvivenza
di numerose famiglie campane, che vedranno comparire in televisione,
sulla passerella degli Oscar, indossati dalle attrici più celebri
e impegnate, i capi cuciti dalle loro abili mani per quattro soldi.
Per quanto riguarda le costruzioni, la musica non cambia. Le squadre
della Camorra si muovono su tutto il territorio nazionale, controllando
il settore fin dalle gare di appalto e dalla fornitura delle materie
prime, e costruiscono edifici e infrastrutture in tempi e a prezzi
che nessuna azienda legale potrebbe garantire. Di nuovo, la base del
metodo è costituita da un lato dallo sfruttamento del lavoro
nero di cittadini italiani o clandestini (cui viene garantito un reddito
spendibile sul mercato legale), dall’altro dall’indubbio
potere di persuasione (chiamiamolo così) del racket e dai rapporti
strettissimi tessuti nel tempo con l’apparato politico locale
e nazionale, che mettono le loro aziende al riparo dai controlli fiscali
o da quelli sullo stato di sicurezza dei cantieri cui i concorrenti
devono, volenti o nolenti, assoggettarsi.
Nel mercato della droga, invece, la strategia messa in campo dalla
criminalità organizzata campana è a dir poco stupefacente.
Mentre a livello di produzione e importazione il settore funziona
secondo il metodo classico, la distribuzione delle sostanze stupefacenti
è stata del tutto rivoluzionata. Invece di fare ricorso a spacciatori,
molto spesso dipendenti come i loro clienti dalla droga e per questo
poco affidabili, facilmente individuabili dalle forze dell’ordine
ed emotivamente fragili, si è deciso di permettere la vendita
delle sostanze illegali, in quantità minime, a chiunque abbia
necessità di integrare il proprio reddito. Casalinghe, studenti,
pensionati insospettabili hanno così potuto costruire il proprio
giro d’affari, trasformandosi in piccoli imprenditori, protetti
dalle visite sgradite dai piantoni del clan, e la Camorra ha visto
crescere drasticamente il proprio fatturato nel settore, mentre i
clienti hanno apprezzato enormemente l’accresciuta sicurezza
delle transazioni.
Infine, per quanto riguarda il mercato dei rifiuti tossici, rimandiamo
all’inchiesta Crisi di sistema pubblicata su PaginaUno, n.7/2008.
Che si tratti di moda, edilizia, droga o rifiuti il risultato non
cambia: la presenza della criminalità organizzata assicura
competitività ai settori nei quali opera, e di questa accresciuta
competitività beneficiano indifferentemente le attività
legali e illegali di tutto il Paese (come hanno dimostrato per esempio
le recenti indagini sullo smaltimento delle sostanze tossiche e quelle
sulle frodi alimentari legate alla sofisticazione del vino nella vicenda
di Velenitaly), mentre gli abitanti di intere province, non solo in
Italia (Gomorra cita il caso di Aberdeen, una città della Scozia
la cui economia è interamente gestita dalla Camorra) vivono
unicamente del sommerso generato direttamente o indirettamente dalle
attività criminali.
Come suggerisce Saviano, la criminalità organizzata può
essere debellata solo qualora si sia disposti ad attaccare, senza
incertezze di sorta, la vera forza dei racket moderni, che è
la loro natura prettamente imprenditoriale: vale a dire che la Camorra
può essere sconfitta solo a prezzo di distruggerne l’economia,
senza preoccuparsi delle conseguenze, potenzialmente tragiche, sul
mercato degli scambi in chiaro. Ma la classe politica italiana, che
ha fatto della crescita del Pil lo stendardo del successo, non può
permetterselo. Quel che può concedere è che singoli
magistrati, eroici nella difesa di una legalità che le forze
politiche ed economiche vivono ormai come un vincolo allo sviluppo,
cerchino, nel più totale abbandono istituzionale, di porre
un argine alla progressiva degenerazione dell’intero sistema
Italia, qualche volta a prezzo della vita. Questo tentativo ‘personale’,
come risulta evidente, è destinato a influire ben poco: per
ogni inchiesta che viene terminata con successo, per ogni frode o
traffico faticosamente portato alla luce, nuove frodi e traffici nascono
nell’immenso mare del libero mercato. In due soli procedimenti
contro la famiglia Schiavone sono stati sequestrati, fra l’agosto
del 1996 e l’agosto del 1997, beni per un totale di 500 milioni
di euro, una cifra che metterebbero in ginocchio qualsiasi gruppo
imprenditoriale. I clan, invece, continuano a prosperare, e la Dda
di Napoli stima il loro fatturato annuo intorno ai 30 miliardi di
euro: non milioni, miliardi!
A maggior ragione nessun politico, cavalcando l’onda della crescita,
vede più la ragione di perseguire una lotta serrata contro
fenomeni meno gravi (dal punto di vista normativo, non numerico),
quali il lavoro nero o l’evasione fiscale, dal momento che risultano
tanto utili all’economia del Belpaese: un condono ogni tanto
e qualche denuncia isolata, mai di seria entità, e il gioco
delle tre carte è fatto: e poi, si sa, anche i controlli costano.
Come diceva De Gournay? Laissez faire, laissez passer.
Giovanna Baer
(1) vedi Elementi di ineguaglianza
di Giovanna Baer, PaginaUno n. 1/2007