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aprile - maggio 2013
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Le connessioni
tra economia legale, criminale e sommersa |
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L’economia ha grossi problemi di salute, ci dicono. E chi
lo afferma non intende parlare del crollo delle borse mondiali né
della crescita impazzita del prezzo del petrolio. Estorsioni, usura,
appalti truccati, gioco d’azzardo, traffici illeciti di droga,
di armi, di rifiuti (umani e non), sofisticazioni alimentari, lavoro
nero, evasione fiscale, violazione delle norme di sicurezza ambientale,
violazione delle norme di sicurezza sul lavoro, e chi più
ne ha più ne metta. Una pletora di reati in spregio alle
norme dei codici civile e penale che pesa sulle spalle del sistema
del libero scambio e che – ci dicono – deve essere a
tutti i costi eliminata. Perché perturba (quasi fosse un
acquazzone) la serenità della nostra economia e contamina
(come un virus) il regolare svolgimento delle transazioni di mercato,
quel mercato che non pare, da questo punto di vista, essere in grado
di autoregolarsi, con buona pace dei sostenitori dell’indefettibilità
del suo sistema immunitario. In estrema sintesi, il nostro sistema economico si fonda sul diritto di scambiare beni e servizi, ‘cose’ e prestazioni, contro una data quantità di denaro: è appunto il sistema del libero (o quasi) scambio. Ciò che è possibile scambiare e quale sia il prezzo adeguato da corrispondere viene definito sulla base di due impianti normativi: la legge della domanda e dell’offerta da un lato, applicabile indifferentemente a livello nazionale e internazionale, e l’apparato legislativo del Paese in cui si svolgono le transazioni dall’altro, con una validità esclusivamente interna. Queste due forze non agiscono congiuntamente, perché la legge della domanda e dell’offerta non ammette limiti teorici alla propria validità ed è intrinsecamente amorale: se esiste un compratore e quel compratore è disposto a pagare un prezzo adeguato, qualunque merce o prestazione può essere venduta, senza nessun tipo di vincolo: la legge della domanda e dell’offerta non distingue fra cocaina e spaghetti, né fra esseri umani e carbone. A decidere quali beni e servizi possano essere oggetto di scambio, e talvolta (più raramente) quale ne debba essere il prezzo, sono i vari Paesi sulla base dei propri impianti legislativi. Ne consegue che ciò che è ‘virus’ a Roma o a Parigi non lo è necessariamente a Taiwan o a Calcutta, come pure ciò che è tumore oggi (la schiavitù, per esempio), non lo è stato per migliaia di anni. Il concetto di scambio legale non ha quindi una validità assoluta, ma è storicamente e geograficamente definito, ed è pertanto di natura contingente. La nozione di transazione legale, valida in un dato Paese e in una data epoca, è dunque il risultato di una contrattazione fra il potere economico, che mira ad ampliare il più possibile il suo raggio di azione, e il potere politico, che tende, almeno in teoria, a disciplinarne le pretese in un’ottica di bene comune. A seconda della forza contrattuale dei due contendenti si avranno margini più o meno ampi di discrezionalità per l’iniziativa economica privata. Alcuni Stati, gli USA per esempio, hanno istituzionalizzato questo tipo di trattativa nel sistema delle lobbies: i lobbisti, rappresentanti superpagati dei vari settori del sistema produttivo (petrolchimico, automobilistico, assicurativo, farmaceutico, e così via), esercitano pressioni – legali – sui rappresentanti delle Camere per convincerli a sponsorizzare disegni di legge favorevoli ai loro datori di lavoro. In altri Paesi si preferisce lasciare alla libera iniziativa privata la scelta dei metodi più adatti (tavoli istituzionali, favori personali, tangenti, conflitti di interesse ecc.) per l’ottenimento di un impianto normativo ‘possibilista’. Il potere politico, si diceva, rappresenta il contrappeso necessario affinché le forze economiche agiscano in modo tale da favorire il benessere complessivo dei cittadini, il cosiddetto bene comune. E qui si pone un nuovo problema: anche un’economia ricca è considerata bene comune, ne è anzi, ai giorni nostri, la componente principale, tanto da essere assimilata al termine ‘sviluppo’. Quando in politica si parla di sviluppo, si intendenormalmente la crescita dell’economia così come è definita dall’aumento del Pil, e solo in casi rarissimi il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione o la tensione verso obiettivi culturali e morali ‘alti’ (1). Ovviamente, la crescita economica non coincide necessariamente con lo sviluppo: è possibile, come infatti accade, che dei suoi benefici goda solo una percentuale minima della popolazione (quelli che Marx definiva i capitalisti, e altri ceti parassitari), e che la crescita non migliori a nessun livello il benessere complessivo del Paese, o addirittura lo peggiori. È il noto fenomeno della concentrazione, che si innesta quando in un sistema economico mancano strumenti ridistributivi adeguati, o la volontà di ridistribuire tout court. Per fare due esempi fra i tanti, in Italia la maggiore flessibilità
concessa nei contratti di lavoro dalla legge 30/2003 (la cosiddetta
legge Biagi), ha comportato un indubbio vantaggio di costo per gli
imprenditori, ma i maggiori utili che ne sono derivati non sono
stati trasferiti ai dipendenti attraverso incrementi salariali o
miglioramenti delle condizioni di lavoro: al contrario, il fenomeno
della precarizzazione ha peggiorato sensibilmente sia il loro status
sociale che il loro livello reddituale. In India, come si legge
nel Rapporto sullo sviluppo sociale pubblicato dalla Oxford University
Press, mentre il Pil continua a crescere in maniera impressionante,
“le differenze e le disuguaglianze si sono acuite e gli squilibri
regionali si sono allargati tanto che l’instabilità
sociale è diventata una seria minaccia”: oggi nello
Stato di Gandhi convivono un terzo degli ingegneri di software e
un quarto degli affamati di tutto il mondo. E la politica scende in campo, ma non in difesa del bene comune. Dal momento in cui la crescita economica viene considerata l’obiettivo programmatico per eccellenza – quello da perseguire a ogni costo – non è più conveniente porre limiti normativi reali e stringenti alle dinamiche della legge della domanda e dell’offerta: qualunque attore economico favorisca lo sviluppo del Pil, sia che operi nell’ambito della legalità, sia che navighi nelle acque torbide del sommerso o in quelle ancora più cupe dei traffici criminali, verrà considerato, se non il benvenuto, quanto meno utile, e ogni dichiarazione che affermi l’opposto rappresenta evidentemente un bluff per ingannare gli ingenui. Come conseguenza logica, dal momento che la legge base dell’economia non distingue per definizione fra lecito e illecito, ne deriverà che sul mercato degli scambi coesisteranno in tutta tranquillità, non separabili, le due tipologie di transazione: ed è quello che, puntualmente, avviene in Italia. Il rapporto Eurispes 2008 sull’economia sommersa riporta
cifre da capogiro. Sulla base delle stime (prudenziali) effettuate,
il lavoro nero genera un flusso di denaro che si attesta intorno
ai 300 miliardi di euro, l’evasione fiscale 156 miliardi di
euro, il mercato degli affitti ‘informali’ 93 miliardi
di euro. Secondo la società di statistica, il sommerso individuato
va a integrare i redditi delle famiglie che, “in seguito alla
perdita del potere d’acquisto e alla forte inflazione (negata
a livello ufficiale, n.d.a.) che hanno caratterizzato l’economia
italiana negli ultimi anni, si mantengono su livelli ben al di sotto
della media europea e non tengono il passo con il costo della vita”.
L’altra faccia, quella più scura, dell’economia
sommersa è rappresentata dall’economia criminale, che
secondo Eurispes vale (per difetto) almeno 176 miliardi di euro,
pari all’11,46% del Pil italiano del 2007. Oltre agli introiti
generati dalle quattro organizzazioni criminali (Mafia, Camorra,
’Ndrangheta, Sacra Corona Unita) sono stati considerati anche
i volumi d’affari realizzati da realtà che non hanno
la stessa struttura delle organizzazioni mafiose né sono
riconducibili a esse. Sono state analizzate come forme di economia
criminale l’usura e il racket, il contrabbando (di medicinali,
tabacco, ecc.), il traffico di droga e di armi, lo sfruttamento
della prostituzione (anche quella maschile e minorile), il riciclaggio
di denaro, la contraffazione, il gioco d’azzardo e le scommesse
clandestine, le frodi comunitarie e internazionali, il traffico
di oggetti d’arte e antiquariato, il traffico di manodopera
clandestina, i fenomeni di ecomafia, e così via. Mettendo
a confronto il giro d’affari prodotto in Italia dalla criminalità
con il Pil di alcuni paesi europei, risulta che il sommerso criminale
del nostro Paese è equivalente alla somma dei Pil di Estonia
(25 miliardi di euro), Romania (97 miliardi), Slovenia (30 miliardi)
e Croazia (34 miliardi). È possibile separare questi due Stati, o almeno distinguere
la parte sana da quella malata e, domanda ancora più inquietante,
è davvero desiderabile dal punto di vista di una classe politica
che fa della crescita economica il suo principale obiettivo strategico? Gomorra, il celebre libro di Roberto Saviano, condivide questa tesi, e per dimostrarla esplicita quale sia il reale funzionamento di quattro settori della nostra economia. Due di essi sono importanti capisaldi del sistema produttivo legale – moda e costruzioni – e due fanno invece parte dell’economia esplicitamente criminale, il mercato della droga e quello dei rifiuti tossici. In tutti i casi analizzati, ben lungi dal rappresentare un problema (in ottica economica), le infiltrazioni camorristiche all’interno dei settori legali e la gestione diretta di quelli illegali rappresentano una sorta di catalizzatore d’affari, una risorsa di valenza strategica per il sistema Italia. Nel comparto dell’alta moda (stiamo parlando delle più esclusive firme del made in Italy), il talento indiscusso degli artigiani campani nel taglio e confezionamento di capi di lusso garantisce l’elevatissimo livello qualitativo che le imprese del settore chiedono. In più, la gestione (diretta o indiretta) delle sartorie da parte della criminalità organizzata permette, attraverso lo sfruttamento intensivo del lavoro nero, soprattutto femminile, che questo livello qualitativo venga raggiunto a prezzi assolutamente competitivi, impensabili nel caso si faccia ricorso ad aziende che operino nel rispetto delle garanzie di legge. Così, da una parte le case di moda possono massimizzare gli utili che ottengono sul mercato globale senza penalizzare la qualità dei capi (come avverrebbe in caso di delocalizzazione della produzione nei Paesi emergenti, che non hanno ancora raggiunto il nostro expertise nel campo), dall’altro il lavoro nero permette la sopravvivenza di numerose famiglie campane, che vedranno comparire in televisione, sulla passerella degli Oscar, indossati dalle attrici più celebri e impegnate, i capi cuciti dalle loro abili mani per quattro soldi. Per quanto riguarda le costruzioni, la musica non cambia. Le squadre della Camorra si muovono su tutto il territorio nazionale, controllando il settore fin dalle gare di appalto e dalla fornitura delle materie prime, e costruiscono edifici e infrastrutture in tempi e a prezzi che nessuna azienda legale potrebbe garantire. Di nuovo, la base del metodo è costituita da un lato dallo sfruttamento del lavoro nero di cittadini italiani o clandestini (cui viene garantito un reddito spendibile sul mercato legale), dall’altro dall’indubbio potere di persuasione (chiamiamolo così) del racket e dai rapporti strettissimi tessuti nel tempo con l’apparato politico locale e nazionale, che mettono le loro aziende al riparo dai controlli fiscali o da quelli sullo stato di sicurezza dei cantieri cui i concorrenti devono, volenti o nolenti, assoggettarsi. Nel mercato della droga, invece, la strategia messa in campo dalla
criminalità organizzata campana è a dir poco stupefacente.
Mentre a livello di produzione e importazione il settore funziona
secondo il metodo classico, la distribuzione delle sostanze stupefacenti
è stata del tutto rivoluzionata. Invece di fare ricorso a
spacciatori, molto spesso dipendenti come i loro clienti dalla droga
e per questo poco affidabili, facilmente individuabili dalle forze
dell’ordine ed emotivamente fragili, si è deciso di
permettere la vendita delle sostanze illegali, in quantità
minime, a chiunque abbia necessità di integrare il proprio
reddito. Casalinghe, studenti, pensionati insospettabili hanno così
potuto costruire il proprio giro d’affari, trasformandosi
in piccoli imprenditori, protetti dalle visite sgradite dai piantoni
del clan, e la Camorra ha visto crescere drasticamente il proprio
fatturato nel settore, mentre i clienti hanno apprezzato enormemente
l’accresciuta sicurezza delle transazioni. Che si tratti di moda, edilizia, droga o rifiuti il risultato non cambia: la presenza della criminalità organizzata assicura competitività ai settori nei quali opera, e di questa accresciuta competitività beneficiano indifferentemente le attività legali e illegali di tutto il Paese (come hanno dimostrato per esempio le recenti indagini sullo smaltimento delle sostanze tossiche e quelle sulle frodi alimentari legate alla sofisticazione del vino nella vicenda di Velenitaly), mentre gli abitanti di intere province, non solo in Italia (Gomorra cita il caso di Aberdeen, una città della Scozia la cui economia è interamente gestita dalla Camorra) vivono unicamente del sommerso generato direttamente o indirettamente dalle attività criminali. Come suggerisce Saviano, la criminalità organizzata può essere debellata solo qualora si sia disposti ad attaccare, senza incertezze di sorta, la vera forza dei racket moderni, che è la loro natura prettamente imprenditoriale: vale a dire che la Camorra può essere sconfitta solo a prezzo di distruggerne l’economia, senza preoccuparsi delle conseguenze, potenzialmente tragiche, sul mercato degli scambi in chiaro. Ma la classe politica italiana, che ha fatto della crescita del Pil lo stendardo del successo, non può permetterselo. Quel che può concedere è che singoli magistrati, eroici nella difesa di una legalità che le forze politiche ed economiche vivono ormai come un vincolo allo sviluppo, cerchino, nel più totale abbandono istituzionale, di porre un argine alla progressiva degenerazione dell’intero sistema Italia, qualche volta a prezzo della vita. Questo tentativo ‘personale’, come risulta evidente, è destinato a influire ben poco: per ogni inchiesta che viene terminata con successo, per ogni frode o traffico faticosamente portato alla luce, nuove frodi e traffici nascono nell’immenso mare del libero mercato. In due soli procedimenti contro la famiglia Schiavone sono stati sequestrati, fra l’agosto del 1996 e l’agosto del 1997, beni per un totale di 500 milioni di euro, una cifra che metterebbero in ginocchio qualsiasi gruppo imprenditoriale. I clan, invece, continuano a prosperare, e la Dda di Napoli stima il loro fatturato annuo intorno ai 30 miliardi di euro: non milioni, miliardi! A maggior ragione nessun politico, cavalcando l’onda della crescita, vede più la ragione di perseguire una lotta serrata contro fenomeni meno gravi (dal punto di vista normativo, non numerico), quali il lavoro nero o l’evasione fiscale, dal momento che risultano tanto utili all’economia del Belpaese: un condono ogni tanto e qualche denuncia isolata, mai di seria entità, e il gioco delle tre carte è fatto: e poi, si sa, anche i controlli costano. Come diceva De Gournay? Laissez faire, laissez passer.
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