| Caduto nell’oblio per trent’anni,
il cosiddetto ‘movimento del ’77’ è stato riportato
alla ribalta della discussione pubblica nel 2007; diversi libri ne hanno
scritto, cercando di analizzarlo e soprattutto di raccontarlo. Oggi
si può riflettere se sia stato avventurismo, se fosse giusto
o sbagliato, ma l’unica realtà è che c’è
stato, e che tantissimi ragazzi ne hanno fatto parte e non certo perché
erano dei folli o addirittura dei violenti o dei delinquenti. I numeri
sono importanti, soprattutto perché si è avuto, negli
anni successivi e ancora oggi, un rifiuto totale a riflettere. Si è
scatenato un processo di criminalizzazione per cui le ragioni, le situazioni,
la storia dell’Autonomia, sono state completamente rimosse: era
l’unico modo per non prendere atto che, nel bene o nel male, questo
movimento era esistito.
Innanzitutto non nasce isolato e dal nulla: prima c’era stato
non tanto il ’68, che aveva rappresentato soprattutto un movimento
di anti-autoritarismo studentesco, ma il ’69, cioè la grande
saldatura tra operai e studenti: la prima Lotta continua, il primo Potere
operaio, l’Assemblea di Torino. È il ’69 che crea
il momento di massima eversione sociale, proprio perché si uniscono
l’anti-autoritarismo studentesco, in lotta contro l’università
e l’insegnamento baronale, e la spinta di egualitarismo che nasce
nelle fabbriche. Alcuni sostengono che, in realtà, l’Autonomia
operaia finisce lì, e che il movimento successivo è solo
la deriva di questa componente; che in qualche modo il movimento è
già perdente agli inizi degli anni Settanta, e lo è perché
non riesce a imporsi, perché i sindacati lo convogliano in un
tentativo riformista e il Pci verso un potere inteso come potere parlamentare.
Nel ’75 nasce l’idea del compromesso storico e il ’76
è l’anno in cui il Partito comunista italiano ottiene il
suo massimo consenso elettorale, raggiungendo quasi la Dc; Berlinguer
decide di dare un segno al Paese e tiene il cosiddetto discorso ‘del
rigore morale e delle festività soppresse’; una presa di
posizione, un cambio di linea, a cui l’Autonomia si oppone.
La prima imputazione del processo 7 aprile definiva il movimento come
AUTONOMIA OPERAIA ORGANIZZATA, scritto tutto con lettere maiuscole:
una pura invenzione dei giudici, processuale, a fini repressivi. Un
movimento dell’Autonomia inteso come un partito presente in tutta
Italia e, addirittura, secondo il teorema Calogero, cervello politico
e organizzativo delle Brigate rosse, non è mai esistito. È
vero che a Milano c’erano, fondamentalmente, tre gruppi organizzati:
il gruppo che si riuniva intorno alla rivista Rosso –
di cui io ero, seppur il termine è improprio, caporedattore –
il gruppo che si riuniva intorno alla rivista Senza tregua
e il gruppo cosiddetto dei Belliniani o del Casoretto; ma esisteva soprattutto,
accanto a questa che noi chiamavamo Autonomia mini-organizzata, un’Autonomia
diffusa, molto ampia. Basti ricordare che la manifestazione di Bologna
del ’77 contro la repressione, venne stimata dalla polizia di
100mila persone; il che vuol dire che eravamo 200 o 300 mila.
L’Autonomia era quindi un movimento molto vasto, frastagliato,
che poco si riconosceva nei gruppi organizzati e che conteneva tutto
ciò che di sovversivo e di eversivo si potesse trovare sulla
piazza milanese e italiana; qualsiasi persona avesse un minimo di sovversione
sociale nel proprio cuore, stava con l’Autonomia operaia. Al suo
interno esistevano infinite frange e interi movimenti, come quello femminista,
quello degli omosessuali, accanto agli studenti e a molti operai. Di
certo l’Autonomia non rappresentava l’intero mondo operaio,
ma è indubbio che le sue forme organizzate, cioè le Assemblee
autonome o i Comitati operai o i Collettivi operai, a seconda che facessero
riferimento al gruppo di Lotta continua, a quello di Scalzone o a Rosso,
erano in grado di condizionare fortemente le assemblee operaie e il
controllo delle fabbriche, e proprio per questo suscitavano grosse preoccupazioni
nel sindacato innanzitutto e poi, naturalmente, nello Stato. Perché
le persone che vi facevano parte erano molto radicate nella realtà
produttiva e nel territorio e riuscivano, in alcuni momenti, a fare
votare intere fabbriche contro la linea sindacale. Ricordo, per esempio,
un’assemblea delle Sit-Siemens in cui Trentin, allora segretario
della Fiom, venne messo in minoranza da un gruppo di operai che riuscì
a convincere tutti gli altri sul problema dell’egualitarismo e
del passaggio di categoria automatico.
Ma l’Autonomia non era solo lotta dentro le fabbriche. Era un
movimento che non differiva, che non rinviava, che voleva ‘tutto
e subito’, e questo significava appropriazione nei supermercati,
ingresso gratuito ai concerti e al cinema, uso libero dei mezzi pubblici,
tutta quella pratica che si chiamava di appropriazione e autoriduzione.
Per fare questo il movimento doveva proteggersi. Tranne alcuni casi,
le prime forme di violenza nascono infatti per auto-protezione: se si
voleva entrare in un supermercato, fare la spesa e poi uscire senza
pagare e senza trovare fuori la polizia pronta ad arrestare tutti, occorreva
proteggersi. Ci si metteva sulle vie di accesso e se arrivavano le volanti,
si tiravano le bottiglie molotov.
Diversa era la situazione nelle manifestazioni: nel ’77, dopo
che a Roma era stata uccisa Giorgiana Masi e prima di lei altri studenti,
il livello di scontro con la polizia si era alzato parecchio, e l’unico
modo per non farsi sparare dalle forze dell’ordine era mostrare
che si era armati; se lo eri, stavano molto più attenti, prima
di spararti…
C’era una cosa soprattutto, buona ed eccezionale,
in questo movimento: per la prima volta è stato posto il problema
di che cosa fosse vivere in modo diverso da un sistema tradizionale;
per la prima volta è stato posto il problema che non si poteva
aspettare i ‘due tempi’, come nella tradizione comunista
classica: prima si fa la rivoluzione poi si pensa al rapporto uomo-donna,
alla famiglia, eccetera. Per questo molto spesso i comunisti, eversori
dal punto di vista politico, erano i più di destra, tra virgolette,
nella gestione dei rapporti umani: il comunista classico era grigio,
era il comunista della III Internazionale. Il movimento del ’77
ha dimostrato che non era poi così impossibile riuscire a fare
alcune cose. Di certo la difficoltà è stata nell’assicurare
la continuità, e non solo non ci siamo riusciti ma con le nostre
azioni abbiamo scatenato, come ‘risposta’ da parte dello
Stato, la repressione totale. Quel che non capimmo allora o che capimmo
in ritardo, fu che non si sarebbe mai arrivati da nessuna parte continuando
a protrarre i sabati pomeriggio nel centro di Milano a fare appropriazioni
e autoriduzioni. Non ci siamo mai chiesti: e dopo? Pensavamo semplicemente
che dovesse nascere e seguirci un movimento spontaneo; eravamo moltissimi,
è vero, ma credevamo di essere molti di più, addirittura
la maggioranza del Paese, ed è evidente che non lo eravamo; pensavamo
che la rivoluzione dovesse avvenire con un processo di cumulazione,
tanti supermercati espropriati, tanti concerti sfondati, tanti biglietti
non pagati, fino a un sommovimento generale totale; e quindi, ogni problema
era rimandato al dopo.
Questa era l’Autonomia, e proprio la diffusione capillare e orizzontale,
non strutturata, l’essere un enorme calderone in cui ribolliva
qualsiasi cosa che fosse anti-Stato, anti-padroni, anti-sistema, fu
il suo stesso limite. Era un movimento sovversivo, nel senso che voleva
sovvertire ogni cosa, rovesciare qualsiasi rapporto sociale, anche personale
– uomo/donna, famiglia tradizionale – e, molto probabilmente,
ha sovvertito anche troppo fino a sovvertire se stesso.
Ricordo che ci dicevamo: ma se noi facciamo la rivoluzione e vinciamo,
chi è quello che a un certo punto, dopo una settimana di tripudi,
dice: qui bisogna andare a lavorare? E avevamo scelto per questo compito
un operaio che, secondo noi, anche per l’immagine che trasmetteva
– lo vedevamo serio, un filino triste, meno fricchettone di noi
– era l’unico che potesse salire su un palco, in un grande
comizio a Milano, dopo una settimana di rivoluzione, e dire: va bene,
saranno pure nostre le fabbriche, saranno pure nostre le scuole, però
qui bisogna ricominciare a governare il Paese!
Quando si è dentro un fenomeno è molto
difficile capirlo ed essere capaci di indirizzarlo.
Alcune frange del movimento incominciarono a imboccare la strada della
lotta armata pura e semplice, che andava oltre l’armamento necessario
al movimento stesso per fare le manifestazioni o per entrare in un supermercato;
sono nate quelle che furono chiamate le formazioni armate. Mentre le
Brigate rosse c’erano già prima, dall’Autonomia nasce
il movimento armato di Prima linea, che ritiene inutile e una perdita
di tempo continuare con il solo meccanismo della violenza diffusa e
pensa che vada portato l’attacco al cuore dello Stato: agguati
alle forze dell’ordine e non solo.
Nel ’78 le Brigate rosse rapiscono Aldo Moro e questa azione segna
in qualche modo il punto più alto di una possibile sovversione,
ma rappresenta al tempo stesso il massimo della fuga in avanti: perché
se sequestri Moro, dopo, che cosa fai? O sei capace di gestirlo, e quel
punto diventa l’inizio di una rivoluzione generale del Paese,
o altrimenti finisce come è finita: la situazione viene gestita
dallo Stato che scatena subito dopo un movimento repressivo totale.
Questo è quello che è accaduto.
Gli inquirenti all’inizio hanno brancolato nel buio – quando
sono usciti i primi identikit dei rapitori di Moro sembravano una barzelletta,
non c’entravano nulla non solo con i rapitori veri ma anche con
l’area politica. Poi è iniziata la repressione selvaggia
con i famosi teoremi, come appunto il teorema Calogero, ed è
scattata, nei confronti degli esponenti del movimento dell’Autonomia,
l’imputazione del reato di insurrezione armata contro i poteri
dello Stato. Dopo sono arrivate le dichiarazioni di alcuni pentiti,
che hanno fatto affinare il tiro ai giudici. Persone come Fioroni, il
quale nega che l’Autonomia sia la testa delle Brigate rosse e
si offre per raccontare nel dettaglio le azioni dell’Autonomia
milanese. Azioni che indubbiamente, dal punto di vista dello Stato,
erano qualcosa di delinquenziale, ma che non avevano nulla a che vedere,
per gravità e potenza, con un’accusa di insurrezione armata
contro i poteri dello Stato!
Giusto per dare un’idea del clima politico e della repressione
processuale che si respirava, basti dire che è stato sufficiente
che Fioroni pronunciasse una mezza frase come ‘mi ricordo che
c’era un certo Pozzi che dirigeva il giornale Rosso…’,
e nel dicembre del ’79 mi hanno arrestato.
Tutti questi erano pentiti per modo di dire, perché pentiti per
convenienza. Il pentimento è un concetto cristiano che nulla
ha a che vedere con la giustizia, e soprattutto queste persone hanno
barattato la loro libertà con la messa in galera di tantissimi
altri. Uno dei peggiori è stato certamente Marco Barbone, che
dopo aver ucciso Walter Tobagi viene arrestato da Dalla Chiesa e con
lui stringe un patto, il famoso ‘patto scellerato’: Barbone
esce dal carcere dopo un anno e mezzo e nel frattempo rovescia sull’Autonomia
milanese tutto il possibile e l’immaginabile. Veniamo sommersi
da mandati di cattura, personalmente ne ho ammucchiati ben quaranta.
In carcere ci giocavamo come alle figurine: quanti ne hai tu? Io diciotto,
tu quindici, io venti. Non ci capivamo nulla, lì isolati e rinchiusi.
Oggi è ancora maggiormente chiaro che la magistratura, in quegli
anni, ha operato ‘in emergenza’: molte supposizioni si sono
rivelate del tutto false e molte situazioni, enormi nell’accusa,
molto più piccole e marginali nella realtà. Quando l’emergenza
della ‘caccia al terrorismo’ rientrò almeno in parte,
fu la stessa magistratura a darsi, per così dire, una regolata.
Il primo grado del 7 aprile fu un processo teorematico: l’Autonomia
operaia è il peggior male sulla faccia della terra, Toni Negri
è il cattivo maestro, Paolo Pozzi e gli altri vengono subito
dopo non avendo lo spessore rivoluzionario dei primi tre, che erano
Piperno, Scalzone e appunto Negri, i tre grandi ‘capi’ di
Potere operaio (tra l’altro, Piperno ne era uscito da tempo, insegnava
fisica all’università di Cosenza). Sotto di loro si sviluppava
il cosiddetto secondo livello, che a Milano avrei appunto dovuto comandare
io, a Roma un’altra persona, e così via. Era tutto talmente
assurdo che i giudici di corte d’assise di Roma non hanno avuto
il coraggio di condannarci, perché anche a loro sembrava uno
sproposito. Tra l’altro, rispetto al diritto penale italiano,
il reato di insurrezione presuppone un esercito e una possibilità
di comando tra superiore e inferiore (subordinato in via gerarchica),
mentre all’interno dell’Autonomia, checché ne dicessero
i pentiti, non esisteva alcun tipo di rapporto militare tale per cui
qualcuno era un generale a cui si doveva obbedire; ognuno faceva quello
che voleva. E quindi, caduto il reato di insurrezione, i giudici hanno
cercato di darci il massimo della pena per tutti gli altri possibili
reati: per esempio, io in primo grado sono stato condannato, per banda
armata, a solo tredici anni mentre Curcio, al processo di Torino, per
la stessa accusa ne ha avuti cinque. Questo perché lui, a suo
carico, aveva altre imputazioni, e quindi sono riusciti a condannarlo
anche per altri reati; nei nostri confronti, caduto il teorema Calogero,
i giudici non avevano in mano nulla ma a quel punto qualcosa dovevano
inventarsi per giustificare il fatto che, contro ogni legge sulla carcerazione
preventiva, ci tenevano in galera da quattro anni. Il reato di insurrezione
contro lo Stato è il più grave, e prevede l’ergastolo;
subito sotto viene il reato di banda armata, la cui pena va dai cinque
ai quindici anni di carcere: et voilà!, a me ne hanno
dati tredici. In secondo grado anche l’accusa di banda armata
è stata ridimensionata e mi hanno condannato a sette anni.
Molti di coloro che allora erano i nostri ‘nemici’
sono ancora oggi in circolo; anzi, sono tanti quelli che si sono specializzati
e hanno fatto una grande carriera personale e politica sul movimento
del ’77. Il giudice Calogero, che pur avendo completamente sbagliato
ogni cosa con la bella invenzione del suo teorema, nel 1986 è
stato eletto al Csm e oggi è procuratore generale di Venezia;
Gian Carlo Caselli, che ha portato avanti tutte le inchieste dell’Autonomia
operaia, oggi procuratore capo a Torino e prima procuratore antimafia
a Palermo; Armando Spataro, magistrato a Milano; Luciano Violante e
Renato Zangheri, dentro il Pci. Il partito aveva creato appositamente
un gruppo, al proprio interno, per ‘gestirci’: un gruppo
contro l’Autonomia. Il Pci è stato uno dei nostri peggiori
avversari, l’Unità era illeggibile. Sul sito di Carmilla
è pubblicata una tesi di laurea a firma di Luca Barbieri dal
titolo I
giornali a processo: il caso 7 aprile. È molto interessante:
Barbieri ha messo insieme prime pagine e articoli e mostra come i quotidiani
raccontarono il processo; la demonizzazione messa in atto è lampante.
Ma in fondo è inevitabile che chi voglia sovvertire un ordine
precostituito si ritrovi a essere dipinto come un criminale e un mostro.
Non per questo ho smesso di credere che ribellarsi è possibile,
ed è anche giusto; ci si può provare, noi ci abbiamo provato.
È andata malissimo ma ci abbiamo provato. Certo oggi è
molto più difficile, basta guardare quello che è successo
a Genova nel 2001. Io credo che lo Stato si sia subito ricordato di
quanto accaduto negli anni Settanta, e si sia detto: mica facciamo come
l’altra volta, che li mandiamo avanti cinque o sei anni e questi
cominciano a sparare per le strade… È stata evidentissima
l’intenzione di stroncare subito quel movimento. A Genova è
successo di tutto. Ho parlato con alcuni ragazzi cattolici di una parrocchia
di Monza, e mi hanno raccontato che dal momento in cui sono arrivati
in città non si sono mai fermati dal correre, loro e il prete;
appena scesi dal treno, non hanno fatto altro che correre con i poliziotti
dietro che calavano giù i manganelli. Non è più
una novità, per fortuna tanti documentari diffusi nei mesi e
negli anni successivi, hanno denunciato la violenza della polizia, la
mattanza che è stata Genova, per le strade, contro la gente disarmata
e tranquilla, mentre i black block agivano praticamente indisturbati.
Questi black block, che non si capisce mai da che parte vengano…
Fatto sta, che quel che è stata Genova lo sappiamo ma quel movimento
è stato completamente represso e non si è più riformato.
Oggi quel che più che mi preoccupa, e che fatico a comprendere,
è un mondo che, dal punto di vista strutturale economico, ha
una velocizzazione paurosa. Una volta era più semplice, c’era
la grande fabbrica, la fabbrica diffusa, la fabbrica che esternalizzava
il lavoro, ora c’è un problema di globalizzazione totale
che è molto difficile analizzare. Per Marx, la soggettività
nasce dal capire che cosa fa il padrone e una volta compreso, il lavoratore
riesce a scardinare quelle dinamiche opponendo azioni proprie in senso
contrario. Ma se oggi non si riesce a capire bene come funziona il mondo,
inteso in senso generale, la produzione, l’informatica, la globalizzazione,
i mercati finanziari, come si fa? Come ci si oppone?
A questo si è aggiunto un sovvertimento mentale, per cui il popolo
vota per il ricco perché pensa di diventare ricco come lui. C’è
indubbiamente qualcosa che non va a livello culturale, si è creata
una spaccatura totale da quegli anni e da quel movimento sovversivo,
generata contemporaneamente della repressione e dal mondo che è
cambiato dal punto di vista economico generale.
Ci si torna a chiedere ‘che fare?’. Scrivere, almeno. Negli
anni dell’Autonomia la mia ribellione non si limitava alla scrittura,
la rivista Rosso era solo un mezzo; ma oggi, occorre ribellarsi almeno
con la scrittura. Almeno.
Paolo Pozzi
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