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febbraio - marzo 2012
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Pagine invisibili |
| Rosso dentro. Un ricordo
di Giulio Salierno di Giuseppe Ciarallo |
| Da 'Autobiografia
di un picchiatore fascista' a 'Fuori margine': percorso intellettuale
di un uomo che attraverso l’esperienza del carcere abbandona
l’ideologia fascista per approdare al marxismo |
|
Poi in un modo o nell’altro quel libro mi capitò
tra le mani e io, spinto dalla curiosità che qualsiasi oggetto
fatto di carta stampata suscita da sempre in me, lo lessi. E lo
lessi tutto d’un fiato, dalla prima all’ultima pagina,
e durante la lettura riuscii persino a mettere in stand-by
l’odio che provavo per quelli che sentivo essere miei acerrimi
nemici. Potenza della letteratura. Negli anni ’50 Giulio Salierno è un attivista di spicco
del Movimento sociale italiano romano, segretario dell’agguerrita
sezione di Colle Oppio, frequenta le alte sfere del partito, Graziani,
Almirante, Rauti, e arriva persino a essere ammesso nell’elitaria
cerchia degli allievi di Julius Evola, esoterista e filosofo del
nazismo, personaggio carismatico dell’estrema destra dell’epoca.
Dopo esser passato per la ‘scuola della strada’, punteggiata
di risse, agguati, bastonature, scontri fisici, atti di vandalismo
verso le sedi dei partiti della sinistra, Salierno comincia a pensare
a qualcosa di più importante e fortemente simbolico, un sogno
da realizzare: uccidere il comandante partigiano Walter Audisio,
il ‘famigerato’ colonnello Valerio che ordinò
a Dongo l’esecuzione di Benito Mussolini. Vendicare la morte
del duce del fascismo, questo il suo ambizioso obiettivo, azione
che sarebbe anche servita a dare un preciso segnale alla direzione
del partito, una brusca sterzata a quel Movimento sociale, da qualche
tempo sempre più attendista, che di lì a qualche anno
avrebbe preso una deriva filogovernativa e addirittura filoatlantica,
fino a sfociare nel 1960, nell’appoggio esterno al governo
Tambroni. Salierno fugge in Francia, si arruola nella Legione straniera e
viene avviato a combattere in Algeria dove, contrariamente a quanto
si pensi della Legione – che non chieda cioè conto
del passato dei suoi soldati – viene consegnato all’Interpol.
Finisce imprigionato, in attesa dell’estradizione, in alcune
galere del Paese maghrebino fino al rimpatrio. L’ideologia
fascista, che ha sostenuto il giovane Salierno fino alla fuga in
Francia, comincia a vacillare già nelle carceri algerine,
dove si sente molto più vicino a quella che la società
reputa feccia – meritevole di essere gettata e dimenticata
in una cella – che all’ordine costituito; ordine che
fino a quel momento aveva rappresentato per lui il cardine di un
sistema indispensabile per garantire il necessario rigore in società
facilmente corruttibili. Tale è il coinvolgimento emotivo
di Salierno nei confronti dei ribelli algerini che dividevano con
lui il camerone del carcere di Sidi-Bel-Abbés, che da essi
verrà alla fine considerato “un arabo nato per caso
in un Paese lontano chiamato Italia” e addirittura contattato
per far parte del nascente Fronte di liberazione nazionale, che
sarà una spina nel fianco del colonialismo francese fino
all’indipendenza conquistata definitivamente nel luglio 1962. È, quello della vita in carcere, della condizione del recluso,
un argomento che assorbirà ogni energia, ogni attimo della
vita di Salierno. Il carcere, io credo, visto quasi come il ventre
capace di generare l’uomo nuovo Salierno, lo strumento terribile
e necessario per entrare in contatto con il mondo degli emarginati,
degli ultimi in ogni senso, di quell’umanità la cui
colpa principale è quasi sempre la miseria. E il suo contributo
allo studio del sistema repressivo del crimine non sarà quello
del freddo analista alle prese con provette, vetrini e microscopio,
ma il lavoro di un uomo appassionato, capace di ‘sporcarsi
le mani’, che parla sempre con cognizione di causa per aver
vissuto sulla propria pelle la violenza di un’istituzione
che tutto fa (e intende fare) tranne che recuperare alla società
il malcapitato che finisce nell’infernale meccanismo. Salierno
sa, essere il crimine un prodotto e un elemento indispensabile al
perfetto funzionamento di una ‘sana’ società
capitalistica, da qui l’instillazione scientifica del sentimento
di paura e insicurezza che il potere e i media operano quotidianamente
nella gente. Dalla sua giovanile militanza fascista, dunque, Salierno approda a una ragionata e profonda consapevolezza della necessità di battersi sempre e dovunque per una società senza classi e senza galere. Nell’introduzione alla prima edizione di Autobiografia di un picchiatore fascista, Corrado Stajano dà delle avvertenze al lettore: “È necessario leggere il libro abbandonando quel residuo di giudizio morale che può sussistere in noi anche dopo che si è riconosciuta la necessità del recupero degli avversari politici. Non lasciarsi cioè fuorviare da quel pizzico di ambiguità che si avverte in quasi tutte le opere del genere. Un’ambiguità qui sottolineata dall’ambiente dove si svolgono i fatti, una città come Roma dove non esistono né una classe operaia né una borghesia illuminata, con le loro culture, dove non esiste scontro di classe e questo porta a una confusione di ruoli e di rapporti, rendendo possibili e naturali tutte le commistioni”. Pur riconoscendo l’ambiguità come un rischio potenziale
in opere di questo genere, e nonostante i dubbi e la mia diffidenza
iniziale, non concordo con le parole di Stajano: nel caso in questione,
la conversione dal fascismo al marxismo, dolorosamente vissuta da
Giulio Salierno attraverso lo studio e la presa di coscienza della
sua identità di classe, è avvenuta in maniera netta
e precisa, senza lasciare dietro di sé dubbi, strascichi,
doppiezze, fino a farne a tutti gli effetti un vero intellettuale
organico, nel senso propriamente gramsciano del termine, che dedica
ogni energia alla sua classe di appartenenza e traduce in azione
il vigore che sprigiona dai bisogni e dalle passioni del suo popolo,
infondendo coerenza e forza organizzativa. In altri casi di metamorfosi
politiche non si può non notare nella nuova natura un’ombra,
una traccia del vecchio percorso, una sorta di leggera ambiguità
che impedisce alla nuova figura di risultare nitida e perfettamente
a fuoco. In Salierno no. Finché è stato fascista lo
è stato fino in fondo, inequivocabilmente, con tutto il trasporto
possibile, così quando durante la detenzione, attraverso
lo studio e l’impegno nelle lotte dei detenuti ha operato
la trasformazione abbracciando il marxismo, la sua scelta è
stata altrettanto autentica e senza appello. Sembra quasi che lo
scrittore, con la sua autobiografia, abbia voluto saldare definitivamente
un conto con il proprio passato.
(1) dopo più di trent’anni il libro
è stato nuovamente pubblicato da Minimum fax nel 2008
Autobiografia di un picchiatore fascista, Giulio Salierno, Minimum fax, 2008 Fuori margine. Testimonianze
di ladri, prostitute, rapinatori, camorristi |