Quando
agli inizi del 1976 uscì nelle librerie Autobiografia
di un picchiatore fascista di Giulio Salierno (1), il clima
che si respirava in ogni piccolo e grande centro del nostro Paese
era di scontro sociale furioso.
Uno Stato democratico a parole ma repressivo e reazionario nei fatti,
sfruttava a proprio vantaggio una situazione esplosiva creata ad arte
e presentata al cittadino medio con il nome esplicito di ‘teoria
degli opposti estremismi’, come a dire, confluite verso il centro
e sostenetelo fortemente perché sia dall’estrema sinistra
che dall’estrema destra non possono venire che violenza e destabilizzazione.
In verità, in quegli anni di violenza ne arrivava da tutte
le parti, e la peggiore era proprio quella attuata dallo Stato attraverso
la repressione delle forze dell’ordine e, peggio, con gli attentati
e le stragi provocate da organi dei servizi segreti, sempre in combutta
con elementi dell’eversione nera, come è stato dimostrato
dalle indagini e dai processi degli anni successivi.
Senza voler tenere una macabra contabilità dei morti, che indubbiamente
ci furono da una parte e dall’altra, è indiscutibile
che fu la sinistra a pagare col maggior numero di vittime il clima
arroventato di quegli anni. Per cui, quando un mio compagno di classe
mi suggerì il libro di Salierno, gli risposi – le parole
esatte non le ricordo, ma più o meno il senso doveva essere
questo – che a un picchiatore fascista non si doveva permettere
di scrivere un’autobiografia, lo si doveva solo appendere per
i piedi in piazzale Loreto. Questo per capire il livello di coinvolgimento
emotivo e l’aria pesante che si respirava.
Poi in un modo o nell’altro quel libro mi capitò tra
le mani e io, spinto dalla curiosità che qualsiasi oggetto
fatto di carta stampata suscita da sempre in me, lo lessi. E lo lessi
tutto d’un fiato, dalla prima all’ultima pagina, e durante
la lettura riuscii persino a mettere in stand-by l’odio
che provavo per quelli che sentivo essere miei acerrimi nemici. Potenza
della letteratura.
In quelle righe, che raccontano di una vita ambientata nella Roma
dell’immediato dopoguerra – ma che per tanti versi ricordava
il frenetico periodo che stavamo attraversando – vi si potevano
leggere l’insofferenza verso l’attendismo dei partiti
madre (Msi per loro, Pci per noi), la voglia di fare qualcosa in prima
persona, il bisogno di spaccare tutto per poi poter ricostruire un
mondo diverso (ognuno secondo la propria, opposta, ottica), l’analisi
sull’uso della violenza, della reazione alla violenza, sull’uso
delle armi.
Negli anni ’50 Giulio Salierno è un attivista di spicco
del Movimento sociale italiano romano, segretario dell’agguerrita
sezione di Colle Oppio, frequenta le alte sfere del partito, Graziani,
Almirante, Rauti, e arriva persino a essere ammesso nell’elitaria
cerchia degli allievi di Julius Evola, esoterista e filosofo del nazismo,
personaggio carismatico dell’estrema destra dell’epoca.
Dopo esser passato per la ‘scuola della strada’, punteggiata
di risse, agguati, bastonature, scontri fisici, atti di vandalismo
verso le sedi dei partiti della sinistra, Salierno comincia a pensare
a qualcosa di più importante e fortemente simbolico, un sogno
da realizzare: uccidere il comandante partigiano Walter Audisio, il
‘famigerato’ colonnello Valerio che ordinò a Dongo
l’esecuzione di Benito Mussolini. Vendicare la morte del duce
del fascismo, questo il suo ambizioso obiettivo, azione che sarebbe
anche servita a dare un preciso segnale alla direzione del partito,
una brusca sterzata a quel Movimento sociale, da qualche tempo sempre
più attendista, che di lì a qualche anno avrebbe preso
una deriva filogovernativa e addirittura filoatlantica, fino a sfociare
nel 1960, nell’appoggio esterno al governo Tambroni.
Con un suo camerata finisce invece, nel corso di un banale diverbio,
per uccidere un ragazzo che ha resistito al furto della sua auto,
vedendosi passare così dal mito, il vendicatore di Mussolini,
all’accusa per lui infamante di essere un delinquente comune.
È una lettera anonima che mette la questura sulle tracce dei
due ricercati, una lettera anonima che Salierno sospetta essere una
soffiata da parte di alcuni settori dell’Msi, interessati a
sbarazzarsi di due personaggi scomodi e soprattutto poco inclini alla
disciplina di partito.
Salierno fugge in Francia, si arruola nella Legione straniera e viene
avviato a combattere in Algeria dove, contrariamente a quanto si pensi
della Legione – che non chieda cioè conto del passato
dei suoi soldati – viene consegnato all’Interpol. Finisce
imprigionato, in attesa dell’estradizione, in alcune galere
del Paese maghrebino fino al rimpatrio. L’ideologia fascista,
che ha sostenuto il giovane Salierno fino alla fuga in Francia, comincia
a vacillare già nelle carceri algerine, dove si sente molto
più vicino a quella che la società reputa feccia –
meritevole di essere gettata e dimenticata in una cella – che
all’ordine costituito; ordine che fino a quel momento aveva
rappresentato per lui il cardine di un sistema indispensabile per
garantire il necessario rigore in società facilmente corruttibili.
Tale è il coinvolgimento emotivo di Salierno nei confronti
dei ribelli algerini che dividevano con lui il camerone del carcere
di Sidi-Bel-Abbés, che da essi verrà alla fine considerato
“un arabo nato per caso in un Paese lontano chiamato Italia”
e addirittura contattato per far parte del nascente Fronte di liberazione
nazionale, che sarà una spina nel fianco del colonialismo francese
fino all’indipendenza conquistata definitivamente nel luglio
1962.
Il completamento del percorso di trasformazione avviene nelle carceri
italiane nelle quali Salierno scopre l’appartenenza alla classe
degli sfruttati e la solidarietà con altri detenuti più
sfortunati di lui, ai quali sono negati persino gli strumenti intellettuali
necessari a operare scelte coscienti e mirate.
In cella, aggirando in qualche modo l’accorta censura vigente
in carcere, Salierno legge tutto ciò che gli passa tra le mani
e in particolare si concentra su Dostoevskij, Gramsci, Marx. Si laurea
in Economia e commercio e dopo una detenzione durata tre lustri, nel
1968, grazie anche all’intervento di Umberto Terracini, a metà
della pena si vede graziato per i suoi meriti di studioso. Di lì
a qualche anno usciranno tre suoi saggi sulla condizione degli istituti
di pena del nostro Paese, Il carcere in Italia scritto
a quattro mani con Aldo Ricci, Il sottoproletariato in Italia
e La repressione sessuale nelle carceri italiane.
È, quello della vita in carcere, della condizione del recluso,
un argomento che assorbirà ogni energia, ogni attimo della
vita di Salierno. Il carcere, io credo, visto quasi come il ventre
capace di generare l’uomo nuovo Salierno, lo strumento terribile
e necessario per entrare in contatto con il mondo degli emarginati,
degli ultimi in ogni senso, di quell’umanità la cui colpa
principale è quasi sempre la miseria. E il suo contributo allo
studio del sistema repressivo del crimine non sarà quello del
freddo analista alle prese con provette, vetrini e microscopio, ma
il lavoro di un uomo appassionato, capace di ‘sporcarsi le mani’,
che parla sempre con cognizione di causa per aver vissuto sulla propria
pelle la violenza di un’istituzione che tutto fa (e intende
fare) tranne che recuperare alla società il malcapitato che
finisce nell’infernale meccanismo. Salierno sa, essere il crimine
un prodotto e un elemento indispensabile al perfetto funzionamento
di una ‘sana’ società capitalistica, da qui l’instillazione
scientifica del sentimento di paura e insicurezza che il potere e
i media operano quotidianamente nella gente.
“Il bisogno popolare di forca, agghindata a festa multimediale,
è stato posto in cima ai doveri di tutti i partiti dell’arco
costituzionale. La volontà di reprimere, il piacere di processare
e condannare non appartengono più a una élite autoritaria
al potere, ma a tutti i concorrenti della competizione elettorale
e di quelli confinanti e sacrificano e rinnegano ogni principio di
civiltà in vista dell’artificioso scambio sicurezza-consenso”
(2).
Culmine
di questa ricerca sul campo è Fuori margine,
libro dal sottotitolo emblematico, Testimonianze di ladri, prostitute,
rapinatori, camorristi, che è il condensato, anzi la scelta
della minima parte di un copioso materiale, impossibile da pubblicare
per intero, raccolto in oltre due anni di lavoro, consistente in centinaia
e centinaia di narrazioni raccolte dalla viva voce degli interessati
attraverso la tecnica dell’io narrante. I protagonisti –
rapinatori, spacciatori, assassini, trans e prostitute – nelle
intenzioni della ricerca escono dal ruolo di ‘oggetti dell’analisi’
per diventarne i soggetti, e questo in forza del fatto che i vari
personaggi nel raccontare di se stessi sono costretti a prendere coscienza
della loro situazione, diventando così primi attori di un’operazione
culturale che rifiuta l’etichetta di ‘saggio sociologico’.
Sono facilmente intuibili le difficoltà di una ricerca che
si propone di raccontare la marginalità dal suo interno, di
scandagliare l’animo di persone condannate dalla vita che è
toccata loro in sorte a essere sempre sul chi va là, ad avere
tempi, psicologia e ritmi diversi da quelli della cosiddetta gente
‘normale’, persone che spesso hanno visto la propria fiducia
tradita e le parole dette, travisate e ritorte contro di loro.
A dimostrazione di quanto detto poc’anzi, Salierno afferma,
anzi rivendica il suo sentimento di empatia e la sua scelta di pariteticità
con i protagonisti dei racconti: “Chi scrive è facilitato
dai suoi trascorsi. Negli anni passati nelle carceri algerine, francesi
e italiane ha conosciuto migliaia e migliaia di detenuti di tutte
le nazionalità. E ne ha condiviso fame, rabbia e speranze.
Naturalmente, ciò pesa in questo genere d’inchieste.
E conta” (3).
Dalla sua giovanile militanza fascista, dunque, Salierno approda a
una ragionata e profonda consapevolezza della necessità di
battersi sempre e dovunque per una società senza classi e senza
galere. Nell’introduzione alla prima edizione di Autobiografia
di un picchiatore fascista, Corrado Stajano dà delle avvertenze
al lettore: “È necessario leggere il libro abbandonando
quel residuo di giudizio morale che può sussistere in noi anche
dopo che si è riconosciuta la necessità del recupero
degli avversari politici. Non lasciarsi cioè fuorviare da quel
pizzico di ambiguità che si avverte in quasi tutte le opere
del genere. Un’ambiguità qui sottolineata dall’ambiente
dove si svolgono i fatti, una città come Roma dove non esistono
né una classe operaia né una borghesia illuminata, con
le loro culture, dove non esiste scontro di classe e questo porta
a una confusione di ruoli e di rapporti, rendendo possibili e naturali
tutte le commistioni”.
Pur riconoscendo l’ambiguità come un rischio potenziale
in opere di questo genere, e nonostante i dubbi e la mia diffidenza
iniziale, non concordo con le parole di Stajano: nel caso in questione,
la conversione dal fascismo al marxismo, dolorosamente vissuta da
Giulio Salierno attraverso lo studio e la presa di coscienza della
sua identità di classe, è avvenuta in maniera netta
e precisa, senza lasciare dietro di sé dubbi, strascichi, doppiezze,
fino a farne a tutti gli effetti un vero intellettuale organico, nel
senso propriamente gramsciano del termine, che dedica ogni energia
alla sua classe di appartenenza e traduce in azione il vigore che
sprigiona dai bisogni e dalle passioni del suo popolo, infondendo
coerenza e forza organizzativa. In altri casi di metamorfosi politiche
non si può non notare nella nuova natura un’ombra, una
traccia del vecchio percorso, una sorta di leggera ambiguità
che impedisce alla nuova figura di risultare nitida e perfettamente
a fuoco. In Salierno no. Finché è stato fascista lo
è stato fino in fondo, inequivocabilmente, con tutto il trasporto
possibile, così quando durante la detenzione, attraverso lo
studio e l’impegno nelle lotte dei detenuti ha operato la trasformazione
abbracciando il marxismo, la sua scelta è stata altrettanto
autentica e senza appello. Sembra quasi che lo scrittore, con la sua
autobiografia, abbia voluto saldare definitivamente un conto con il
proprio passato.
Giulio Salierno, medico di se stesso, al termine di un lungo e tortuoso
percorso è giunto alla conclusione che l’unico antidoto
al terribile veleno del fascismo, è e sarà sempre la
cultura.
Giuseppe Ciarallo
(1) dopo più di trent’anni il libro
è stato nuovamente pubblicato da Minimum fax nel 2008
(2) dall’introduzione dello stesso Giulio Salierno a Fuori
margine – Testimonianze di ladri, prostitute, rapinatori, camorristi,
Einaudi, 2001
(3) ivi