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Rosso dentro. Un ricordo di Giulio Salierno
di Giuseppe Ciarallo
Da 'Autobiografia di un picchiatore fascista' a 'Fuori margine': percorso intellettuale di un uomo che attraverso l’esperienza del carcere abbandona l’ideologia fascista per approdare al marxismo

Quando agli inizi del 1976 uscì nelle librerie Autobiografia di un picchiatore fascista di Giulio Salierno (1), il clima che si respirava in ogni piccolo e grande centro del nostro Paese era di scontro sociale furioso.
Uno Stato democratico a parole ma repressivo e reazionario nei fatti, sfruttava a proprio vantaggio una situazione esplosiva creata ad arte e presentata al cittadino medio con il nome esplicito di ‘teoria degli opposti estremismi’, come a dire, confluite verso il centro e sostenetelo fortemente perché sia dall’estrema sinistra che dall’estrema destra non possono venire che violenza e destabilizzazione.
In verità, in quegli anni di violenza ne arrivava da tutte le parti, e la peggiore era proprio quella attuata dallo Stato attraverso la repressione delle forze dell’ordine e, peggio, con gli attentati e le stragi provocate da organi dei servizi segreti, sempre in combutta con elementi dell’eversione nera, come è stato dimostrato dalle indagini e dai processi degli anni successivi.
Senza voler tenere una macabra contabilità dei morti, che indubbiamente ci furono da una parte e dall’altra, è indiscutibile che fu la sinistra a pagare col maggior numero di vittime il clima arroventato di quegli anni. Per cui, quando un mio compagno di classe mi suggerì il libro di Salierno, gli risposi – le parole esatte non le ricordo, ma più o meno il senso doveva essere questo – che a un picchiatore fascista non si doveva permettere di scrivere un’autobiografia, lo si doveva solo appendere per i piedi in piazzale Loreto. Questo per capire il livello di coinvolgimento emotivo e l’aria pesante che si respirava.

Poi in un modo o nell’altro quel libro mi capitò tra le mani e io, spinto dalla curiosità che qualsiasi oggetto fatto di carta stampata suscita da sempre in me, lo lessi. E lo lessi tutto d’un fiato, dalla prima all’ultima pagina, e durante la lettura riuscii persino a mettere in stand-by l’odio che provavo per quelli che sentivo essere miei acerrimi nemici. Potenza della letteratura.
In quelle righe, che raccontano di una vita ambientata nella Roma dell’immediato dopoguerra – ma che per tanti versi ricordava il frenetico periodo che stavamo attraversando – vi si potevano leggere l’insofferenza verso l’attendismo dei partiti madre (Msi per loro, Pci per noi), la voglia di fare qualcosa in prima persona, il bisogno di spaccare tutto per poi poter ricostruire un mondo diverso (ognuno secondo la propria, opposta, ottica), l’analisi sull’uso della violenza, della reazione alla violenza, sull’uso delle armi.

Negli anni ’50 Giulio Salierno è un attivista di spicco del Movimento sociale italiano romano, segretario dell’agguerrita sezione di Colle Oppio, frequenta le alte sfere del partito, Graziani, Almirante, Rauti, e arriva persino a essere ammesso nell’elitaria cerchia degli allievi di Julius Evola, esoterista e filosofo del nazismo, personaggio carismatico dell’estrema destra dell’epoca. Dopo esser passato per la ‘scuola della strada’, punteggiata di risse, agguati, bastonature, scontri fisici, atti di vandalismo verso le sedi dei partiti della sinistra, Salierno comincia a pensare a qualcosa di più importante e fortemente simbolico, un sogno da realizzare: uccidere il comandante partigiano Walter Audisio, il ‘famigerato’ colonnello Valerio che ordinò a Dongo l’esecuzione di Benito Mussolini. Vendicare la morte del duce del fascismo, questo il suo ambizioso obiettivo, azione che sarebbe anche servita a dare un preciso segnale alla direzione del partito, una brusca sterzata a quel Movimento sociale, da qualche tempo sempre più attendista, che di lì a qualche anno avrebbe preso una deriva filogovernativa e addirittura filoatlantica, fino a sfociare nel 1960, nell’appoggio esterno al governo Tambroni.
Con un suo camerata finisce invece, nel corso di un banale diverbio, per uccidere un ragazzo che ha resistito al furto della sua auto, vedendosi passare così dal mito, il vendicatore di Mussolini, all’accusa per lui infamante di essere un delinquente comune. È una lettera anonima che mette la questura sulle tracce dei due ricercati, una lettera anonima che Salierno sospetta essere una soffiata da parte di alcuni settori dell’Msi, interessati a sbarazzarsi di due personaggi scomodi e soprattutto poco inclini alla disciplina di partito.

Salierno fugge in Francia, si arruola nella Legione straniera e viene avviato a combattere in Algeria dove, contrariamente a quanto si pensi della Legione – che non chieda cioè conto del passato dei suoi soldati – viene consegnato all’Interpol. Finisce imprigionato, in attesa dell’estradizione, in alcune galere del Paese maghrebino fino al rimpatrio. L’ideologia fascista, che ha sostenuto il giovane Salierno fino alla fuga in Francia, comincia a vacillare già nelle carceri algerine, dove si sente molto più vicino a quella che la società reputa feccia – meritevole di essere gettata e dimenticata in una cella – che all’ordine costituito; ordine che fino a quel momento aveva rappresentato per lui il cardine di un sistema indispensabile per garantire il necessario rigore in società facilmente corruttibili. Tale è il coinvolgimento emotivo di Salierno nei confronti dei ribelli algerini che dividevano con lui il camerone del carcere di Sidi-Bel-Abbés, che da essi verrà alla fine considerato “un arabo nato per caso in un Paese lontano chiamato Italia” e addirittura contattato per far parte del nascente Fronte di liberazione nazionale, che sarà una spina nel fianco del colonialismo francese fino all’indipendenza conquistata definitivamente nel luglio 1962.
Il completamento del percorso di trasformazione avviene nelle carceri italiane nelle quali Salierno scopre l’appartenenza alla classe degli sfruttati e la solidarietà con altri detenuti più sfortunati di lui, ai quali sono negati persino gli strumenti intellettuali necessari a operare scelte coscienti e mirate.
In cella, aggirando in qualche modo l’accorta censura vigente in carcere, Salierno legge tutto ciò che gli passa tra le mani e in particolare si concentra su Dostoevskij, Gramsci, Marx. Si laurea in Economia e commercio e dopo una detenzione durata tre lustri, nel 1968, grazie anche all’intervento di Umberto Terracini, a metà della pena si vede graziato per i suoi meriti di studioso. Di lì a qualche anno usciranno tre suoi saggi sulla condizione degli istituti di pena del nostro Paese, Il carcere in Italia scritto a quattro mani con Aldo Ricci, Il sottoproletariato in Italia e La repressione sessuale nelle carceri italiane.

È, quello della vita in carcere, della condizione del recluso, un argomento che assorbirà ogni energia, ogni attimo della vita di Salierno. Il carcere, io credo, visto quasi come il ventre capace di generare l’uomo nuovo Salierno, lo strumento terribile e necessario per entrare in contatto con il mondo degli emarginati, degli ultimi in ogni senso, di quell’umanità la cui colpa principale è quasi sempre la miseria. E il suo contributo allo studio del sistema repressivo del crimine non sarà quello del freddo analista alle prese con provette, vetrini e microscopio, ma il lavoro di un uomo appassionato, capace di ‘sporcarsi le mani’, che parla sempre con cognizione di causa per aver vissuto sulla propria pelle la violenza di un’istituzione che tutto fa (e intende fare) tranne che recuperare alla società il malcapitato che finisce nell’infernale meccanismo. Salierno sa, essere il crimine un prodotto e un elemento indispensabile al perfetto funzionamento di una ‘sana’ società capitalistica, da qui l’instillazione scientifica del sentimento di paura e insicurezza che il potere e i media operano quotidianamente nella gente.
“Il bisogno popolare di forca, agghindata a festa multimediale, è stato posto in cima ai doveri di tutti i partiti dell’arco costituzionale. La volontà di reprimere, il piacere di processare e condannare non appartengono più a una élite autoritaria al potere, ma a tutti i concorrenti della competizione elettorale e di quelli confinanti e sacrificano e rinnegano ogni principio di civiltà in vista dell’artificioso scambio sicurezza-consenso” (2).

Culmine di questa ricerca sul campo è Fuori margine, libro dal sottotitolo emblematico, Testimonianze di ladri, prostitute, rapinatori, camorristi, che è il condensato, anzi la scelta della minima parte di un copioso materiale, impossibile da pubblicare per intero, raccolto in oltre due anni di lavoro, consistente in centinaia e centinaia di narrazioni raccolte dalla viva voce degli interessati attraverso la tecnica dell’io narrante. I protagonisti – rapinatori, spacciatori, assassini, trans e prostitute – nelle intenzioni della ricerca escono dal ruolo di ‘oggetti dell’analisi’ per diventarne i soggetti, e questo in forza del fatto che i vari personaggi nel raccontare di se stessi sono costretti a prendere coscienza della loro situazione, diventando così primi attori di un’operazione culturale che rifiuta l’etichetta di ‘saggio sociologico’. Sono facilmente intuibili le difficoltà di una ricerca che si propone di raccontare la marginalità dal suo interno, di scandagliare l’animo di persone condannate dalla vita che è toccata loro in sorte a essere sempre sul chi va là, ad avere tempi, psicologia e ritmi diversi da quelli della cosiddetta gente ‘normale’, persone che spesso hanno visto la propria fiducia tradita e le parole dette, travisate e ritorte contro di loro.
A dimostrazione di quanto detto poc’anzi, Salierno afferma, anzi rivendica il suo sentimento di empatia e la sua scelta di pariteticità con i protagonisti dei racconti: “Chi scrive è facilitato dai suoi trascorsi. Negli anni passati nelle carceri algerine, francesi e italiane ha conosciuto migliaia e migliaia di detenuti di tutte le nazionalità. E ne ha condiviso fame, rabbia e speranze. Naturalmente, ciò pesa in questo genere d’inchieste. E conta” (3).

Dalla sua giovanile militanza fascista, dunque, Salierno approda a una ragionata e profonda consapevolezza della necessità di battersi sempre e dovunque per una società senza classi e senza galere. Nell’introduzione alla prima edizione di Autobiografia di un picchiatore fascista, Corrado Stajano dà delle avvertenze al lettore: “È necessario leggere il libro abbandonando quel residuo di giudizio morale che può sussistere in noi anche dopo che si è riconosciuta la necessità del recupero degli avversari politici. Non lasciarsi cioè fuorviare da quel pizzico di ambiguità che si avverte in quasi tutte le opere del genere. Un’ambiguità qui sottolineata dall’ambiente dove si svolgono i fatti, una città come Roma dove non esistono né una classe operaia né una borghesia illuminata, con le loro culture, dove non esiste scontro di classe e questo porta a una confusione di ruoli e di rapporti, rendendo possibili e naturali tutte le commistioni”.

Pur riconoscendo l’ambiguità come un rischio potenziale in opere di questo genere, e nonostante i dubbi e la mia diffidenza iniziale, non concordo con le parole di Stajano: nel caso in questione, la conversione dal fascismo al marxismo, dolorosamente vissuta da Giulio Salierno attraverso lo studio e la presa di coscienza della sua identità di classe, è avvenuta in maniera netta e precisa, senza lasciare dietro di sé dubbi, strascichi, doppiezze, fino a farne a tutti gli effetti un vero intellettuale organico, nel senso propriamente gramsciano del termine, che dedica ogni energia alla sua classe di appartenenza e traduce in azione il vigore che sprigiona dai bisogni e dalle passioni del suo popolo, infondendo coerenza e forza organizzativa. In altri casi di metamorfosi politiche non si può non notare nella nuova natura un’ombra, una traccia del vecchio percorso, una sorta di leggera ambiguità che impedisce alla nuova figura di risultare nitida e perfettamente a fuoco. In Salierno no. Finché è stato fascista lo è stato fino in fondo, inequivocabilmente, con tutto il trasporto possibile, così quando durante la detenzione, attraverso lo studio e l’impegno nelle lotte dei detenuti ha operato la trasformazione abbracciando il marxismo, la sua scelta è stata altrettanto autentica e senza appello. Sembra quasi che lo scrittore, con la sua autobiografia, abbia voluto saldare definitivamente un conto con il proprio passato.
Giulio Salierno, medico di se stesso, al termine di un lungo e tortuoso percorso è giunto alla conclusione che l’unico antidoto al terribile veleno del fascismo, è e sarà sempre la cultura.

Giuseppe Ciarallo

 

(1) dopo più di trent’anni il libro è stato nuovamente pubblicato da Minimum fax nel 2008
(2) dall’introduzione dello stesso Giulio Salierno a Fuori margine – Testimonianze di ladri, prostitute, rapinatori, camorristi, Einaudi, 2001
(3) ivi

 

Autobiografia di un picchiatore fascista, Giulio Salierno, Minimum fax, 2008

Fuori margine. Testimonianze di ladri, prostitute, rapinatori, camorristi
Giulio Salierno, Einaudi, 2001

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