| Felice Accame: Oggi
viene da chiedersi dove siano andati a finire lo spirito antimilitarista
e le ragioni stesse che lo avevano animato, ed erano ragioni che andavano
ben al di là dell’istituzione militare propriamente detta.
Quando, nei primi anni Sessanta, mi impegnavo nell’attività
politica e nell’ambito del sociale, mi occupavo principalmente
di tematiche come l’obiezione di coscienza, l’abolizione
tout court dell’esercito, la smilitarizzazione degli apparati
della polizia; si parlava, a quel tempo, della riconversione dell’industria
bellica a usi civili, ed esistevano Paesi nei quali si presentavano
simili progetti.
La base critica dalla quale prendeva avvio un simile ragionamento era
che le strutture militari, con la loro gerarchizzazione, di per se stesse
contraddicono alla vita democratica. Era un’analisi che veniva
analogamente impostata anche nei confronti delle organizzazioni di partito:
la stessa critica al centralismo democratico adottato dal Pci e da tutti
i partiti comunisti più e meno al potere, si basava sulla medesima
ragione. Di delega in delega, il rischio era che andasse perduto ciò
che poteva essere il contributo della stessa base. A mano a mano che
si gerarchizzavano le funzioni all’interno delle strutture di
partito – strutture di partecipazione di massa – il partito
andava sempre più burocratizzandosi perdendo, di conseguenza,
seppur gradualmente, quello che era il livello di partecipazione del
singolo cittadino allo scopo comune.
Questo stesso tipo di ragionamento è applicabile alla struttura
militare. Essa esige, in quanto tale, un certo tipo di gerarchizzazione,
e non a caso è stata presa come modello di riferimento e replicata,
in determinate condizioni e in certi Paesi, nel mondo del lavoro. Esistono
tutta una serie di casi in cui la militarizzazione del lavoro è
stata l’unica soluzione ritenuta possibile per superare i periodi
di crisi.
In quegli anni, questi ragionamenti facevano parte del dibattito pubblico.
Ricordo, per esempio, che nel 1967 stavo scrivendo un saggio con Marco
Pannella in merito alla politica militare delle sinistre – saggio
che sarebbe stato presentato come relazione al Congresso del Partito
radicale di Firenze. Fu in quei giorni che Pannella mi disse che riteneva
essenziale, prima di chiudere la relazione, che io leggessi un libro,
I colonnelli della guerra rivoluzionaria di Giorgio Galli.
Era una pubblicazione del ’62, la cui analisi prendeva avvio dalla
constatazione della presenza, più o meno invasiva, delle strutture
militari all’interno della vita democratica del dopoguerra. Alcuni
esempi esplicativi possono essere quello di De Gaulle in Francia, nel
1958, riportato al potere non senza l’aiuto dei militari con quello
che è stato, a tutti gli effetti, un colpo di Stato; lo stesso
De Gaulle viene ripescato, sempre con il favore dei militari, nel 1968,
dopo i problemi causati dal maggio francese. In Italia esiste almeno
un caso indimenticabile, ed è quello del 1964, il cosiddetto
‘caso SIFAR’: il generale De Lorenzo, in accordo con il
presidente Segni stesso, elabora quello che è il Piano Solo,
un vero e proprio tentativo di colpo di Stato, con predisposizione addirittura
di campi di concentramento per intellettuali e oppositori. Nel 1970,
nella notte il 7 e l’8 dicembre, ci prova Junio Valerio Borghese,
già comandante della Decima Mas. Abbiamo poi il tentato golpe
del 1981, in Spagna, durante il quale il tenente colonnello Tejero occupa
per diciannove ore il Parlamento per opporsi al processo di democratizzazione
conseguente alla fine della dittatura di Franco. Tra i casi più
collaterali, estremamente interessante quello del Portogallo nel quale,
nel 1974, la democratizzazione avviene tramite un colpo di Stato di
tipo militare che potremmo definire ‘progressista’. Non
lo è altrettanto, ovviamente, quello del 1967 in Grecia. E poi
ci sono i casi dell’Egitto, della Turchia, l’Algeria, la
Tunisia di Bourguiba, nella cui destituzione furono coinvolti i Servizi
segreti italiani – erano i tempi degli interessi di Craxi –
e tutta la situazione dell’America latina, quindi Venezuela, Argentina,
Cile, Messico, Bolivia, Colombia, Perù…
Insomma, si può affermare che l’invasività delle
forze armate nella vita democratica è stata importante e diffusa
in numerosi Paesi. Il ragionamento dunque è questo: da una parte
esiste una democrazia rappresentativa, con una propria Storia e una
consistenza geografica, a tutti gli effetti, limitata – la democrazia
di cui stiamo parlando ha poco più di tre secoli alle spalle
e interessa un decimo, grosso modo, della popolazione mondiale; dall’altra
parte abbiamo una forma di potere storica, ben consolidata nella propria
struttura, che è quella rappresentata dalla migliore organizzazione
della forza, che ogni Stato ripone nel sistema militare. È indispensabile
oggi analizzare quale sia o come possa trasformarsi il rapporto tra
queste due strutture di potere, anche alla luce di quanto accade in
Cina, in Russia e in India, che sono tre dei colossi in grado di modificare
profondamente il prossimo scenario mondiale. Non solo. Abbiamo davanti
mutamenti di ordine tecnologico, ambientale e climatico che possono
produrre conseguenze geopolitiche e sociali. E di fronte a tutto questo,
il potere militare dovrà per forza operare delle scelte.
Questa è l’analisi che Giorgio Galli ha ripreso, e ampliato
e attualizzato, nel saggio La democrazia e il pensiero militare,
pubblicato con la casa editrice Goriziana.
Giorgio Galli: La premessa in merito
all’antimilitarismo è interessante. Esso è stato
uno degli aspetti fondamentali della cultura progressista, ed è
giusto chiedersi perché ormai non se ne parli più. Credo
che la ragione di fondo sia che tutte le posizioni ideologiche attualmente
operative sul piano politico abbiano ormai abbandonato ogni carica utopica
– secondo me, beneficamente utopica; di conseguenza,
oggi abbiamo culture politiche imperniate sul realismo e il realismo
insegna che, weberianamente, lo Stato ha bisogno di gestire il monopolio
della forza, e che il monopolio della forza è affidato al potere
repressivo, e quindi ai militari. Esiste una vera e propria cultura
militare, non si deve pensare che la lunga storia del monopolio statale
della forza non abbia prodotto una sua cultura e una concettualizzazione.
Alla fine degli anni Cinquanta avevo appena conosciuto il gruppo del
Mulino e studiavo per lo più i sistemi politici; rimanemmo tutti
impressionati dal fatto che in un Paese democratico avanzato come la
Francia, la culla stessa della rivoluzione, la guerra d’Algeria
avesse creato, dopo quella d’Indocina, le condizioni propizie
per un vero e proprio colpo di Stato, che oggi anche la storiografia
francese non ha più dubbi nel riconoscere come tale. All’epoca
si cercò di dare una legalità repubblicana a quello che
accadde, ma in realtà i parà erano pronti ad arrivare
a Parigi e le divisioni blindate, stanziate sul Reno, erano pronte a
marciare sulla città, se l’Assemblea non avesse scelto
De Gaulle. In Francia dunque, diversamente da quanto avvenne in Italia
negli anni successivi, il colpo di Stato si realizzò. In un Paese
democratico avanzato si era portato a compimento, di fatto, un colpo
di Stato militare. L’avvenimento sembrava appartenere a un altro
momento della Storia.
In quel periodo entravo in contatto con la letteratura sociologica anglosassone
e con la cultura americana, e la prima riflessione che venne fatta,
e che rimane valida tuttora, era che l’aspetto decisivo che poteva
rendere possibile iniziative di gestione militare del potere anche nelle
democrazie, era dato da due fattori: la competizione con l’Unione
Sovietica – si era nel pieno della guerra fredda – e il
processo di decolonizzazione in atto. E infatti in Francia accadde proprio
questo.
Mi posi dunque la domanda se questo non fosse un problema generale.
Se cioè le democrazie occidentali non avessero la tentazione
di rispondere a queste due sfide, quella dell’Urss e quella della
decolonizzazione, riflettendo sul fatto che entrambe le situazioni rivali,
se così possiamo definirle, erano gestite da poteri autoritari
che dimostravano un elevato grado di efficienza. L’Urss era per
definizione una potenza autoritaria e i movimenti di liberazione erano
ispirati fondamentalmente a ideologie nazional-autoritarie o comuniste-autoritarie.
Si trattava, in realtà, di una vecchia questione che ogni tanto
viene riproposta nelle democrazie rappresentative, le quali garantiscono
una certa influenza dell’opinione pubblica sui processi decisionali
ma pagano, in conseguenza, un rallentamento negli stessi processi; e
in quella fase, nei primi anni Sessanta, quando da un lato c’era
l’antimilitarismo utopico e dall’altro questo tipo di competizione,
la situazione era tale da rappresentare, di fatto, un rischio possibile.
Allora il rischio venne evitato. Le democrazie rappresentative, dopo
il colpo di Stato del ’58, risposero a queste due sfide ottenendo
risultati nella competizione senza generalizzare il modello francese,
ed effettivamente De Gaulle non instaurò un regime o una dittatura
militare. Si comprese che, tutto sommato, si poteva vincere la duplice
sfida forzando qualche situazione, come accadde appunto in Francia,
e soprattutto si poteva vincere sul piano della competizione economica.
Le democrazie occidentali riuscirono a realizzare livelli di vita e
di garanzie civili che misero in luce, nel lungo periodo, il fatto che
un sistema autoritario, nonostante la rapidità nelle decisioni,
è indebolito dal non riuscire a raggiungere né obiettivi
economici né obiettivi sociali. Successivamente, nel corso di
alcuni decenni, le condizioni di vita della popolazione sovietica migliorarono
appena mentre quelle di quell’area democratica, sia pure il 10%
della popolazione del pianeta, migliorarono moltissimo; la televisione
fece arrivare anche in Urss differenti modelli di vita e l’Occidente
vinse la guerra fredda sul piano, appunto, economico.
Diverso fu invece l’approccio nella guerra della decolonizzazione.
Qui le democrazie rappresentative, e in particolare gli Usa nell’America
Latina, utilizzarono direttamente i militari, costruendo loro tramite
un potere locale fedele alla metropoli imperiale, oppure risposero assorbendo
gradualmente le istanze delle aree arretrate attraverso l’espansione
dei rapporti economici, grazie ai quali la decolonizzazione politica
si realizzò, con la nascita di decine di Stati indipendenti,
ma rimase tuttavia decisivo, nel controllo di tali aree, il condizionamento
dei rapporti e del potere economico con le democrazie rappresentative
e con la loro economia dinamica.
Complessivamente quindi, fino agli anni Ottanta, le democrazie occidentali
non ebbero bisogno di utilizzare il potere militare per diventare più
competitive, grazie alla maggiore rapidità del processo decisionale
che tale struttura di potere avrebbe loro permesso.
A questo punto si potrebbe dire che le ipotesi formulate allora, fortunatamente,
non si sono verificate, e che oggi il potere militare vive tranquillo.
Da un lato, l’antimilitarismo è certamente scomparso –
se addirittura Bertinotti, definito allora il rappresentante della sinistra
radicale, nel maggio 2007 candidamente afferma che la Folgore
è un modello per tutti gli italiani – e dall’altro,
esso non sembra più un pericolo per la democrazia rappresentativa,
la quale ritiene che la propria capacità decisionale non abbia
bisogno di una logica diversa, quella gerarchica e disciplinare del
potere militare, perché in grado di vincere le sfide sul piano
economico.
In realtà, soprattutto adesso, si vede chiaramente quali siano
i suoi limiti. Non abbiamo un sistema liberista, abbiamo un sistema
globale controllato da pochi grossi gruppi, e proprio la crisi economica
mostra alcune delle conseguenze del loro operare. E abbiamo una situazione
conflittuale estesa e tutt’altro che marginale.
Gli Stati Uniti attualmente spendono, per il loro bilancio militare,
500 miliardi di dollari l’anno, una cifra che corrisponde alla
metà di quello che si spende per i bilanci militari nel mondo
intero. Senza alcun risultato.
Il nuovo pensiero militare italiano paragona la situazione degli Usa
in Iraq a quella di Polifemo, al quale era stato predetto che sarebbe
arrivato un nemico molto pericoloso e allora lui, alto grande e forte,
lo immaginava un gigante pari suo; e invece arrivò un omino che
lo prese in giro. L’enorme apparato militare americano, i 500
miliardi di dollari annui, sono spesi per costruire Polifemo, che deve
però fronteggiare Ulisse. Di tutte le guerre che l’impero
ha combattuto, non ne ha vinta nemmeno una. Non ha vinto in Vietnam
– che il conflitto si sia sviluppato con altre modalità
rispetto a quelle attuali è un aspetto secondario – e non
ha vinto in Iraq; ha vinto la Guerra del Golfo, ma semplicemente perché
non fu condotta fino in fondo.
Questo è un aspetto non marginale del problema. L’esistenza
di una macchina militare che si costituisce per affrontare una super
guerra tecnologica e che poi, di fatto, non riesce a sottrarsi a quella
che è sempre stata, nella Storia umana, la guerra: se si vuole
controllare un’area, non per via economica ma solo con la forza,
bisogna occuparla, mandarci dei soldati, e accettare che un po’
di questi soldati muoiano.
Tutto questo, quindi, tende a non funzionare, e probabilmente il pensiero
militare sta vivendo una fase di passaggio, innanzitutto perché
queste enormi spese militari possono essere sostenute solo in virtù
dell’esistenza di quello che viene definito il ‘Washington
consensus’: gli Usa sono debitori del mondo intero e possono non
pagare i debiti solo perché nessuno gli chiede di restituirli.
Io credo che alla fine tornerà d’attualità il problema
di come affrontare una sfida che richiede un’utilizzazione delle
risorse, o una capacità di valorizzarle, su scala planetaria.
Esistono alcuni studi del ministero della Difesa inglese e di una commissione
di generali e ammiragli insediata dal Congresso degli Stati Uniti, che
già due anni fa vedevano la situazione della globalizzazione
molto complessa. Risale agli anni Venti un pensiero militare che prevedeva
una situazione planetaria conflittuale e per di più, nel frattempo,
la scena mondiale è molto cambiata. Non si può pensare
che in questo quadro il pensiero militare non stia elaborando una propria
risposta e una propria cultura, come già l’avevano elaborata
i colonnelli in Francia nel ’58, salvo poi essere emarginati perché
si sentivano dei socialisti nazionali, “noi non siamo al servizio
del capitale francese”, dicevano. Un pensiero militare che si
è venuto strutturando iniziando a riflettere su una realtà
mondiale che non sta affatto andando verso la fine della Storia e verso
una situazione di prosperità generale, come avrebbe detto Fukujama.
Si pensava che la Storia fosse finita con la caduta del muro di Berlino,
mentre adesso l’Occidente – che non può esportare
nessuna democrazia, mi sembra evidente – si trova a dover competere
a livello globale con più potenze. La Russia, in recupero, nonostante
la grande arretratezza tecnologica, lavora per diventare un competitore
sul piano militare ancora da prendere in considerazione – ed era
assolutamente prevedibile che il Cremlino non avrebbe mai accettato
che la Georgia diventasse una base americana, mentre la situazione è
molto aperta in Ucraina, dove metà della popolazione è
ancora filorussa. La Cina, una grande potenza dinamica, anche se distrugge
completamente la natura e ha problemi nelle campagne arretrate, la quale,
tra l’altro, era vista come modello culturale della guerra rivoluzionaria,
al punto che molti degli ufficiali francesi che fecero il colpo di Stato
del ’58 erano stati prigionieri durante la guerra in Indocina;
il famoso Huntington dello ‘scontro di civiltà’ prevedeva
un conflitto cino-americano nel 2010, cosa che fortunatamente non credo
si verificherà, tuttavia alcuni militari statunitensi pensano
che la Cina otterrà ben presto una sorta di parità strategica
con gli Stati Uniti. L’India, che non è assolutamente ‘la
più grande democrazia del mondo’, come tutti dicono, ma
un Paese nel quale poche famiglie di feudalesimo moderno controllano
ogni cosa, in una situazione di continue tensioni sociali e di povertà
indescrivibile. Infine il Brasile, che inizia a emergere ora e che è
già un soggetto economico che pesa nel Wto e sul piano internazionale,
e che potrebbe diventare anche un soggetto militare.
Vista l’attuale situazione di estrema instabilità, mi sono
chiesto se le categorie usate più di mezzo secolo fa, in merito
al rapporto tra potere militare e democrazia, e che si sarebbero ritenute
da accantonare perché la democrazia rappresentativa ha vinto
con il suo normale funzionamento senza dover ricorrere al potere militare
per accelerare i processi decisionali, siano davvero superate.
Questa nuova realtà, rispetto a ciò che
era nei primi anni Sessanta, presenta due situazioni opposte e altrettanto
interessanti: quella dell’America latina e quella dell’area
arabo-islamica.
Abbiamo detto che una delle modalità con le quali le democrazie
rappresentative hanno affrontato il problema della rivoluzione anticoloniale
è stata di recuperare élite militari che avrebbero potuto
essere competitive; nell’America latina gli Stati Uniti risposero,
proprio in questo modo, a una sfida all’epoca molto pericolosa.
Che Guevara, illudendosi, parlava di tre, quattro, dieci Vietnam, e
alcuni di questi Vietnam dovevano nascere soprattutto nel Sud America.
Gli Stati Uniti risposero con le dittature militari in Brasile, Argentina,
Bolivia ecc. Proprio in questi Paesi sono avvenuti importanti cambiamenti
che in qualche misura possono essere visti come l’eredità
della rivoluzione portoghese.
A un certo momento, i militari impegnati a combattere la decolonizzazione
cominciano a elaborare una concezione politica propria. Lo avevano già
fatto i colonnelli francesi, e in un certo senso Chavez – che
era un colonnello dei parà – è l’erede del
pensiero di quei militari che portano al potere De Gaulle, nell’ottica
di una fase di transizione verso una Francia che alcuni di loro definivano
socialista o nazional-comunista. Naturalmente De Gaulle era molto più
avido e la Francia non era affatto pronta per una soluzione di quel
tipo. Però questo modo di pensare si affermò tra gli ufficiali
portoghesi che combattevano una guerra di decolonizzazione che non riuscivano
a vincere, e che comprendevano essere un conflitto sbagliato. Nell’America
latina sta accadendo proprio questo.
Qualcosa quindi che fa parte dell’evoluzione politica del Sud
America conferma, in qualche misura, una delle possibili evoluzioni
del pensiero e della pratica militare: a un certo punto, invece di essere
gli strumenti della potenza imperiale i militari diventano nazional-populisti.
Credo che l’America latina stia vivendo un processo di questo
tipo, anche se non tutte le forze militari sostengono tale politica.
Lo stesso Chavez venne rovesciato da un colpo di Stato nell’aprile
di sei anni fa, che vide alleati contro di lui l’oligarchia petroliera
e i sindacati – l’aristocrazia operaia, avrebbe detto Lenin
– e furono i parà a liberarlo e a rimetterlo al potere.
Non sempre il personale politico sostenuto dai militari è un
esponente, a sua volta, della classe militare – Morales non lo
è di certo – ma è vero, nello stesso tempo, che
non sarebbe possibile quello che adesso viene visto, gaussianamente,
come un risveglio nazional-popolare nell’America latina, senza
l’azione diretta o indiretta dei militari. E questo cambia completamente
il quadro nel quale va collocata la possibile esperienza brasiliana.
Probabilmente oggi non è più possibile, per gli Stati
Uniti, manovrare colpi di Stato in America latina, perché i militari
locali hanno maturato un proprio pensiero. Si è venuto affermando
un populismo latino americano – così come esiste un populismo
europeo, del quale vediamo esempi molto chiari anche in Italia –
che in realtà risale a una Storia antica, a Zapata, a Pancho
Villa, e che ha influenzato, in questa fase, i militari; essi sono più
disposti a essere interpreti del risveglio nazional-popolare che non
i rappresentati del potere imperiale di Washington. Se il Brasile tenderà
a emergere come potenza mondiale – come gli Stati Uniti sostengono
– sarà una potenza mondiale non più contenibile,
presumibilmente, attraverso colpi di Stato militari.
Dove invece la situazione sembra capovolta è l’area mussulmana,
una zona nella quale, però, l’incertezza è enorme.
I militari di quest’area, pensiamo a Nasser, allo stesso Saddam
Hussein, sono stati i protagonisti della rivoluzione anticoloniale,
al punto che i militari francesi, quando portarono De Gaulle al potere,
commentarono con la battuta “Ha vinto Naghib, viva Nasser”,
ipotizzando che dopo una prima fase moderata della rivoluzione ve ne
sarebbe stata una più radicale. Nello stesso modo pensavano i
militari dell’area arabo-islamica, i quali divennero i protagonisti
addirittura di un tentativo di alleanza con Rommel, quando il generale
avanzava su Alessandria.
In quest’area dunque l’evoluzione del pensiero militare
sembra essere andata in direzione opposta rispetto a quanto avvenuto
in America latina: qui i militari erano prima gli strumenti della metropoli
imperiale e successivamente diventano i protagonisti del risveglio nazional-populista,
nel mondo arabo sono dapprima i rappresentati di un risveglio islamico
nazional-populista e diventano poi gli strumenti delle metropoli occidentali.
Il colpo di Stato di Ben Ali, favorito dai nostri Servizi segreti –
in particolare dall’ammiraglio Martini, allora il responsabile
del Sismi, il quale successivamente ha raccontato chiaramente come si
svolsero i fatti – è uno dei tanti casi di questo rovesciamento.
È accaduto anche in Algeria, quando il Movimento islamico stava
per vincere le elezioni; in Pakistan, con Musharraf. Lo stesso Mubarak
era un generale di aviazione – della per altro non fortunata aviazione
militare egiziana, visto che ogni volta che si scontrava con Israele
veniva distrutta al suolo prima ancora di alzarsi in volo. Ora la sua
unica preoccupazione è di assicurare il passaggio di potere al
figlio, com’era anche per l’ultimo Saddam Hussein. C’è
poi la Turchia che sta attraversando una fase delicata: i militari erano
diventati i garanti della repubblica laica – e in una qualche
misura lo sono ancora – seppur con crescente difficoltà.
Vi sono sempre, dunque, su scala completamente diversa, situazioni nelle
quali il potere militare continua a pesare. La conclusione dell’analisi
di tutte queste diverse situazioni mi fa pensare che la questione che
si poneva all’inizio degli anni Sessanta si pone ancora.
Complice anche la scomparsa dell’antimilitarismo, oggi in nessuna
democrazia occidentale si vedono più i militari come un possibile
pericolo. Quando il quotidiano La Repubblica e aree di opinione a sinistra
ritengono che il potere militare sia di per sé legittimato e
sia quasi necessariamente coesistente con la democrazia rappresentativa,
vuol dire che i militari, pur non avendo più nessuna intenzione
di mettere in pericolo la democrazia, hanno acquisito una legittimità
della quale in Italia abbiamo gli esempi più modesti ma anche
significativi; Chiaiano, per dirne uno. Occorre mandare l’esercito,
l’esercito è la tutela massima dell’ordine pubblico,
i soldati per le strade sono il meglio che si possa avere perché
i cittadini vivano tranquilli. Allora, da un lato, abbiamo un’istituzione
forte, radicata, investita di una legittimazione che non ha mai avuto
e che sviluppa un pensiero tra i più avanzati, entrando nel merito
di come affrontare i problemi dei cambiamenti ambientali e climatici,
e dall’altro non esiste più alcuna utopia politica che
si ponga in posizione critica nei confronti di questo pensiero.
I militari, anzi, hanno sviluppato una capacità di riflessione
che talvolta sembra migliore di quella delle classi politiche. Mentre
queste portano avanti un vago ottimismo democratico globalista che sostiene
che, con un po’ di tempo e un po’ di pazienza, la democrazia
arriverà dappertutto, la fame sarà sconfitta, i conflitti
si attenueranno e l’Iraq e l’Afghanistan sono piccoli casi
– mentre in realtà sono in corso nel mondo decine di conflitti
di tutti i tipi, dai Tamil nello Sri Lanka fino alle aree africane,
dove il conflitto è permanente e dove l’ultima pensata
degli americani, di mandare i generali tigrini d’Etiopia a domare
le Corti islamiche, ha scatenato una guerriglia che dilaga in tutta
la Somalia con i pirati di Mompracem al largo delle coste – nelle
due ricerche che ho citato prima, del ministero inglese della Difesa
e della Commissione militare insediata dal Congresso americano, si afferma
che i prossimi decenni saranno caratterizzati da una crescente conflittualità.
E allora il rapporto tra il pensiero militare, o i militari come gruppo
sociale, e la democrazia, non è affatto un argomento da accantonare.
Il lungo confronto, durato più di mezzo secolo, tra pensiero
e potere militare da una parte e istituzioni democratiche dall’altra,
è un confronto che continua. Non si è affatto risolto
con i militari chiusi definitivamente in caserma e la democrazia della
globalizzazione che vince ovunque. Il problema che allora si poneva,
della duplice sfida della guerra fredda con l’Urss e delle campagne
di decolonizzazione, è un concetto da utilizzare tuttora, dal
momento che le punte più avanzate del pensiero militare occidentale
riflettono su una profonda crisi ambientale e climatica, oltre che nel
merito delle competizioni esterne con la Russia e la Cina.
Vi è inoltre la possibilità, e su questo insiste particolarmente
lo studio inglese, che si accentuino i conflitti prodotti dalla globalizzazione
anche in relazione alle difficoltà prodotte internamente allo
stesso Occidente. Si potrebbe verificare una situazione conflittuale
di modello marxista dove l’antitesi alle classi alte non sarà
più rappresentata dal proletariato ma da ceti medi impoveriti.
E si tratta di una ricerca di due anni fa, che prescinde dall’attuale
crisi dei subprime e da quanto ne consegue.
Io non propongo soluzioni. Ritengo però che
i problemi ci siano e che i conflitti tendano ad aumentare e non a diminuire.
Il pensiero e l’organizzazione militare stanno pensando di essere
all’altezza di questi conflitti e il mio augurio, allora come
oggi, è che probabilmente i conflitti si possano risolvere meglio
se si programmano razionalmente le decisioni.
Certamente il pericolo esiste ed è costante. Perché se
i militari immaginano di risolvere i conflitti con impostazioni avanzate
– come possono essere quelle di una programmazione e di un uso
razionale delle risorse – se cioè hanno delle idee che
possono essere adeguate ai problemi attuali, le modalità di soluzione
risentono inevitabilmente dell’approccio gerarchico tipico della
cultura militare, che non è certo quella della democrazia rappresentativa.
I militari sono sempre militari.
Giorgio Galli e Felice Accame
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