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febbraio - marzo 2012
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In occasione della pubblicazione
de La democrazia e il pensiero militare di Giorgio Galli
(Libreria Editrice Goriziana), Felice Accame ne discute con l’autore
alla libreria Odradek di Milano, il 24 ottobre 2008 |
| Felice Accame: Oggi viene da chiedersi dove siano andati a finire lo spirito antimilitarista e le ragioni stesse che lo avevano animato, ed erano ragioni che andavano ben al di là dell’istituzione militare propriamente detta. Quando, nei primi anni Sessanta, mi impegnavo nell’attività politica e nell’ambito del sociale, mi occupavo principalmente di tematiche come l’obiezione di coscienza, l’abolizione tout court dell’esercito, la smilitarizzazione degli apparati della polizia; si parlava, a quel tempo, della riconversione dell’industria bellica a usi civili, ed esistevano Paesi nei quali si presentavano simili progetti. La base critica dalla quale prendeva avvio un simile ragionamento era che le strutture militari, con la loro gerarchizzazione, di per se stesse contraddicono alla vita democratica. Era un’analisi che veniva analogamente impostata anche nei confronti delle organizzazioni di partito: la stessa critica al centralismo democratico adottato dal Pci e da tutti i partiti comunisti più e meno al potere, si basava sulla medesima ragione. Di delega in delega, il rischio era che andasse perduto ciò che poteva essere il contributo della stessa base. A mano a mano che si gerarchizzavano le funzioni all’interno delle strutture di partito – strutture di partecipazione di massa – il partito andava sempre più burocratizzandosi perdendo, di conseguenza, seppur gradualmente, quello che era il livello di partecipazione del singolo cittadino allo scopo comune. Questo stesso tipo di ragionamento è applicabile alla struttura militare. Essa esige, in quanto tale, un certo tipo di gerarchizzazione, e non a caso è stata presa come modello di riferimento e replicata, in determinate condizioni e in certi Paesi, nel mondo del lavoro. Esistono tutta una serie di casi in cui la militarizzazione del lavoro è stata l’unica soluzione ritenuta possibile per superare i periodi di crisi. In quegli anni, questi ragionamenti facevano parte del dibattito pubblico. Ricordo, per esempio, che nel 1967 stavo scrivendo un saggio con Marco Pannella in merito alla politica militare delle sinistre – saggio che sarebbe stato presentato come relazione al Congresso del Partito radicale di Firenze. Fu in quei giorni che Pannella mi disse che riteneva essenziale, prima di chiudere la relazione, che io leggessi un libro, I colonnelli della guerra rivoluzionaria di Giorgio Galli. Era una pubblicazione del ’62, la cui analisi prendeva avvio dalla constatazione della presenza, più o meno invasiva, delle strutture militari all’interno della vita democratica del dopoguerra. Alcuni esempi esplicativi possono essere quello di De Gaulle in Francia, nel 1958, riportato al potere non senza l’aiuto dei militari con quello che è stato, a tutti gli effetti, un colpo di Stato; lo stesso De Gaulle viene ripescato, sempre con il favore dei militari, nel 1968, dopo i problemi causati dal maggio francese. In Italia esiste almeno un caso indimenticabile, ed è quello del 1964, il cosiddetto ‘caso SIFAR’: il generale De Lorenzo, in accordo con il presidente Segni stesso, elabora quello che è il Piano Solo, un vero e proprio tentativo di colpo di Stato, con predisposizione addirittura di campi di concentramento per intellettuali e oppositori. Nel 1970, nella notte il 7 e l’8 dicembre, ci prova Junio Valerio Borghese, già comandante della Decima Mas. Abbiamo poi il tentato golpe del 1981, in Spagna, durante il quale il tenente colonnello Tejero occupa per diciannove ore il Parlamento per opporsi al processo di democratizzazione conseguente alla fine della dittatura di Franco. Tra i casi più collaterali, estremamente interessante quello del Portogallo nel quale, nel 1974, la democratizzazione avviene tramite un colpo di Stato di tipo militare che potremmo definire ‘progressista’. Non lo è altrettanto, ovviamente, quello del 1967 in Grecia. E poi ci sono i casi dell’Egitto, della Turchia, l’Algeria, la Tunisia di Bourguiba, nella cui destituzione furono coinvolti i Servizi segreti italiani – erano i tempi degli interessi di Craxi – e tutta la situazione dell’America latina, quindi Venezuela, Argentina, Cile, Messico, Bolivia, Colombia, Perù… Insomma, si può affermare che l’invasività
delle forze armate nella vita democratica è stata importante
e diffusa in numerosi Paesi. Il ragionamento dunque è questo:
da una parte esiste una democrazia rappresentativa, con una propria
Storia e una consistenza geografica, a tutti gli effetti, limitata
– la democrazia di cui stiamo parlando ha poco più di
tre secoli alle spalle e interessa un decimo, grosso modo, della popolazione
mondiale; dall’altra parte abbiamo una forma di potere storica,
ben consolidata nella propria struttura, che è quella rappresentata
dalla migliore organizzazione della forza, che ogni Stato ripone nel
sistema militare. È indispensabile oggi analizzare quale sia
o come possa trasformarsi il rapporto tra queste due strutture di
potere, anche alla luce di quanto accade in Cina, in Russia e in India,
che sono tre dei colossi in grado di modificare profondamente il prossimo
scenario mondiale. Non solo. Abbiamo davanti mutamenti di ordine tecnologico,
ambientale e climatico che possono produrre conseguenze geopolitiche
e sociali. E di fronte a tutto questo, il potere militare dovrà
per forza operare delle scelte. Giorgio Galli: La premessa in merito all’antimilitarismo è interessante. Esso è stato uno degli aspetti fondamentali della cultura progressista, ed è giusto chiedersi perché ormai non se ne parli più. Credo che la ragione di fondo sia che tutte le posizioni ideologiche attualmente operative sul piano politico abbiano ormai abbandonato ogni carica utopica – secondo me, beneficamente utopica; di conseguenza, oggi abbiamo culture politiche imperniate sul realismo e il realismo insegna che, weberianamente, lo Stato ha bisogno di gestire il monopolio della forza, e che il monopolio della forza è affidato al potere repressivo, e quindi ai militari. Esiste una vera e propria cultura militare, non si deve pensare che la lunga storia del monopolio statale della forza non abbia prodotto una sua cultura e una concettualizzazione. Alla fine degli anni Cinquanta avevo appena conosciuto il gruppo del Mulino e studiavo per lo più i sistemi politici; rimanemmo tutti impressionati dal fatto che in un Paese democratico avanzato come la Francia, la culla stessa della rivoluzione, la guerra d’Algeria avesse creato, dopo quella d’Indocina, le condizioni propizie per un vero e proprio colpo di Stato, che oggi anche la storiografia francese non ha più dubbi nel riconoscere come tale. All’epoca si cercò di dare una legalità repubblicana a quello che accadde, ma in realtà i parà erano pronti ad arrivare a Parigi e le divisioni blindate, stanziate sul Reno, erano pronte a marciare sulla città, se l’Assemblea non avesse scelto De Gaulle. In Francia dunque, diversamente da quanto avvenne in Italia negli anni successivi, il colpo di Stato si realizzò. In un Paese democratico avanzato si era portato a compimento, di fatto, un colpo di Stato militare. L’avvenimento sembrava appartenere a un altro momento della Storia. In quel periodo entravo in contatto con la letteratura sociologica anglosassone e con la cultura americana, e la prima riflessione che venne fatta, e che rimane valida tuttora, era che l’aspetto decisivo che poteva rendere possibile iniziative di gestione militare del potere anche nelle democrazie, era dato da due fattori: la competizione con l’Unione Sovietica – si era nel pieno della guerra fredda – e il processo di decolonizzazione in atto. E infatti in Francia accadde proprio questo. Mi posi dunque la domanda se questo non fosse un problema generale. Se cioè le democrazie occidentali non avessero la tentazione di rispondere a queste due sfide, quella dell’Urss e quella della decolonizzazione, riflettendo sul fatto che entrambe le situazioni rivali, se così possiamo definirle, erano gestite da poteri autoritari che dimostravano un elevato grado di efficienza. L’Urss era per definizione una potenza autoritaria e i movimenti di liberazione erano ispirati fondamentalmente a ideologie nazional-autoritarie o comuniste-autoritarie. Si trattava, in realtà, di una vecchia questione
che ogni tanto viene riproposta nelle democrazie rappresentative,
le quali garantiscono una certa influenza dell’opinione pubblica
sui processi decisionali ma pagano, in conseguenza, un rallentamento
negli stessi processi; e in quella fase, nei primi anni Sessanta,
quando da un lato c’era l’antimilitarismo utopico e dall’altro
questo tipo di competizione, la situazione era tale da rappresentare,
di fatto, un rischio possibile. Diverso fu invece l’approccio nella guerra della decolonizzazione. Qui le democrazie rappresentative, e in particolare gli Usa nell’America Latina, utilizzarono direttamente i militari, costruendo loro tramite un potere locale fedele alla metropoli imperiale, oppure risposero assorbendo gradualmente le istanze delle aree arretrate attraverso l’espansione dei rapporti economici, grazie ai quali la decolonizzazione politica si realizzò, con la nascita di decine di Stati indipendenti, ma rimase tuttavia decisivo, nel controllo di tali aree, il condizionamento dei rapporti e del potere economico con le democrazie rappresentative e con la loro economia dinamica. Complessivamente quindi, fino agli anni Ottanta,
le democrazie occidentali non ebbero bisogno di utilizzare il potere
militare per diventare più competitive, grazie alla maggiore
rapidità del processo decisionale che tale struttura di potere
avrebbe loro permesso. In realtà, soprattutto adesso, si vede chiaramente
quali siano i suoi limiti. Non abbiamo un sistema liberista, abbiamo
un sistema globale controllato da pochi grossi gruppi, e proprio la
crisi economica mostra alcune delle conseguenze del loro operare.
E abbiamo una situazione conflittuale estesa e tutt’altro che
marginale. Il nuovo pensiero militare italiano paragona la
situazione degli Usa in Iraq a quella di Polifemo, al quale era stato
predetto che sarebbe arrivato un nemico molto pericoloso e allora
lui, alto grande e forte, lo immaginava un gigante pari suo; e invece
arrivò un omino che lo prese in giro. L’enorme apparato
militare americano, i 500 miliardi di dollari annui, sono spesi per
costruire Polifemo, che deve però fronteggiare Ulisse. Di tutte
le guerre che l’impero ha combattuto, non ne ha vinta nemmeno
una. Non ha vinto in Vietnam – che il conflitto si sia sviluppato
con altre modalità rispetto a quelle attuali è un aspetto
secondario – e non ha vinto in Iraq; ha vinto la Guerra del
Golfo, ma semplicemente perché non fu condotta fino in fondo. Io credo che alla fine tornerà d’attualità il problema di come affrontare una sfida che richiede un’utilizzazione delle risorse, o una capacità di valorizzarle, su scala planetaria. Esistono alcuni studi del ministero della Difesa inglese e di una commissione di generali e ammiragli insediata dal Congresso degli Stati Uniti, che già due anni fa vedevano la situazione della globalizzazione molto complessa. Risale agli anni Venti un pensiero militare che prevedeva una situazione planetaria conflittuale e per di più, nel frattempo, la scena mondiale è molto cambiata. Non si può pensare che in questo quadro il pensiero militare non stia elaborando una propria risposta e una propria cultura, come già l’avevano elaborata i colonnelli in Francia nel ’58, salvo poi essere emarginati perché si sentivano dei socialisti nazionali, “noi non siamo al servizio del capitale francese”, dicevano. Un pensiero militare che si è venuto strutturando iniziando a riflettere su una realtà mondiale che non sta affatto andando verso la fine della Storia e verso una situazione di prosperità generale, come avrebbe detto Fukujama. Si pensava che la Storia fosse finita con la caduta
del muro di Berlino, mentre adesso l’Occidente – che non
può esportare nessuna democrazia, mi sembra evidente –
si trova a dover competere a livello globale con più potenze. Questa nuova realtà, rispetto a ciò
che era nei primi anni Sessanta, presenta due situazioni opposte e
altrettanto interessanti: quella dell’America latina e quella
dell’area arabo-islamica. A un certo momento, i militari impegnati a combattere la decolonizzazione cominciano a elaborare una concezione politica propria. Lo avevano già fatto i colonnelli francesi, e in un certo senso Chavez – che era un colonnello dei parà – è l’erede del pensiero di quei militari che portano al potere De Gaulle, nell’ottica di una fase di transizione verso una Francia che alcuni di loro definivano socialista o nazional-comunista. Naturalmente De Gaulle era molto più avido e la Francia non era affatto pronta per una soluzione di quel tipo. Però questo modo di pensare si affermò tra gli ufficiali portoghesi che combattevano una guerra di decolonizzazione che non riuscivano a vincere, e che comprendevano essere un conflitto sbagliato. Nell’America latina sta accadendo proprio questo. Qualcosa quindi che fa parte dell’evoluzione
politica del Sud America conferma, in qualche misura, una delle possibili
evoluzioni del pensiero e della pratica militare: a un certo punto,
invece di essere gli strumenti della potenza imperiale i militari
diventano nazional-populisti. Credo che l’America latina stia
vivendo un processo di questo tipo, anche se non tutte le forze militari
sostengono tale politica. Lo stesso Chavez venne rovesciato da un
colpo di Stato nell’aprile di sei anni fa, che vide alleati
contro di lui l’oligarchia petroliera e i sindacati –
l’aristocrazia operaia, avrebbe detto Lenin – e furono
i parà a liberarlo e a rimetterlo al potere. Probabilmente oggi non è più possibile, per gli Stati Uniti, manovrare colpi di Stato in America latina, perché i militari locali hanno maturato un proprio pensiero. Si è venuto affermando un populismo latino americano – così come esiste un populismo europeo, del quale vediamo esempi molto chiari anche in Italia – che in realtà risale a una Storia antica, a Zapata, a Pancho Villa, e che ha influenzato, in questa fase, i militari; essi sono più disposti a essere interpreti del risveglio nazional-popolare che non i rappresentati del potere imperiale di Washington. Se il Brasile tenderà a emergere come potenza mondiale – come gli Stati Uniti sostengono – sarà una potenza mondiale non più contenibile, presumibilmente, attraverso colpi di Stato militari. Dove invece la situazione sembra capovolta è
l’area mussulmana, una zona nella quale, però, l’incertezza
è enorme. I militari di quest’area, pensiamo a Nasser,
allo stesso Saddam Hussein, sono stati i protagonisti della rivoluzione
anticoloniale, al punto che i militari francesi, quando portarono
De Gaulle al potere, commentarono con la battuta “Ha vinto Naghib,
viva Nasser”, ipotizzando che dopo una prima fase moderata della
rivoluzione ve ne sarebbe stata una più radicale. Nello stesso
modo pensavano i militari dell’area arabo-islamica, i quali
divennero i protagonisti addirittura di un tentativo di alleanza con
Rommel, quando il generale avanzava su Alessandria. Il colpo di Stato di Ben Ali, favorito dai nostri
Servizi segreti – in particolare dall’ammiraglio Martini,
allora il responsabile del Sismi, il quale successivamente ha raccontato
chiaramente come si svolsero i fatti – è uno dei tanti
casi di questo rovesciamento. È accaduto anche in Algeria,
quando il Movimento islamico stava per vincere le elezioni; in Pakistan,
con Musharraf. Lo stesso Mubarak era un generale di aviazione –
della per altro non fortunata aviazione militare egiziana, visto che
ogni volta che si scontrava con Israele veniva distrutta al suolo
prima ancora di alzarsi in volo. Ora la sua unica preoccupazione è
di assicurare il passaggio di potere al figlio, com’era anche
per l’ultimo Saddam Hussein. C’è poi la Turchia
che sta attraversando una fase delicata: i militari erano diventati
i garanti della repubblica laica – e in una qualche misura lo
sono ancora – seppur con crescente difficoltà. Complice anche la scomparsa dell’antimilitarismo, oggi in nessuna democrazia occidentale si vedono più i militari come un possibile pericolo. Quando il quotidiano La Repubblica e aree di opinione a sinistra ritengono che il potere militare sia di per sé legittimato e sia quasi necessariamente coesistente con la democrazia rappresentativa, vuol dire che i militari, pur non avendo più nessuna intenzione di mettere in pericolo la democrazia, hanno acquisito una legittimità della quale in Italia abbiamo gli esempi più modesti ma anche significativi; Chiaiano, per dirne uno. Occorre mandare l’esercito, l’esercito è la tutela massima dell’ordine pubblico, i soldati per le strade sono il meglio che si possa avere perché i cittadini vivano tranquilli. Allora, da un lato, abbiamo un’istituzione forte, radicata, investita di una legittimazione che non ha mai avuto e che sviluppa un pensiero tra i più avanzati, entrando nel merito di come affrontare i problemi dei cambiamenti ambientali e climatici, e dall’altro non esiste più alcuna utopia politica che si ponga in posizione critica nei confronti di questo pensiero. I militari, anzi, hanno sviluppato una capacità di riflessione che talvolta sembra migliore di quella delle classi politiche. Mentre queste portano avanti un vago ottimismo democratico globalista che sostiene che, con un po’ di tempo e un po’ di pazienza, la democrazia arriverà dappertutto, la fame sarà sconfitta, i conflitti si attenueranno e l’Iraq e l’Afghanistan sono piccoli casi – mentre in realtà sono in corso nel mondo decine di conflitti di tutti i tipi, dai Tamil nello Sri Lanka fino alle aree africane, dove il conflitto è permanente e dove l’ultima pensata degli americani, di mandare i generali tigrini d’Etiopia a domare le Corti islamiche, ha scatenato una guerriglia che dilaga in tutta la Somalia con i pirati di Mompracem al largo delle coste – nelle due ricerche che ho citato prima, del ministero inglese della Difesa e della Commissione militare insediata dal Congresso americano, si afferma che i prossimi decenni saranno caratterizzati da una crescente conflittualità. E allora il rapporto tra il pensiero militare, o i militari come gruppo sociale, e la democrazia, non è affatto un argomento da accantonare. Il lungo confronto, durato più di mezzo secolo,
tra pensiero e potere militare da una parte e istituzioni democratiche
dall’altra, è un confronto che continua. Non si è
affatto risolto con i militari chiusi definitivamente in caserma e
la democrazia della globalizzazione che vince ovunque. Il problema
che allora si poneva, della duplice sfida della guerra fredda con
l’Urss e delle campagne di decolonizzazione, è un concetto
da utilizzare tuttora, dal momento che le punte più avanzate
del pensiero militare occidentale riflettono su una profonda crisi
ambientale e climatica, oltre che nel merito delle competizioni esterne
con la Russia e la Cina. Io non propongo soluzioni. Ritengo però che
i problemi ci siano e che i conflitti tendano ad aumentare e non a
diminuire. Il pensiero e l’organizzazione militare stanno pensando
di essere all’altezza di questi conflitti e il mio augurio,
allora come oggi, è che probabilmente i conflitti si possano
risolvere meglio se si programmano razionalmente le decisioni.
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