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Antimilitarismo, democrazia e pensiero militare
di Giorgio Galli e Felice Accame
In occasione della pubblicazione de La democrazia e il pensiero militare di Giorgio Galli (Libreria Editrice Goriziana), Felice Accame ne discute con l’autore alla libreria Odradek di Milano, il 24 ottobre 2008

Felice Accame: Oggi viene da chiedersi dove siano andati a finire lo spirito antimilitarista e le ragioni stesse che lo avevano animato, ed erano ragioni che andavano ben al di là dell’istituzione militare propriamente detta. Quando, nei primi anni Sessanta, mi impegnavo nell’attività politica e nell’ambito del sociale, mi occupavo principalmente di tematiche come l’obiezione di coscienza, l’abolizione tout court dell’esercito, la smilitarizzazione degli apparati della polizia; si parlava, a quel tempo, della riconversione dell’industria bellica a usi civili, ed esistevano Paesi nei quali si presentavano simili progetti.

La base critica dalla quale prendeva avvio un simile ragionamento era che le strutture militari, con la loro gerarchizzazione, di per se stesse contraddicono alla vita democratica. Era un’analisi che veniva analogamente impostata anche nei confronti delle organizzazioni di partito: la stessa critica al centralismo democratico adottato dal Pci e da tutti i partiti comunisti più e meno al potere, si basava sulla medesima ragione. Di delega in delega, il rischio era che andasse perduto ciò che poteva essere il contributo della stessa base. A mano a mano che si gerarchizzavano le funzioni all’interno delle strutture di partito – strutture di partecipazione di massa – il partito andava sempre più burocratizzandosi perdendo, di conseguenza, seppur gradualmente, quello che era il livello di partecipazione del singolo cittadino allo scopo comune.

Questo stesso tipo di ragionamento è applicabile alla struttura militare. Essa esige, in quanto tale, un certo tipo di gerarchizzazione, e non a caso è stata presa come modello di riferimento e replicata, in determinate condizioni e in certi Paesi, nel mondo del lavoro. Esistono tutta una serie di casi in cui la militarizzazione del lavoro è stata l’unica soluzione ritenuta possibile per superare i periodi di crisi.

In quegli anni, questi ragionamenti facevano parte del dibattito pubblico. Ricordo, per esempio, che nel 1967 stavo scrivendo un saggio con Marco Pannella in merito alla politica militare delle sinistre – saggio che sarebbe stato presentato come relazione al Congresso del Partito radicale di Firenze. Fu in quei giorni che Pannella mi disse che riteneva essenziale, prima di chiudere la relazione, che io leggessi un libro, I colonnelli della guerra rivoluzionaria di Giorgio Galli.

Era una pubblicazione del ’62, la cui analisi prendeva avvio dalla constatazione della presenza, più o meno invasiva, delle strutture militari all’interno della vita democratica del dopoguerra. Alcuni esempi esplicativi possono essere quello di De Gaulle in Francia, nel 1958, riportato al potere non senza l’aiuto dei militari con quello che è stato, a tutti gli effetti, un colpo di Stato; lo stesso De Gaulle viene ripescato, sempre con il favore dei militari, nel 1968, dopo i problemi causati dal maggio francese. In Italia esiste almeno un caso indimenticabile, ed è quello del 1964, il cosiddetto ‘caso SIFAR’: il generale De Lorenzo, in accordo con il presidente Segni stesso, elabora quello che è il Piano Solo, un vero e proprio tentativo di colpo di Stato, con predisposizione addirittura di campi di concentramento per intellettuali e oppositori. Nel 1970, nella notte il 7 e l’8 dicembre, ci prova Junio Valerio Borghese, già comandante della Decima Mas. Abbiamo poi il tentato golpe del 1981, in Spagna, durante il quale il tenente colonnello Tejero occupa per diciannove ore il Parlamento per opporsi al processo di democratizzazione conseguente alla fine della dittatura di Franco. Tra i casi più collaterali, estremamente interessante quello del Portogallo nel quale, nel 1974, la democratizzazione avviene tramite un colpo di Stato di tipo militare che potremmo definire ‘progressista’. Non lo è altrettanto, ovviamente, quello del 1967 in Grecia. E poi ci sono i casi dell’Egitto, della Turchia, l’Algeria, la Tunisia di Bourguiba, nella cui destituzione furono coinvolti i Servizi segreti italiani – erano i tempi degli interessi di Craxi – e tutta la situazione dell’America latina, quindi Venezuela, Argentina, Cile, Messico, Bolivia, Colombia, Perù…

Insomma, si può affermare che l’invasività delle forze armate nella vita democratica è stata importante e diffusa in numerosi Paesi. Il ragionamento dunque è questo: da una parte esiste una democrazia rappresentativa, con una propria Storia e una consistenza geografica, a tutti gli effetti, limitata – la democrazia di cui stiamo parlando ha poco più di tre secoli alle spalle e interessa un decimo, grosso modo, della popolazione mondiale; dall’altra parte abbiamo una forma di potere storica, ben consolidata nella propria struttura, che è quella rappresentata dalla migliore organizzazione della forza, che ogni Stato ripone nel sistema militare. È indispensabile oggi analizzare quale sia o come possa trasformarsi il rapporto tra queste due strutture di potere, anche alla luce di quanto accade in Cina, in Russia e in India, che sono tre dei colossi in grado di modificare profondamente il prossimo scenario mondiale. Non solo. Abbiamo davanti mutamenti di ordine tecnologico, ambientale e climatico che possono produrre conseguenze geopolitiche e sociali. E di fronte a tutto questo, il potere militare dovrà per forza operare delle scelte.
Questa è l’analisi che Giorgio Galli ha ripreso, e ampliato e attualizzato, nel saggio La democrazia e il pensiero militare, pubblicato con la casa editrice Goriziana.

Giorgio Galli: La premessa in merito all’antimilitarismo è interessante. Esso è stato uno degli aspetti fondamentali della cultura progressista, ed è giusto chiedersi perché ormai non se ne parli più. Credo che la ragione di fondo sia che tutte le posizioni ideologiche attualmente operative sul piano politico abbiano ormai abbandonato ogni carica utopica – secondo me, beneficamente utopica; di conseguenza, oggi abbiamo culture politiche imperniate sul realismo e il realismo insegna che, weberianamente, lo Stato ha bisogno di gestire il monopolio della forza, e che il monopolio della forza è affidato al potere repressivo, e quindi ai militari. Esiste una vera e propria cultura militare, non si deve pensare che la lunga storia del monopolio statale della forza non abbia prodotto una sua cultura e una concettualizzazione.

Alla fine degli anni Cinquanta avevo appena conosciuto il gruppo del Mulino e studiavo per lo più i sistemi politici; rimanemmo tutti impressionati dal fatto che in un Paese democratico avanzato come la Francia, la culla stessa della rivoluzione, la guerra d’Algeria avesse creato, dopo quella d’Indocina, le condizioni propizie per un vero e proprio colpo di Stato, che oggi anche la storiografia francese non ha più dubbi nel riconoscere come tale. All’epoca si cercò di dare una legalità repubblicana a quello che accadde, ma in realtà i parà erano pronti ad arrivare a Parigi e le divisioni blindate, stanziate sul Reno, erano pronte a marciare sulla città, se l’Assemblea non avesse scelto De Gaulle. In Francia dunque, diversamente da quanto avvenne in Italia negli anni successivi, il colpo di Stato si realizzò. In un Paese democratico avanzato si era portato a compimento, di fatto, un colpo di Stato militare. L’avvenimento sembrava appartenere a un altro momento della Storia.

In quel periodo entravo in contatto con la letteratura sociologica anglosassone e con la cultura americana, e la prima riflessione che venne fatta, e che rimane valida tuttora, era che l’aspetto decisivo che poteva rendere possibile iniziative di gestione militare del potere anche nelle democrazie, era dato da due fattori: la competizione con l’Unione Sovietica – si era nel pieno della guerra fredda – e il processo di decolonizzazione in atto. E infatti in Francia accadde proprio questo.

Mi posi dunque la domanda se questo non fosse un problema generale. Se cioè le democrazie occidentali non avessero la tentazione di rispondere a queste due sfide, quella dell’Urss e quella della decolonizzazione, riflettendo sul fatto che entrambe le situazioni rivali, se così possiamo definirle, erano gestite da poteri autoritari che dimostravano un elevato grado di efficienza. L’Urss era per definizione una potenza autoritaria e i movimenti di liberazione erano ispirati fondamentalmente a ideologie nazional-autoritarie o comuniste-autoritarie.

Si trattava, in realtà, di una vecchia questione che ogni tanto viene riproposta nelle democrazie rappresentative, le quali garantiscono una certa influenza dell’opinione pubblica sui processi decisionali ma pagano, in conseguenza, un rallentamento negli stessi processi; e in quella fase, nei primi anni Sessanta, quando da un lato c’era l’antimilitarismo utopico e dall’altro questo tipo di competizione, la situazione era tale da rappresentare, di fatto, un rischio possibile.
Allora il rischio venne evitato. Le democrazie rappresentative, dopo il colpo di Stato del ’58, risposero a queste due sfide ottenendo risultati nella competizione senza generalizzare il modello francese, ed effettivamente De Gaulle non instaurò un regime o una dittatura militare. Si comprese che, tutto sommato, si poteva vincere la duplice sfida forzando qualche situazione, come accadde appunto in Francia, e soprattutto si poteva vincere sul piano della competizione economica. Le democrazie occidentali riuscirono a realizzare livelli di vita e di garanzie civili che misero in luce, nel lungo periodo, il fatto che un sistema autoritario, nonostante la rapidità nelle decisioni, è indebolito dal non riuscire a raggiungere né obiettivi economici né obiettivi sociali. Successivamente, nel corso di alcuni decenni, le condizioni di vita della popolazione sovietica migliorarono appena mentre quelle di quell’area democratica, sia pure il 10% della popolazione del pianeta, migliorarono moltissimo; la televisione fece arrivare anche in Urss differenti modelli di vita e l’Occidente vinse la guerra fredda sul piano, appunto, economico.

Diverso fu invece l’approccio nella guerra della decolonizzazione. Qui le democrazie rappresentative, e in particolare gli Usa nell’America Latina, utilizzarono direttamente i militari, costruendo loro tramite un potere locale fedele alla metropoli imperiale, oppure risposero assorbendo gradualmente le istanze delle aree arretrate attraverso l’espansione dei rapporti economici, grazie ai quali la decolonizzazione politica si realizzò, con la nascita di decine di Stati indipendenti, ma rimase tuttavia decisivo, nel controllo di tali aree, il condizionamento dei rapporti e del potere economico con le democrazie rappresentative e con la loro economia dinamica.

Complessivamente quindi, fino agli anni Ottanta, le democrazie occidentali non ebbero bisogno di utilizzare il potere militare per diventare più competitive, grazie alla maggiore rapidità del processo decisionale che tale struttura di potere avrebbe loro permesso.
A questo punto si potrebbe dire che le ipotesi formulate allora, fortunatamente, non si sono verificate, e che oggi il potere militare vive tranquillo. Da un lato, l’antimilitarismo è certamente scomparso – se addirittura Bertinotti, definito allora il rappresentante della sinistra radicale, nel maggio 2007 candidamente afferma che la Folgore è un modello per tutti gli italiani – e dall’altro, esso non sembra più un pericolo per la democrazia rappresentativa, la quale ritiene che la propria capacità decisionale non abbia bisogno di una logica diversa, quella gerarchica e disciplinare del potere militare, perché in grado di vincere le sfide sul piano economico.

In realtà, soprattutto adesso, si vede chiaramente quali siano i suoi limiti. Non abbiamo un sistema liberista, abbiamo un sistema globale controllato da pochi grossi gruppi, e proprio la crisi economica mostra alcune delle conseguenze del loro operare. E abbiamo una situazione conflittuale estesa e tutt’altro che marginale.
Gli Stati Uniti attualmente spendono, per il loro bilancio militare, 500 miliardi di dollari l’anno, una cifra che corrisponde alla metà di quello che si spende per i bilanci militari nel mondo intero. Senza alcun risultato.

Il nuovo pensiero militare italiano paragona la situazione degli Usa in Iraq a quella di Polifemo, al quale era stato predetto che sarebbe arrivato un nemico molto pericoloso e allora lui, alto grande e forte, lo immaginava un gigante pari suo; e invece arrivò un omino che lo prese in giro. L’enorme apparato militare americano, i 500 miliardi di dollari annui, sono spesi per costruire Polifemo, che deve però fronteggiare Ulisse. Di tutte le guerre che l’impero ha combattuto, non ne ha vinta nemmeno una. Non ha vinto in Vietnam – che il conflitto si sia sviluppato con altre modalità rispetto a quelle attuali è un aspetto secondario – e non ha vinto in Iraq; ha vinto la Guerra del Golfo, ma semplicemente perché non fu condotta fino in fondo.
Questo è un aspetto non marginale del problema. L’esistenza di una macchina militare che si costituisce per affrontare una super guerra tecnologica e che poi, di fatto, non riesce a sottrarsi a quella che è sempre stata, nella Storia umana, la guerra: se si vuole controllare un’area, non per via economica ma solo con la forza, bisogna occuparla, mandarci dei soldati, e accettare che un po’ di questi soldati muoiano.
Tutto questo, quindi, tende a non funzionare, e probabilmente il pensiero militare sta vivendo una fase di passaggio, innanzitutto perché queste enormi spese militari possono essere sostenute solo in virtù dell’esistenza di quello che viene definito il ‘Washington consensus’: gli Usa sono debitori del mondo intero e possono non pagare i debiti solo perché nessuno gli chiede di restituirli.

Io credo che alla fine tornerà d’attualità il problema di come affrontare una sfida che richiede un’utilizzazione delle risorse, o una capacità di valorizzarle, su scala planetaria. Esistono alcuni studi del ministero della Difesa inglese e di una commissione di generali e ammiragli insediata dal Congresso degli Stati Uniti, che già due anni fa vedevano la situazione della globalizzazione molto complessa. Risale agli anni Venti un pensiero militare che prevedeva una situazione planetaria conflittuale e per di più, nel frattempo, la scena mondiale è molto cambiata. Non si può pensare che in questo quadro il pensiero militare non stia elaborando una propria risposta e una propria cultura, come già l’avevano elaborata i colonnelli in Francia nel ’58, salvo poi essere emarginati perché si sentivano dei socialisti nazionali, “noi non siamo al servizio del capitale francese”, dicevano. Un pensiero militare che si è venuto strutturando iniziando a riflettere su una realtà mondiale che non sta affatto andando verso la fine della Storia e verso una situazione di prosperità generale, come avrebbe detto Fukujama.

Si pensava che la Storia fosse finita con la caduta del muro di Berlino, mentre adesso l’Occidente – che non può esportare nessuna democrazia, mi sembra evidente – si trova a dover competere a livello globale con più potenze.
La Russia, in recupero, nonostante la grande arretratezza tecnologica, lavora per diventare un competitore sul piano militare ancora da prendere in considerazione – ed era assolutamente prevedibile che il Cremlino non avrebbe mai accettato che la Georgia diventasse una base americana, mentre la situazione è molto aperta in Ucraina, dove metà della popolazione è ancora filorussa.
La Cina, una grande potenza dinamica, anche se distrugge completamente la natura e ha problemi nelle campagne arretrate, la quale, tra l’altro, era vista come modello culturale della guerra rivoluzionaria, al punto che molti degli ufficiali francesi che fecero il colpo di Stato del ’58 erano stati prigionieri durante la guerra in Indocina; il famoso Huntington dello ‘scontro di civiltà’ prevedeva un conflitto cino-americano nel 2010, cosa che fortunatamente non credo si verificherà, tuttavia alcuni militari statunitensi pensano che la Cina otterrà ben presto una sorta di parità strategica con gli Stati Uniti.
L’India, che non è assolutamente ‘la più grande democrazia del mondo’, come tutti dicono, ma un Paese nel quale poche famiglie di feudalesimo moderno controllano ogni cosa, in una situazione di continue tensioni sociali e di povertà indescrivibile.
Infine il Brasile, che inizia a emergere ora e che è già un soggetto economico che pesa nel Wto e sul piano internazionale, e che potrebbe diventare anche un soggetto militare.
Vista l’attuale situazione di estrema instabilità, mi sono chiesto se le categorie usate più di mezzo secolo fa, in merito al rapporto tra potere militare e democrazia, e che si sarebbero ritenute da accantonare perché la democrazia rappresentativa ha vinto con il suo normale funzionamento senza dover ricorrere al potere militare per accelerare i processi decisionali, siano davvero superate.

Questa nuova realtà, rispetto a ciò che era nei primi anni Sessanta, presenta due situazioni opposte e altrettanto interessanti: quella dell’America latina e quella dell’area arabo-islamica.
Abbiamo detto che una delle modalità con le quali le democrazie rappresentative hanno affrontato il problema della rivoluzione anticoloniale è stata di recuperare élite militari che avrebbero potuto essere competitive; nell’America latina gli Stati Uniti risposero, proprio in questo modo, a una sfida all’epoca molto pericolosa. Che Guevara, illudendosi, parlava di tre, quattro, dieci Vietnam, e alcuni di questi Vietnam dovevano nascere soprattutto nel Sud America. Gli Stati Uniti risposero con le dittature militari in Brasile, Argentina, Bolivia ecc. Proprio in questi Paesi sono avvenuti importanti cambiamenti che in qualche misura possono essere visti come l’eredità della rivoluzione portoghese.

A un certo momento, i militari impegnati a combattere la decolonizzazione cominciano a elaborare una concezione politica propria. Lo avevano già fatto i colonnelli francesi, e in un certo senso Chavez – che era un colonnello dei parà – è l’erede del pensiero di quei militari che portano al potere De Gaulle, nell’ottica di una fase di transizione verso una Francia che alcuni di loro definivano socialista o nazional-comunista. Naturalmente De Gaulle era molto più avido e la Francia non era affatto pronta per una soluzione di quel tipo. Però questo modo di pensare si affermò tra gli ufficiali portoghesi che combattevano una guerra di decolonizzazione che non riuscivano a vincere, e che comprendevano essere un conflitto sbagliato. Nell’America latina sta accadendo proprio questo.

Qualcosa quindi che fa parte dell’evoluzione politica del Sud America conferma, in qualche misura, una delle possibili evoluzioni del pensiero e della pratica militare: a un certo punto, invece di essere gli strumenti della potenza imperiale i militari diventano nazional-populisti. Credo che l’America latina stia vivendo un processo di questo tipo, anche se non tutte le forze militari sostengono tale politica. Lo stesso Chavez venne rovesciato da un colpo di Stato nell’aprile di sei anni fa, che vide alleati contro di lui l’oligarchia petroliera e i sindacati – l’aristocrazia operaia, avrebbe detto Lenin – e furono i parà a liberarlo e a rimetterlo al potere.
Non sempre il personale politico sostenuto dai militari è un esponente, a sua volta, della classe militare – Morales non lo è di certo – ma è vero, nello stesso tempo, che non sarebbe possibile quello che adesso viene visto, gaussianamente, come un risveglio nazional-popolare nell’America latina, senza l’azione diretta o indiretta dei militari. E questo cambia completamente il quadro nel quale va collocata la possibile esperienza brasiliana.

Probabilmente oggi non è più possibile, per gli Stati Uniti, manovrare colpi di Stato in America latina, perché i militari locali hanno maturato un proprio pensiero. Si è venuto affermando un populismo latino americano – così come esiste un populismo europeo, del quale vediamo esempi molto chiari anche in Italia – che in realtà risale a una Storia antica, a Zapata, a Pancho Villa, e che ha influenzato, in questa fase, i militari; essi sono più disposti a essere interpreti del risveglio nazional-popolare che non i rappresentati del potere imperiale di Washington. Se il Brasile tenderà a emergere come potenza mondiale – come gli Stati Uniti sostengono – sarà una potenza mondiale non più contenibile, presumibilmente, attraverso colpi di Stato militari.

Dove invece la situazione sembra capovolta è l’area mussulmana, una zona nella quale, però, l’incertezza è enorme. I militari di quest’area, pensiamo a Nasser, allo stesso Saddam Hussein, sono stati i protagonisti della rivoluzione anticoloniale, al punto che i militari francesi, quando portarono De Gaulle al potere, commentarono con la battuta “Ha vinto Naghib, viva Nasser”, ipotizzando che dopo una prima fase moderata della rivoluzione ve ne sarebbe stata una più radicale. Nello stesso modo pensavano i militari dell’area arabo-islamica, i quali divennero i protagonisti addirittura di un tentativo di alleanza con Rommel, quando il generale avanzava su Alessandria.
In quest’area dunque l’evoluzione del pensiero militare sembra essere andata in direzione opposta rispetto a quanto avvenuto in America latina: qui i militari erano prima gli strumenti della metropoli imperiale e successivamente diventano i protagonisti del risveglio nazional-populista, nel mondo arabo sono dapprima i rappresentati di un risveglio islamico nazional-populista e diventano poi gli strumenti delle metropoli occidentali.

Il colpo di Stato di Ben Ali, favorito dai nostri Servizi segreti – in particolare dall’ammiraglio Martini, allora il responsabile del Sismi, il quale successivamente ha raccontato chiaramente come si svolsero i fatti – è uno dei tanti casi di questo rovesciamento. È accaduto anche in Algeria, quando il Movimento islamico stava per vincere le elezioni; in Pakistan, con Musharraf. Lo stesso Mubarak era un generale di aviazione – della per altro non fortunata aviazione militare egiziana, visto che ogni volta che si scontrava con Israele veniva distrutta al suolo prima ancora di alzarsi in volo. Ora la sua unica preoccupazione è di assicurare il passaggio di potere al figlio, com’era anche per l’ultimo Saddam Hussein. C’è poi la Turchia che sta attraversando una fase delicata: i militari erano diventati i garanti della repubblica laica – e in una qualche misura lo sono ancora – seppur con crescente difficoltà.
Vi sono sempre, dunque, su scala completamente diversa, situazioni nelle quali il potere militare continua a pesare. La conclusione dell’analisi di tutte queste diverse situazioni mi fa pensare che la questione che si poneva all’inizio degli anni Sessanta si pone ancora.

Complice anche la scomparsa dell’antimilitarismo, oggi in nessuna democrazia occidentale si vedono più i militari come un possibile pericolo. Quando il quotidiano La Repubblica e aree di opinione a sinistra ritengono che il potere militare sia di per sé legittimato e sia quasi necessariamente coesistente con la democrazia rappresentativa, vuol dire che i militari, pur non avendo più nessuna intenzione di mettere in pericolo la democrazia, hanno acquisito una legittimità della quale in Italia abbiamo gli esempi più modesti ma anche significativi; Chiaiano, per dirne uno. Occorre mandare l’esercito, l’esercito è la tutela massima dell’ordine pubblico, i soldati per le strade sono il meglio che si possa avere perché i cittadini vivano tranquilli. Allora, da un lato, abbiamo un’istituzione forte, radicata, investita di una legittimazione che non ha mai avuto e che sviluppa un pensiero tra i più avanzati, entrando nel merito di come affrontare i problemi dei cambiamenti ambientali e climatici, e dall’altro non esiste più alcuna utopia politica che si ponga in posizione critica nei confronti di questo pensiero.

I militari, anzi, hanno sviluppato una capacità di riflessione che talvolta sembra migliore di quella delle classi politiche. Mentre queste portano avanti un vago ottimismo democratico globalista che sostiene che, con un po’ di tempo e un po’ di pazienza, la democrazia arriverà dappertutto, la fame sarà sconfitta, i conflitti si attenueranno e l’Iraq e l’Afghanistan sono piccoli casi – mentre in realtà sono in corso nel mondo decine di conflitti di tutti i tipi, dai Tamil nello Sri Lanka fino alle aree africane, dove il conflitto è permanente e dove l’ultima pensata degli americani, di mandare i generali tigrini d’Etiopia a domare le Corti islamiche, ha scatenato una guerriglia che dilaga in tutta la Somalia con i pirati di Mompracem al largo delle coste – nelle due ricerche che ho citato prima, del ministero inglese della Difesa e della Commissione militare insediata dal Congresso americano, si afferma che i prossimi decenni saranno caratterizzati da una crescente conflittualità. E allora il rapporto tra il pensiero militare, o i militari come gruppo sociale, e la democrazia, non è affatto un argomento da accantonare.

Il lungo confronto, durato più di mezzo secolo, tra pensiero e potere militare da una parte e istituzioni democratiche dall’altra, è un confronto che continua. Non si è affatto risolto con i militari chiusi definitivamente in caserma e la democrazia della globalizzazione che vince ovunque. Il problema che allora si poneva, della duplice sfida della guerra fredda con l’Urss e delle campagne di decolonizzazione, è un concetto da utilizzare tuttora, dal momento che le punte più avanzate del pensiero militare occidentale riflettono su una profonda crisi ambientale e climatica, oltre che nel merito delle competizioni esterne con la Russia e la Cina.
Vi è inoltre la possibilità, e su questo insiste particolarmente lo studio inglese, che si accentuino i conflitti prodotti dalla globalizzazione anche in relazione alle difficoltà prodotte internamente allo stesso Occidente. Si potrebbe verificare una situazione conflittuale di modello marxista dove l’antitesi alle classi alte non sarà più rappresentata dal proletariato ma da ceti medi impoveriti. E si tratta di una ricerca di due anni fa, che prescinde dall’attuale crisi dei subprime e da quanto ne consegue.

Io non propongo soluzioni. Ritengo però che i problemi ci siano e che i conflitti tendano ad aumentare e non a diminuire. Il pensiero e l’organizzazione militare stanno pensando di essere all’altezza di questi conflitti e il mio augurio, allora come oggi, è che probabilmente i conflitti si possano risolvere meglio se si programmano razionalmente le decisioni.
Certamente il pericolo esiste ed è costante. Perché se i militari immaginano di risolvere i conflitti con impostazioni avanzate – come possono essere quelle di una programmazione e di un uso razionale delle risorse – se cioè hanno delle idee che possono essere adeguate ai problemi attuali, le modalità di soluzione risentono inevitabilmente dell’approccio gerarchico tipico della cultura militare, che non è certo quella della democrazia rappresentativa.
I militari sono sempre militari.

Giorgio Galli e Felice Accame

 

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