| Tra gli innumerevoli
nodi sociali che l’attuale governo non sa – o sarebbe meglio
dire non vuole? – districare, rimane anche quello del cittadino
altro, migrante, rifugiato o rom, con tutta la cascata di questioni
che, a partire dal lavoro nero dei clandestini per finire ai diritti
civili dei ‘regolari’, ne consegue.
Abbiamo rivolto qualche domanda in merito a una studiosa da anni attivamente
impegnata su questo fronte: Annamaria Rivera, antropologa e professore
di Etnologia e Antropologia sociale all’Università di Bari;
autrice di saggi, tra i quali La guerra dei simboli. Veli postcoloniali
e retoriche sull’alterità, edizioni Dedalo (vedi
PaginaUno n°2), Estranei e nemici. Discriminazione
e violenza razzista in Italia per i tipi di DeriveApprodi,
L’inquietudine dell’islàm sempre
per Dedalo; collaboratrice con articoli o saggi brevi di testate come
Le Monde Diplomatique, Il manifesto, Liberazione,la Gazzetta del Mezzogiorno,per
citarne solo alcuni.
Lei annovera tra le sue attività un’intensa
partecipazione a una rete nazionale contro la discriminazione e il razzismo.
Può dirci brevemente di che cosa si tratta, come e in quali campi
opera o ha operato questa organizzazione?
Insieme al compianto Dino Frisullo e ad altri/e, sono stata fra i fondatori
– e per un certo periodo anche portavoce – della Rete antirazzista,
una struttura di coordinamento nazionale fra numerose
associazioni antirazziste, che è stata attiva nella seconda metà
degli anni Novanta. Sebbene non abbia avuto vita lunga, ha svolto un
ruolo importante, e non solo di coordinamento. Ha anticipato temi, questioni
e rivendicazioni tuttora aperte: l’idea di una cittadinanza slegata
dall’‘origine’ e dalla nazionalità, il diritto
di voto, la civilizzazione delle competenze sui permessi di soggiorno,
la lotta contro i centri di detenzione amministrativa istituiti dalla
legge Turco-Napolitano, per citarne solo alcuni. Sono temi, dicevo,
tuttora d’attualità: in un decennio nessun avanzamento
si è registrato in questo campo, se mai alcuni peggioramenti,
anche assai pesanti, come quelli introdotti dalla legge Bossi-Fini.
Il mio attivismo antirazzista, che mi sforzo di coniugare con l’impegno
di studio e ricerca, non è finito con la Rete. Tuttora mi considero
interna al movimento antirazzista e per la difesa dei diritti dei migranti,
su scala nazionale e internazionale. E cerco di dare qualche contributo
sia in termini politici che d’analisi e di teoria.
Su un piano più istituzionale, ho, fra l’altro, redatto
studi analitici sulla discriminazione, la violenza razzista, l’islamofobia
e l’antisemitismo in Italia, per l’EUMC (European Monitoring
Centre on Racism and Xenophobia), attraverso il COSPE, un’importante
ong italiana. E sono stata chiamata a far parte, come esperta, della
Consulta per i diritti dei migranti istituita dal Ministero della solidarietà
sociale.
A questo proposito, ci si aspetterebbe che
talune istituzioni, soprattutto nell’ambito di un certo schieramento
politico, fossero garanti di aperture e metodologie diverse. Invece
anche oggi, con l’attuale governo, assistiamo a un aumento di
pratiche sicuritarie, amplificate dall’opportuna cassa di risonanza
dei mezzi di comunicazione di massa, nei confronti dei gruppi minoritari.
Lei è stata la prima firmataria di un appello apparso il maggio
scorso sul Manifesto. Ce ne vuole parlare?
Nel corso degli anni, insieme ad altri/e, ho promosso e firmato molti
appelli: quello del maggio scorso è solo uno dei tanti. Non lo
dico per compiacermene, al contrario, perché temo che gli appelli
servano a poco, forse solo ad offrire qualche buon argomento in più
a chi è già sensibilizzato, e a farlo sentire meno solo.
Ci vorrebbe ben altro per determinare cambiamenti, anche nel campo della
rappresentazione dei migranti e dei gruppi minoritari da parte dei mass
media. Occorrerebbe un netto mutamento in termini di relazioni di potere:
oggi, in Italia, le persone d’origine immigrata e i gruppi minoritari
sono per lo più mal trattati se non stigmatizzati dai mezzi d’informazione
anzitutto perché sono deboli sul piano economico, giuridico e
sociale, dunque anche sul piano simbolico. I mass media hanno una responsabilità
specifica, certo, ma sono parte di una rete sistemica, per così
dire: sono solo il segmento di un circolo vizioso, se vogliamo chiamarlo
così. Intendo dire che, allo stato attuale, sul ‘mercato
della politica’ è redditizio parlar male dei migranti o
dei rom (anche perché non hanno il diritto di voto). Se hai compiaciuto
il senso comune più degradato, per esempio con continui ammiccamenti
sicuritari o con pratiche e misure repressive, è a quel senso
comune che ti rivolgi per raccogliere consenso e voti. Non è
neppure necessario perseguire un disegno strategico: se in una dichiarazione
pubblica un autorevole ministro ripropone lo stantio luogo comune dei
cinesi “chiusi e impenetrabili”, forse è perché
egli stesso condivide qualche cliché e pregiudizio… Dunque,
i mezzi di comunicazione di massa, che a loro volta spesso riflettono
il senso comune e le ignoranze dei più – e nel contempo
li legittimano e li alimentano – hanno gioco facile a sostenere
che “è questo ciò che vuole la gente”. Talvolta
non sono neppure consapevoli della gravità dei loro misfatti,
altre volte scientemente – ho il sospetto – mettono in atto
strategie o vere e proprie campagne che hanno anche delle finalità
politiche. Sarà un caso che ogni volta che è all’ordine
del giorno qualche timido miglioramento legislativo in favore dei migranti,
questo o quel quotidiano ‘indipendente’ rilanci in grande
stile il tema degli immigrati devianti e delinquenti? Non mi sembra
che i mass media siano pura e semplice ‘cassa di risonanza’.
A mio parere, sono qualcosa di più: le loro retoriche, come non
ci stanchiamo di ripetere, hanno una valenza performativa, nel senso
che spesso ‘fanno la realtà’. In più, certi
mezzi d’informazione sono impermeabili ai dati empirici più
elementari, inventano e affermano di sana pianta una realtà immaginaria
che finisce per essere percepita come la realtà.
Come è possibile leggere nel suo libro
L’imbroglio etnico, cultura e linguaggio sono due parole-chiave
nel dibattito contemporaneo sulla società multiculturale. Qual
è l’imbroglio celato dietro l’etica ufficiale?
L’imbroglio sta nel tradurre sfruttamento, disuguaglianza, inferiorizzazione
in termini etnicizzanti, nell’attribuire alla presunta differenza
o inconcilibilità fra ‘culture’ ed ‘etnie’
ciò che va ascritto, invece, a precise scelte e strategie politiche
maggioritarie, che a loro volta rispondono a interessi economici e politici
nazionali, europei, internazionali. A una persona di buon senso appare
stridente la contraddizione fra il bisogno di manodopera e la chiusura
di fatto delle frontiere europee, la loro crescente militarizzazione
e perfino la delocalizzazione in paesi terzi. In realtà questa
apparente contraddizione è parte di una strategia economica e
politica: serve a incrementare il mercato del lavoro nero ed a rafforzare
relazioni di tipo neocoloniale fra l’Unione europea e certi Paesi
terzi, e, all’interno di ciascun Paese europeo, fra la maggioranza
e le minoranze. Certo, tutto questo in modi variegati secondo i Paesi,
le loro storie, le loro culture politiche.
Non tutto è parte di un disegno deliberato. Se si considera il
caso italiano, ci si rende contro che la discriminazione ai danni delle
persone immigrate e di certe minoranze, la condizione quasi castale
che è loro imposta sono dovute, in qualche misura, anche agli
automatismi ciechi della burocrazia statale, alla carenza di cultura
democratica, all’insipienza e al deficit di cultura e coraggio
delle élite politiche. Le scelte o le non-scelte del governo
in carica ne sono una dimostrazione: ammesso che si debbano compiacere
le paure della popolazione maggioritaria (ma anche la paura è
un costrutto culturale e politico) tenendo un profilo basso sul versante
delle politiche dell’immigrazione, cosa avrebbe impedito di sanare
certe situazioni di palese inefficienza e stortura? Sto pensando, per
esempio, alla vexata quaestio delle Poste italiane alle quali il precedente
governo ha affidato rilasci e rinnovi di permessi di soggiorno, con
conseguenze amministrative disastrose…soprattutto per la vita
dei cittadini stranieri. Poi, possiamo anche parlare di ‘modelli
d’integrazione’, di ‘rapporti fra culture’,
di come intendiamo la società pluriculturale… Non sarò
io, antropologa di professione, a negare l’importanza della dimensione
della cultura e delle dinamiche culturali, ma occorre, prima, accordarsi
sul senso che attribuiamo alle parole. Oggi, mi sembra, nel dibattito
pubblico si è affermato un uso improprio e ingannevole di ‘cultura’:
è una foglia di fico che serve a coprire la reale natura ed origine
delle disuguaglianze sociali, della discriminazione, della xenofobia,
del razzismo…
Del resto, l’impostura che si cela dietro
il linguaggio del mondo occidentale impone un largo uso di eufemismi,
nel tentativo di occultare ogni elemento sgradevole come polvere sotto
un tappeto. Lei stessa ha affrontato questo tema in un articolo apparso
tempo fa sul Manifesto, a proposito dei cosiddetti centri di accoglienza,
citando Bourdieu: i mutamenti semantici sono mutamenti nei rapporti
di forza sociali. Connotare i cpt, senza più eufemismi, con la
definizione che meglio si attaglia: lager, ha prodotto cambiamenti sul
piano sociale e sul piano politico?
Chiamare le cose con il loro nome non produce cambiamenti fattuali immediati
ma almeno serve a svelare le imposture e dunque è di per sé
già un atto politico, per meglio dire, è la condizione
basilare per fondare un discorso politico degno di questo nome. Già
‘centri di permanenza temporanea’ è un’impostura,
un espediente per occultare l’istituto della detenzione amministrativa
sotto il nome eufemistico di ‘permanenza’. Poi il linguaggio
giornalistico e politico, i mezzi d’informazione e la politica
hanno contribuito a rafforzare l’eufemismo e quindi l’imbroglio
chiamandoli ‘centri di accoglienza’. Quale accoglienza?
Quando, come è accaduto a fine luglio – e come spesso accade
– dopo una rivolta 36 persone riescono a valicare il muro di cinta
del Cpt di Bari-Palese e se ne vanno, esercitando il legittimo diritto
di allontanarsi da un carcere-noncarcere, si parla di loro come di ‘evasi’!
Non solo: si scatena la caccia al ‘clandestino’ e si lancia
la solita campagna di stampa che fa leva su quell’isteria sicuritaria
che annebbia il cervello e produce il sonno della ragione. Succederebbe
tutto questo se fossero davvero centri di ‘accoglienza’
o solo di ‘permanenza temporanea’? Purtroppo, non saranno
aboliti i Cpt. All’orizzonte non si profila la fine ignominiosa
della detenzione amministrativa ma solo qualche timido tentativo di
riduzione del loro numero, di ‘umanizzazione’ e d’apertura
all’esterno di queste strutture detentive paradossali. Non è
questo che ci aspettavamo dal governo di centro-sinistra…
Questo è un punto interessante che vorrei
riprendere. Ma vorrei prima riallacciarmi a quanto lei ha accennato
a proposito della valenza performativa dei mezzi di comunicazione. Da
sempre le logiche di guerra si nutrono di razzismo ed eterofobia, tuttavia
nel clima nato a partire dall’11 settembre, questi temi hanno
assunto rilevanza e connotazioni diverse, concentrandosi sull’islam
e sul melting pot mediorientale. In una sua intervista concessa a Radio
Radicale sul tema della pena di morte, ha focalizzato a tale proposito
la strumentalizzazione mediatica di un elemento molto significativo:
la 'etnicizzazione' dei crimini di Saddam Hussein, a scapito della loro
matrice politica.
Ho già fatto cenno alla tendenza ad ‘etnicizzare’
tutto ciò che riguarda i cosiddetti ‘altri’. Quando
un cittadino straniero o ‘d’origine immigrata’ compie
un crimine, gravissimo o lieve che sia, da certi settori dell’informazione
e della propaganda politica quel crimine non è considerato frutto
d’una responsabilità individuale, come deve essere in uno
Stato di diritto. La colpa viene, invece, fatta ricadere sull’intero
suo gruppo di presunta appartenenza: sui suoi connazionali in Italia,
sugli immigrati in generale, addirittura, se è di supposta fede
musulmana, sull’intero Islàm.
Così è accaduto nel caso del padre omicida di Brescia,
un lavoratore d’origine pachistana. Un quotidiano indipendente
si è spinto fino a dedicare una ‘finestra’, al centro
della pagina di cronaca, a “cosa afferma l’Islam a proposito
di punizione delle donne”. Provi ad immaginare che putiferio sarebbe
successo se, a commento di uno dei tanti femminicidi compiuti da cittadini
italiani di presunta fede cattolica, lo stesso quotidiano avesse dedicato
una finestra a “cosa affermano i Vangeli a proposito di punizione
delle donne”… Ovviamente non è una prerogativa italiana.
Su un piano e su una scala diversa, ritroviamo la stessa tendenza ad
etnicizzare il crimine nel caso della condanna a morte di Saddam Hussein
in un processo-farsa (quella condanna a morte io l’avrei avversata
anche se fosse stata l’esito di un processo regolare, sia ben
chiaro!). Come ha scritto il sociologo Adel Jabbar, egli è stato
giudicato da un tribunale politico, gestito non solo dai suoi nemici
politici, “ma da vendicatori, persone prive di qualsiasi senso
della legge e dello Stato”. Nel processo, gli sono stati contestati
solo i reati commessi contro gruppi linguisticoculturali o confessionali,
trascurando, aggiunge Jabbar, che “le prime vittime del suo regime
sono stati marxisti, nazionalisti arabi e soprattutto esponenti del
suo partito”.
In un suo intervento su Liberazione, in occasione
della morte di Vidal-Naquet, lei ricordò il Manifesto dei 121,
di cui lo storico era firmatario con i più grandi artisti, storici,
filosofi e studiosi francesi, manifesto che rivendicava il diritto di
insubordinazione a una guerra imperialista e accompagnata dal razzismo.
Si trattava allora della guerra d’Algeria. Come le appare oggi
la posizione di tanta intellighenzia italiana che, davanti a una guerra
globale, imperialista e permanente, non sa accendere neppure “quel
piccolo lume che in futuro permetterà alla sinistra di non vergognarsi
di se stessa”?
Feci quella comparazione – fra il Manifesto dei 121 nel corso
della guerra d’Algeria e il silenzio dell’intellettualità
italiana rispetto alla partecipazione dell’Italia a una guerra
neocoloniale – comparazione forse ardita dal punto di vista storiografico,
per dire che la sinistra pagherà caro quel silenzio. Oggi ne
sono più che mai convinta. Se la sinistra smarrisce o tradisce
le sue istanze e i suoi principi fondativi, può tirare a campare
per un tempo più o meno breve, ma alla lunga
non solo perderà credibilità e consenso, ma smarrirà
il senso della realtà e, con esso, la sua ragion d’essere.
E se non vi è neppure un piccolo coro di autorevoli voci dissenzienti
che si levi dall’interno della sinistra e riesca, se non a condizionarla,
a metterla in crisi, siamo alla disfatta, alla fine della sinistra in
quanto tale. Purtroppo, non mi sembra ci siano state clamorose prese
di posizione da parte d’intellettuali italiani contro l’intervento
militare in Afghanistan e contro l’escalation delle stragi di
civili, che ha assunto proporzioni e cadenze – ormai quotidiane
– davvero impressionanti. In questo caso, un appello con numerose
firme autorevoli sarebbe servito, per lo meno, a mostrare al governo
e ai partiti della coalizione governativa che le ‘anime belle’
che si sono opposte al rifinanziamento di quella ‘missione militare’
– così, con un altro eufemismo, si chiamano ora le aggressioni
armate – non sono quattro gatti con l’ipertrofia dell’etico
(questo mi è stato rimproverato in seguito a quell’articolo),
ma un settore autorevole di opinione pubblica. Non è andata così:
chi ha osato dissentire pubblicamente – anche solo con un articoletto,
come nel mio caso – è stato emarginato o comunque è
trattato con diffidenza o sospetto.
Piacere al Principe è stata sempre la preoccupazione degli intellettuali
italiani, con alcune eccezioni, ovviamente. Oggi, in assenza di un Principe
più o meno illuminato, quella preoccupazione appare (o appare
solo a me) ridicola. In cambio del silenzio compiacente non si ottiene
un potere illuminato dal consiglio dei dotti, ma solo qualche protezione,
consulenza o prebenda…
Ha accennato poc’anzi alle aspettative
riposte in un governo di sinistra: all’indomani delle elezioni,
comparve su Liberazione una sua proposta di analisi per la sinistra
radicale, nella quale sottolineava il bisogno per le masse e i cosiddetti
ceti medi di modelli alternativi, che suggerissero un diverso modo di
vivere, di rapportarsi con la società e con l’altro da
sé sotto l’egida del rispetto, della solidarietà
e della giustizia sociale. Un compito gravoso ma certamente deputabile
alla sinistra radicale. Dopo un anno di governo, se la sente di tracciare
un bilancio?
Credo d’averlo già implicitamente fatto, un bilancio. Rileggendo
quell’articolo, devo ammettere d’essere stata previdente
ma non abbastanza pessimista. Scrivevo, in quell’articolo, che
il berlusconismo è stato anche una pedagogia, un’educazione
delle masse, che ha finito per contaminare lo stile di pensiero e il
costume della stessa sinistra. E aggiungevo che una rigorosa e impietosa
analisi del proprio ‘berlusconismo’ sarebbe stata la condizione
minima per aspirare a governare con stile e finalità altre da
quelle berlusconiane. Mettevo poi l’accento sul ricatto dei sondaggi
e sul potere dell’immagine, che induce a conformarsi a ogni costo,
anche al costo di titillare le paure, le pulsioni, i sentimenti collettivi
più deprecabili. E questi finiscono per diventare la “verità”
dell’elettorato e dunque per condizionare i programmi politici.
Ho paura d’essere stata quasi-profetica. Per limitarci al piano
dello stile, la menzogna come pratica di comunicazione politica è
stata esercitata in qualche misura anche dalla sinistra detta radicale,
per esempio in occasione del voto per il ri-finanziamento della cosiddetta
missione afghana. Gli eufemismi si sono sprecati: ‘riduzione del
danno’, ‘discontinuità’ e così via.
Quale riduzione del danno? Quale discontinuità? Sul piano fattuale,
il ‘terreno’ afghano è teatro di una sinistra e allucinante
continuità nella devastazione del paese e nelle stragi di civili…
Tardivamente, la sinistra detta radicale mostra oggi qualche segno di
consapevolezza del disastro che si profila, non solo sul piano elettorale,
ma soprattutto su quello della coscienza collettiva, smarrita o pervertita
da delusione, sfiducia, disincanto, che rafforzano qualunquismo e individualismo.
Tuttavia, a mio parere, parlare a tal proposito di ‘antipolitica’
rischia d’essere un’ulteriore mistificazione: è la
politica che alimenta l’antipolitica, o per lo meno vi è
una dialettica fra i due poli. Per essere più concreta, è
l’agire dei politici, l’incoerenza e l’inconseguenza
rispetto ai programmi, la difesa dei propri privilegi, l’adeguamento
agli interessi di settori, anche economici, dominanti oppure l’insipienza
nella difesa dei diritti e dei bisogni dei subalterni che alimentano
sfiducia e qualunquismo già latenti. Temo che, se non si spezza
questa dialettica perversa, il destino della sinistra sia segnato.
A questi argomenti si obietta solitamente che gli equilibri parlamentari
non sono favorevoli alla coalizione di governo e ancor meno alla sinistra
radicale, portatrice d’istanze, di bisogni, di diritti semplicemente
basilari per qualsiasi sinistra, ma oggi considerati scandalosi. È
un dato di fatto inoppugnabile. Ma il ricatto del ritorno del berlusconismo
– che è un rischio grave e ben fondato – mi sembra
che funzioni sempre meno. Fra la gente di sinistra si va insinuando
il dubbio che forse sarebbe meglio tentare di ricostruire una vera sinistra
stando all’opposizione piuttosto che rischiare di morire al governo,
di una morte lenta, inesorabile, forse ingloriosa. È un dilemma
tutto aperto…
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