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Intervista

 

Annamaria Rivera: il governo e gli altri
intervista di Luciana Viarengo
Migranti, clandestini, cittadini. Inevitabile, alla fine, interrogarsi anche sui governanti

Tra gli innumerevoli nodi sociali che l’attuale governo non sa – o sarebbe meglio dire non vuole? – districare, rimane anche quello del cittadino altro, migrante, rifugiato o rom, con tutta la cascata di questioni che, a partire dal lavoro nero dei clandestini per finire ai diritti civili dei ‘regolari’, ne consegue.
Abbiamo rivolto qualche domanda in merito a una studiosa da anni attivamente impegnata su questo fronte: Annamaria Rivera, antropologa e professore di Etnologia e Antropologia sociale all’Università di Bari; autrice di saggi, tra i quali La guerra dei simboli. Veli postcoloniali e retoriche sull’alterità, edizioni Dedalo (vedi PaginaUno n°2), Estranei e nemici. Discriminazione e violenza razzista in Italia per i tipi di DeriveApprodi, L’inquietudine dell’islàm sempre per Dedalo; collaboratrice con articoli o saggi brevi di testate come Le Monde Diplomatique, Il manifesto, Liberazione,la Gazzetta del Mezzogiorno, per citarne solo alcuni.

Lei annovera tra le sue attività un’intensa partecipazione a una rete nazionale contro la discriminazione e il razzismo. Può dirci brevemente di che cosa si tratta, come e in quali campi opera o ha operato questa organizzazione?

Insieme al compianto Dino Frisullo e ad altri/e, sono stata fra i fondatori – e per un certo periodo anche portavoce – della Rete antirazzista, una struttura di coordinamento nazionale fra numerose associazioni antirazziste, che è stata attiva nella seconda metà degli anni Novanta. Sebbene non abbia avuto vita lunga, ha svolto un ruolo importante, e non solo di coordinamento. Ha anticipato temi, questioni e rivendicazioni tuttora aperte: l’idea di una cittadinanza slegata dall’‘origine’ e dalla nazionalità, il diritto di voto, la civilizzazione delle competenze sui permessi di soggiorno, la lotta contro i centri di detenzione amministrativa istituiti dalla legge Turco-Napolitano, per citarne solo alcuni. Sono temi, dicevo, tuttora d’attualità: in un decennio nessun avanzamento si è registrato in questo campo, se mai alcuni peggioramenti, anche assai pesanti, come quelli introdotti dalla legge Bossi-Fini. Il mio attivismo antirazzista, che mi sforzo di coniugare con l’impegno di studio e ricerca, non è finito con la Rete. Tuttora mi considero interna al movimento antirazzista e per la difesa dei diritti dei migranti, su scala nazionale e internazionale. E cerco di dare qualche contributo sia in termini politici che d’analisi e di teoria.
Su un piano più istituzionale, ho, fra l’altro, redatto studi analitici sulla discriminazione, la violenza razzista, l’islamofobia e l’antisemitismo in Italia, per l’EUMC (European Monitoring Centre on Racism and Xenophobia), attraverso il COSPE, un’importante ong italiana. E sono stata chiamata a far parte, come esperta, della Consulta per i diritti dei migranti istituita dal Ministero della solidarietà sociale.

A questo proposito, ci si aspetterebbe che talune istituzioni, soprattutto nell’ambito di un certo schieramento politico, fossero garanti di aperture e metodologie diverse. Invece anche oggi, con l’attuale governo, assistiamo a un aumento di pratiche sicuritarie, amplificate dall’opportuna cassa di risonanza dei mezzi di comunicazione di massa, nei confronti dei gruppi minoritari. Lei è stata la prima firmataria di un appello apparso il maggio scorso sul Manifesto. Ce ne vuole parlare?

Nel corso degli anni, insieme ad altri/e, ho promosso e firmato molti appelli: quello del maggio scorso è solo uno dei tanti. Non lo dico per compiacermene, al contrario, perché temo che gli appelli servano a poco, forse solo ad offrire qualche buon argomento in più a chi è già sensibilizzato, e a farlo sentire meno solo. Ci vorrebbe ben altro per determinare cambiamenti, anche nel campo della rappresentazione dei migranti e dei gruppi minoritari da parte dei mass media. Occorrerebbe un netto mutamento in termini di relazioni di potere: oggi, in Italia, le persone d’origine immigrata e i gruppi minoritari sono per lo più mal trattati se non stigmatizzati dai mezzi d’informazione anzitutto perché sono deboli sul piano economico, giuridico e sociale, dunque anche sul piano simbolico. I mass media hanno una responsabilità specifica, certo, ma sono parte di una rete sistemica, per così dire: sono solo il segmento di un circolo vizioso, se vogliamo chiamarlo così. Intendo dire che, allo stato attuale, sul ‘mercato della politica’ è redditizio parlar male dei migranti o dei rom (anche perché non hanno il diritto di voto).

Se hai compiaciuto il senso comune più degradato, per esempio con continui ammiccamenti sicuritari o con pratiche e misure repressive, è a quel senso comune che ti rivolgi per raccogliere consenso e voti. Non è neppure necessario perseguire un disegno strategico: se in una dichiarazione pubblica un autorevole ministro ripropone lo stantio luogo comune dei cinesi “chiusi e impenetrabili”, forse è perché egli stesso condivide qualche cliché e pregiudizio… Dunque, i mezzi di comunicazione di massa, che a loro volta spesso riflettono il senso comune e le ignoranze dei più – e nel contempo li legittimano e li alimentano – hanno gioco facile a sostenere che “è questo ciò che vuole la gente”. Talvolta non sono neppure consapevoli della gravità dei loro misfatti, altre volte scientemente – ho il sospetto – mettono in atto strategie o vere e proprie campagne che hanno anche delle finalità politiche. Sarà un caso che ogni volta che è all’ordine del giorno qualche timido miglioramento legislativo in favore dei migranti, questo o quel quotidiano ‘indipendente’ rilanci in grande stile il tema degli immigrati devianti e delinquenti? Non mi sembra che i mass media siano pura e semplice ‘cassa di risonanza’. A mio parere, sono qualcosa di più: le loro retoriche, come non ci stanchiamo di ripetere, hanno una valenza performativa, nel senso che spesso ‘fanno la realtà’. In più, certi mezzi d’informazione sono impermeabili ai dati empirici più elementari, inventano e affermano di sana pianta una realtà immaginaria che finisce per essere percepita come la realtà.

Come è possibile leggere nel suo libro L’imbroglio etnico, cultura e linguaggio sono due parole-chiave nel dibattito contemporaneo sulla società multiculturale. Qual è l’imbroglio celato dietro l’etica ufficiale?

L’imbroglio sta nel tradurre sfruttamento, disuguaglianza, inferiorizzazione in termini etnicizzanti, nell’attribuire alla presunta differenza o inconcilibilità fra ‘culture’ ed ‘etnie’ ciò che va ascritto, invece, a precise scelte e strategie politiche maggioritarie, che a loro volta rispondono a interessi economici e politici nazionali, europei, internazionali. A una persona di buon senso appare stridente la contraddizione fra il bisogno di manodopera e la chiusura di fatto delle frontiere europee, la loro crescente militarizzazione e perfino la delocalizzazione in paesi terzi. In realtà questa apparente contraddizione è parte di una strategia economica e politica: serve a incrementare il mercato del lavoro nero ed a rafforzare relazioni di tipo neocoloniale fra l’Unione europea e certi Paesi terzi, e, all’interno di ciascun Paese europeo, fra la maggioranza e le minoranze. Certo, tutto questo in modi variegati secondo i Paesi, le loro storie, le loro culture politiche.

Non tutto è parte di un disegno deliberato. Se si considera il caso italiano, ci si rende contro che la discriminazione ai danni delle persone immigrate e di certe minoranze, la condizione quasi castale che è loro imposta sono dovute, in qualche misura, anche agli automatismi ciechi della burocrazia statale, alla carenza di cultura democratica, all’insipienza e al deficit di cultura e coraggio delle élite politiche. Le scelte o le non-scelte del governo in carica ne sono una dimostrazione: ammesso che si debbano compiacere le paure della popolazione maggioritaria (ma anche la paura è un costrutto culturale e politico) tenendo un profilo basso sul versante delle politiche dell’immigrazione, cosa avrebbe impedito di sanare certe situazioni di palese inefficienza e stortura?

Sto pensando, per esempio, alla vexata quaestio delle Poste italiane alle quali il precedente governo ha affidato rilasci e rinnovi di permessi di soggiorno, con conseguenze amministrative disastrose…soprattutto per la vita dei cittadini stranieri. Poi, possiamo anche parlare di ‘modelli d’integrazione’, di ‘rapporti fra culture’, di come intendiamo la società pluriculturale… Non sarò io, antropologa di professione, a negare l’importanza della dimensione della cultura e delle dinamiche culturali, ma occorre, prima, accordarsi sul senso che attribuiamo alle parole. Oggi, mi sembra, nel dibattito pubblico si è affermato un uso improprio e ingannevole di ‘cultura’: è una foglia di fico che serve a coprire la reale natura ed origine delle disuguaglianze sociali, della discriminazione, della xenofobia, del razzismo…

Del resto, l’impostura che si cela dietro il linguaggio del mondo occidentale impone un largo uso di eufemismi, nel tentativo di occultare ogni elemento sgradevole come polvere sotto un tappeto. Lei stessa ha affrontato questo tema in un articolo apparso tempo fa sul Manifesto, a proposito dei cosiddetti centri di accoglienza, citando Bourdieu: i mutamenti semantici sono mutamenti nei rapporti di forza sociali. Connotare i cpt, senza più eufemismi, con la definizione che meglio si attaglia: lager, ha prodotto cambiamenti sul piano sociale e sul piano politico?

Chiamare le cose con il loro nome non produce cambiamenti fattuali immediati ma almeno serve a svelare le imposture e dunque è di per sé già un atto politico, per meglio dire, è la condizione basilare per fondare un discorso politico degno di questo nome. Già ‘centri di permanenza temporanea’ è un’impostura, un espediente per occultare l’istituto della detenzione amministrativa sotto il nome eufemistico di ‘permanenza’. Poi il linguaggio giornalistico e politico, i mezzi d’informazione e la politica hanno contribuito a rafforzare l’eufemismo e quindi l’imbroglio chiamandoli ‘centri di accoglienza’. Quale accoglienza? Quando, come è accaduto a fine luglio – e come spesso accade – dopo una rivolta 36 persone riescono a valicare il muro di cinta del Cpt di Bari-Palese e se ne vanno, esercitando il legittimo diritto di allontanarsi da un carcere-noncarcere, si parla di loro come di ‘evasi’! Non solo: si scatena la caccia al ‘clandestino’ e si lancia la solita campagna di stampa che fa leva su quell’isteria sicuritaria che annebbia il cervello e produce il sonno della ragione. Succederebbe tutto questo se fossero davvero centri di ‘accoglienza’ o solo di ‘permanenza temporanea’? Purtroppo, non saranno aboliti i Cpt. All’orizzonte non si profila la fine ignominiosa della detenzione amministrativa ma solo qualche timido tentativo di riduzione del loro numero, di ‘umanizzazione’ e d’apertura all’esterno di queste strutture detentive paradossali. Non è questo che ci aspettavamo dal governo di centro-sinistra…

Questo è un punto interessante che vorrei riprendere. Ma vorrei prima riallacciarmi a quanto lei ha accennato a proposito della valenza performativa dei mezzi di comunicazione. Da sempre le logiche di guerra si nutrono di razzismo ed eterofobia, tuttavia nel clima nato a partire dall’11 settembre, questi temi hanno assunto rilevanza e connotazioni diverse, concentrandosi sull’islam e sul melting pot mediorientale. In una sua intervista concessa a Radio Radicale sul tema della pena di morte, ha focalizzato a tale proposito la strumentalizzazione mediatica di un elemento molto significativo: la 'etnicizzazione' dei crimini di Saddam Hussein, a scapito della loro matrice politica.

Ho già fatto cenno alla tendenza ad ‘etnicizzare’ tutto ciò che riguarda i cosiddetti ‘altri’. Quando un cittadino straniero o ‘d’origine immigrata’ compie un crimine, gravissimo o lieve che sia, da certi settori dell’informazione e della propaganda politica quel crimine non è considerato frutto d’una responsabilità individuale, come deve essere in uno Stato di diritto. La colpa viene, invece, fatta ricadere sull’intero suo gruppo di presunta appartenenza: sui suoi connazionali in Italia, sugli immigrati in generale, addirittura, se è di supposta fede musulmana, sull’intero Islam.

Così è accaduto nel caso del padre omicida di Brescia, un lavoratore d’origine pachistana. Un quotidiano indipendente si è spinto fino a dedicare una ‘finestra’, al centro della pagina di cronaca, a “cosa afferma l’Islam a proposito di punizione delle donne”. Provi ad immaginare che putiferio sarebbe successo se, a commento di uno dei tanti femminicidi compiuti da cittadini italiani di presunta fede cattolica, lo stesso quotidiano avesse dedicato una finestra a “cosa affermano i Vangeli a proposito di punizione delle donne”… Ovviamente non è una prerogativa italiana. Su un piano e su una scala diversa, ritroviamo la stessa tendenza ad etnicizzare il crimine nel caso della condanna a morte di Saddam Hussein in un processo-farsa (quella condanna a morte io l’avrei avversata anche se fosse stata l’esito di un processo regolare, sia ben chiaro!). Come ha scritto il sociologo Adel Jabbar, egli è stato giudicato da un tribunale politico, gestito non solo dai suoi nemici politici, “ma da vendicatori, persone prive di qualsiasi senso della legge e dello Stato”. Nel processo, gli sono stati contestati solo i reati commessi contro gruppi linguisticoculturali o confessionali, trascurando, aggiunge Jabbar, che “le prime vittime del suo regime sono stati marxisti, nazionalisti arabi e soprattutto esponenti del suo partito”.

In un suo intervento su Liberazione, in occasione della morte di Vidal-Naquet, lei ricordò il Manifesto dei 121, di cui lo storico era firmatario con i più grandi artisti, storici, filosofi e studiosi francesi, manifesto che rivendicava il diritto di insubordinazione a una guerra imperialista e accompagnata dal razzismo. Si trattava allora della guerra d’Algeria. Come le appare oggi la posizione di tanta intellighenzia italiana che, davanti a una guerra globale, imperialista e permanente, non sa accendere neppure “quel piccolo lume che in futuro permetterà alla sinistra di non vergognarsi di se stessa”?

Feci quella comparazione – fra il Manifesto dei 121 nel corso della guerra d’Algeria e il silenzio dell’intellettualità italiana rispetto alla partecipazione dell’Italia a una guerra neocoloniale – comparazione forse ardita dal punto di vista storiografico, per dire che la sinistra pagherà caro quel silenzio. Oggi ne sono più che mai convinta. Se la sinistra smarrisce o tradisce le sue istanze e i suoi principi fondativi, può tirare a campare per un tempo più o meno breve, ma alla lunga non solo perderà credibilità e consenso, ma smarrirà il senso della realtà e, con esso, la sua ragion d’essere. E se non vi è neppure un piccolo coro di autorevoli voci dissenzienti che si levi dall’interno della sinistra e riesca, se non a condizionarla, a metterla in crisi, siamo alla disfatta, alla fine della sinistra in quanto tale.

Purtroppo, non mi sembra ci siano state clamorose prese di posizione da parte d’intellettuali italiani contro l’intervento militare in Afghanistan e contro l’escalation delle stragi di civili, che ha assunto proporzioni e cadenze – ormai quotidiane – davvero impressionanti. In questo caso, un appello con numerose firme autorevoli sarebbe servito, per lo meno, a mostrare al governo e ai partiti della coalizione governativa che le ‘anime belle’ che si sono opposte al rifinanziamento di quella ‘missione militare’ – così, con un altro eufemismo, si chiamano ora le aggressioni armate – non sono quattro gatti con l’ipertrofia dell’etico (questo mi è stato rimproverato in seguito a quell’articolo), ma un settore autorevole di opinione pubblica. Non è andata così: chi ha osato dissentire pubblicamente – anche solo con un articoletto, come nel mio caso – è stato emarginato o comunque è trattato con diffidenza o sospetto.
Piacere al Principe è stata sempre la preoccupazione degli intellettuali italiani, con alcune eccezioni, ovviamente. Oggi, in assenza di un Principe più o meno illuminato, quella preoccupazione appare (o appare solo a me) ridicola. In cambio del silenzio compiacente non si ottiene un potere illuminato dal consiglio dei dotti, ma solo qualche protezione, consulenza o prebenda…

Ha accennato poc’anzi alle aspettative riposte in un governo di sinistra: all’indomani delle elezioni, comparve su Liberazione una sua proposta di analisi per la sinistra radicale, nella quale sottolineava il bisogno per le masse e i cosiddetti ceti medi di modelli alternativi, che suggerissero un diverso modo di vivere, di rapportarsi con la società e con l’altro da sé sotto l’egida del rispetto, della solidarietà e della giustizia sociale. Un compito gravoso ma certamente deputabile alla sinistra radicale. Dopo un anno di governo, se la sente di tracciare un bilancio?

Credo d’averlo già implicitamente fatto, un bilancio. Rileggendo quell’articolo, devo ammettere d’essere stata previdente ma non abbastanza pessimista. Scrivevo, in quell’articolo, che il berlusconismo è stato anche una pedagogia, un’educazione delle masse, che ha finito per contaminare lo stile di pensiero e il costume della stessa sinistra. E aggiungevo che una rigorosa e impietosa analisi del proprio ‘berlusconismo’ sarebbe stata la condizione minima per aspirare a governare con stile e finalità altre da quelle berlusconiane. Mettevo poi l’accento sul ricatto dei sondaggi e sul potere dell’immagine, che induce a conformarsi a ogni costo, anche al costo di titillare le paure, le pulsioni, i sentimenti collettivi più deprecabili. E questi finiscono per diventare la “verità” dell’elettorato e dunque per condizionare i programmi politici.

Ho paura d’essere stata quasi-profetica. Per limitarci al piano dello stile, la menzogna come pratica di comunicazione politica è stata esercitata in qualche misura anche dalla sinistra detta radicale, per esempio in occasione del voto per il ri-finanziamento della cosiddetta missione afghana. Gli eufemismi si sono sprecati: ‘riduzione del danno’, ‘discontinuità’ e così via. Quale riduzione del danno? Quale discontinuità? Sul piano fattuale, il ‘terreno’ afghano è teatro di una sinistra e allucinante continuità nella devastazione del paese e nelle stragi di civili… Tardivamente, la sinistra detta radicale mostra oggi qualche segno di consapevolezza del disastro che si profila, non solo sul piano elettorale, ma soprattutto su quello della coscienza collettiva, smarrita o pervertita da delusione, sfiducia, disincanto, che rafforzano qualunquismo e individualismo.

Tuttavia, a mio parere, parlare a tal proposito di ‘antipolitica’ rischia d’essere un’ulteriore mistificazione: è la politica che alimenta l’antipolitica, o per lo meno vi è una dialettica fra i due poli. Per essere più concreta, è l’agire dei politici, l’incoerenza e l’inconseguenza rispetto ai programmi, la difesa dei propri privilegi, l’adeguamento agli interessi di settori, anche economici, dominanti oppure l’insipienza nella difesa dei diritti e dei bisogni dei subalterni che alimentano sfiducia e qualunquismo già latenti. Temo che, se non si spezza questa dialettica perversa, il destino della sinistra sia segnato.
A questi argomenti si obietta solitamente che gli equilibri parlamentari non sono favorevoli alla coalizione di governo e ancor meno alla sinistra radicale, portatrice d’istanze, di bisogni, di diritti semplicemente basilari per qualsiasi sinistra, ma oggi considerati scandalosi. È un dato di fatto inoppugnabile. Ma il ricatto del ritorno del berlusconismo – che è un rischio grave e ben fondato – mi sembra che funzioni sempre meno. Fra la gente di sinistra si va insinuando il dubbio che forse sarebbe meglio tentare di ricostruire una vera sinistra stando all’opposizione piuttosto che rischiare di morire al governo, di una morte lenta, inesorabile, forse ingloriosa. È un dilemma tutto aperto…

Luciana Viarengo

 

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