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Sotto i ri(f)lettori

 

L’audace outsider della letteratura europea
del Novecento: Alice Rivaz
di Sabrina Campolongo

“Una scrittrice audace e solitaria”, così viene definita Alice Rivaz nel titolo di una retrospettiva organizzata nel 2003 dal teatro Stadelhofen di Zurigo.
Usando una definizione cara a Virginia Woolf, Alice Rivaz è un’outsider, nel panorama della letteratura europea del ventesimo secolo.
Pressoché sconosciuta in Italia, eppure così vicina, Rivaz è nata nel 1901 nella Svizzera francese, in cui ha trascorso tutta la sua lunga vita, tra Ginevra e Losanna, attraversando due guerre dalla straniante prospettiva di un Paese centrale e neutrale, come i protagonisti dei suoi romanzi, così spesso impegnati a scrutare il mondo da una finestra.
Personaggi dalla vita tranquilla, che la mattina escono di casa per andare al lavoro, un ufficio che per lunghe ore li costringe a sbirciare i cambiamenti del giorno e delle stagioni da dietro un vetro, per riabbassare in fretta la testa su carte di nessuna vera importanza, nella monotonia di luci artificiali, e che la sera rientrano a casa, in appartamenti sempre più piccoli, ordinati e spogli, in cui un vasetto di dalie rosso sangue appare come un miracolo carnale, un elemento assordante, in grado di cambiare una stanza e il sapore di un mattino.

Le dalie violentemente rosse e vive stridono, nell’ordinata cucina di Alain Saintagne e della moglie Madeleine, nel romanzo Nuvole fra le mani, così come stride l’immagine dell’uffi cio nel quadro che Saintagne sta dipingendo con la mente osservando la moglie indaffarata ai fornelli, un quadro dove inserisce tutto ciò che metterebbe nella sua vita autentica. La commovente, o patetica, ribellione di Saintagne, che si nasconde nel sottoscala della società per cui lavora quando viene preso dal bisogno irrefrenabile di scrivere una poesia, e che il giorno delle dalie decide di licenziarsi, una buona volta, dall’annichilente lavoro d’ufficio, per provare a concretizzare il suo sogno di una fattoria immersa tra i girasoli e la lavanda, abortisce nel giro di una giornata, con il contributo fondamentale di Madeleine, molto più rigida borghese con la crocchia stretta – come appare di giorno – che femmina di Gauguin con i capelli sciolti – come la vede Saintagne nell’abbandono del sonno.
Per Madeleine le dalie rosse sono soltanto un elemento decorativo, un tocco di colore che si oppone al grigio del giorno, per “allietare la colazione”. I suoi sogni sono solo innocue rêverie, che non rovescerebbero nulla, che hanno l’origine e lo sbocco nello stesso modello di esistenza, pienamente accettato. “Ogni volta che si stringeva così al suo fianco, pensava: ‘Allora Dio prese una costola di Adamo e ne fece una donna’. Era proprio soddisfatta di quella spiegazione, in quel modo le pareva di essere contemporaneamente la moglie e la figlia di Alain Saintagne”.

In modo simile alle dalie, ma con forza decisamente maggiore, agisce sui personaggi la musica, allo stesso tempo esperienza fisica appagante (“Chopin appunto… scorreva troppo, quasi fosse acqua sotto le dita; come se i tasti all’improvviso si trasformassero e invece che d’avorio diventassero di burro… con quanta docilità… si affollavano uno dopo l’altro sotto le sue dita. C’era solo da rimescolare, ancora e ancora; le sembrava di affondare fino al gomito in una vasca di perle brillanti” [1]) e canale di comunicazione privilegiato con il fiume della vita naturale, tanto che deve essere contenuta, che non può essere lasciata libera, come una forza sovversiva e tremenda, come una droga potentissima in grado di risvegliare ciò che deve restare sopito, ammorbidito in quel torpore perfetto dell’esecutore, del compilatore di scartafacci, dell’ingranaggio del sistema.
La signora Crètelieu, la vicina di casa della protagonista in Getta il tuo pane – incarnazione della tipica violenza del debole, che può permettersi di nascondere la violenza della sua intolleranza sotto le ampie vesti della rispettabilità – ne può tollerare al massimo quarantacinque minuti al giorno, non di più; il giovane Fernand Lorenzo, in Nuvole fra le mani, preso, nel salotto dell’affascinante Christiane Auberson nella strenua battaglia, nella morsa tra il suo desiderio e i suoi doveri morali, deve implorarla di smetterla, con quella musica “così intensa da essere insopportabile”.

La musica, e il pianoforte, sono, nella prosa di Alice Rivaz, metafora di tutto ciò a cui l’uomo contemporaneo rinuncia. Come altre grandi scrittrici, come la contemporanea Marguerite Duras, Alice Rivaz non farà che scrivere e riscrivere, per tutta la vita, la propria storia personale, trasfigurandola, scomponendola e ricostruendola, portandone a nudo i meccanismi più sottili, le dinamiche profonde, svelandone i tranelli e i mascheramenti, usandola per interpretare la realtà. Torturata dalla passione per la musica e per il pianoforte, contrastata, seppur in modo amorevole, dai suoi genitori e frustrata dal suo stesso corpo, dal momento che le sue mani, troppo piccole, non le permetteranno di diventare concertista, Alice Rivaz trasformerà il suo tormento in un dolore universale, nel rimpianto per tutto ciò che è desideratissimo e irraggiungibile, che è negato senza appello.
Una insoddisfazione sottile quanto insanabile, tarla la vita dei suoi personaggi, paralizzati in attese che appaiono senza fine e senza significato, mossi da un tumulto solo interiore, eppure vivacissimo, incandescente.

Con la stessa audacia e la stessa leggerezza del suo amato Paul Léautaud, altro ingiustamente dimenticato protagoprotagonista del Novecento (ma riproposto di recente da Sellerio con la deliziosa raccolta di racconti, Amori) più volte richiamato nei suoi scritti, con una prosa mossa e briosa, mai piatta o involuta, una scrittura con la facilità di virata del parlato, specialmente nei monologhi interiori indiretti – molto più simili a dialoghi, in verità, in cui i personaggi si interrogano, si rimbrottano e spesso si prendono in giro – le ragioni delle viscere e i valori della ‘vita laboriosa’ duellano costantemente.
Ma non è la rete vischiosa dell’inconscio, non è un languido tormento interiore che condanna all’infelicità. No – e questo rappresenta uno degli elementi di grande originalità dell’opera di Alice Rivaz, che precorre il Nouveau Roman e, letta oggi, abituati come siamo al corto respiro da narrativa ombelicale, non può che aprire i polmoni – la felicità, nel mondo che l’autrice conosce bene, nella realtà del ceto medio in cui è nata e lavora, scandita dalla timbratura di entrata e uscita dall’ufficio, appare definitivamente, socialmente impossibile.
“Ma era lei, piuttosto, che provava un po’ di pietà per loro, perché una bestia vorace avrebbe continuato ad ammassarli, rinchiuderli, piegarli durante le belle ore del giorno e della settimana su degli scartafacci”. Così riflette Christine, protagonista di Getta il tuo pane, ricordando il giorno in cui va in pensione, immaginando che “lei invece avrebbe finalmente conosciuto il colore del cielo e delle acque dall’alba al calar della notte”.

Come Christine, molti dei personaggi di Alice Rivaz vivono nell’attesa, sempre rimandata, di una ‘vera vita’ che li salvi dalla piattezza del quotidiano, dall’assenza di colore, di sapore, di profondità dei giorni sempre uguali, dell’ordinaria diligenza con cui si svolgono tutti i compiti, dall’attenzione e dalla cura riservata a una causa che non li rappresenta, nella quale non si specchiano.
Inevitabile che questo abisso sia più profondo, quasi irrimediabile, quando scrive di protagoniste femminili. “Una donna deve avere soldi e una stanza tutta per sé se vuole scrivere romanzi”, concludeva la Woolf nel suo celebre saggio, eppure Alice Rivaz ci mostra, con i suoi ritratti di donne indipendenti economicamente, colte, moderne e determinate, che questo non basta. Non se una donna non vuole, o non sa, difendere l’inviolabilità di quella stanza, se permette a uomini non più amati ma ancora stimati abbastanza da non osare allontanarli, di soggiornarvi, non se non sa abdicare al suo ruolo di guaritrice, di infermiera e cameriera, se non sa smettere di essere una Penelope in attesa, spesso di un uomo che non sarebbe disposto a rinunciare a nessuno dei suoi progetti per aspettare lei, se non ha interiorizzato, per davvero, che la costruzione del proprio destino è un’impresa altrettanto necessaria e nobile di quella di un uomo. Senza questo necessario egoismo, senza aver imparato la crudeltà e a portarne il peso, una donna che lavora e ha un proprio appartamento è solo una donna più comoda e produttiva, per l’universo maschile, mariti, padri, figli, amanti, uomini del potere, di una a carico.

In straordinario anticipo sui tempi, quando l’emancipazione femminile è ancora più uno slancio che una realtà (non dimentichiamo che Nuvole fra le mani esce nel 1940), Alice Rivaz parla già alle donne dell’inevitabile incertezza del cammino, della paura e del rimorso, compagno fedele del viaggio di chi vuole davvero essere libero.
In un racconto splendidamente angosciante dal titolo Oblio (incluso nella raccolta Racconti di Memoria e di Oblio, 1973), una donna realizza, durante quello che poi si rivelerà un incubo, di non ricordare nulla di ciò che ha fatto nelle ultime settimane, mesi forse… Mentre affannosamente cerca l’amata gatta aspettandosi il peggio, sapendo bene di non averla nutrita, a un tratto si rende conto di non aver telefonato ai suoi genitori da non sa più quanto. L’immagine ritorna, ancora più terribile, in Getta il tuo pane, quando Christine cerca disperatamente, ancora una volta in sogno, la vecchia madre, per ritrovarla sopra un armadio, sottile e asciutta come un foglio di carta, come a dirci che, in una società profondamente dominata dai valori maschili, che si rifiuta furbamente di supportare la donna, il prezzo della libertà è questo terrore, la paura di non esserci per i figli, i genitori anziani, gli animali domestici, l’immaginare costantemente la ferocia di un rimorso intollerabile, il trascinarsi, stravolte, sotto il peso di una doppia aspettativa, quella della vita ‘maschile’ faticosamente conquistata (il lavoro, lo studio) e quella della mai abdicata vita ‘femminile’. “Tu sei una figlia, ossia un essere che non può avere altro da fare, all’infuori della sua vita professionale, se non occuparsi della famiglia, del marito e dei figli e, se non è sposata, dei suoi vecchi genitori” (2).
Cosa sarà, di queste figlie obbedienti, Alice Rivaz non ha paura di mostrarcelo.

Tra le protagoniste delle sue storie compaiono spesso le vecchie, i personaggi meno narrati, più silenziosi della letteratura al servizio della cultura dominante, che vorrebbe dimenticarsi delle donne quando non sono più giovani.
Non sapere nulla della decadenza bisognosa di quei corpi, dell’asprezza del loro rimpianto, della ferocia delle loro pretese, in cambio di una vita spesa per gli altri, di quanto possono essere crudeli e orribili quelle creature che non hanno vissuto che di accudimento e attesa. Attraverso i ritratti vibranti di Alice Rivaz, questi fantasmi deboli e despoti, patetici e predatori, commoventi e spaventosi hanno finalmente una voce credibile, e diritto di parola.
Ma non sono storie senza speranza: con la sua quieta ma caparbia resistenza Christine, dopo aver rimandato di anno in anno il suo progetto di scrivere, alla fine scriverà.

Alice Rivaz ha scritto. Nonostante i lunghi anni di lavoro d’ufficio al Bureau International du Travail di Ginevra, nonostante gli anni trascorsi ad accudire la vecchia madre, rifuggita e amatissima, figura cardine nella sua esistenza, nel suo piccolo appartamento, la sua ‘stanza tutta per sé’, nonostante le passioni e gli uomini – mai solo suoi, come per le sue protagoniste – Alice Rivaz ha scritto, e molto.
Sette romanzi, tra cui i già citati Nuvole fra le mani e Getta il tuo pane, forse la sua opera più matura, ma anche due raccolte di racconti, Sans alcool e Racconti di memoria e di oblio, e articoli sulla condizione femminile della sua epoca (raccolti sotto il titolo: Ce nom n’est pas le mien), che il suo occhio acuto e la sua penna hanno così intensamente rappresentato.
La lettura stessa di una scrittura così polposa, materica, mai lontana dal corpo e dalla percezione, è un’esperienza che riconcilia con il presente. Ed è già in sé celebrazione del femminino nel senso più alto del termine; quella di Alice Rivaz è una scrittura che incarna, che presentifica.
Se l’attenzione dei lettori italiani non fosse così focalizzata dal continente americano e verso i grandi nomi scoperti da grandi nomi, se quel senso di superiorità che si vive sempre rispetto al proprio vicino, o quell’autentico provincialismo nostrano non ci impedisse di allungare lo sguardo appena oltre il nostro confine, se, forse, Alice Rivaz fosse almeno nata uomo, una scrittura così potente, avvicinabile, ma con un vantaggio temporale notevole e un respiro sociale più ampio, a grandi nomi americani contemporanei, come Alice Munro e Ann Tyler, non sarebbe certo sfuggita.

 

Sabrina Campolongo


(1) Nuvole fra le mani, Alice Rivaz
(2) Getta il tuo pane, Alice Rivaz

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