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Intervista

 

Alberto Patrucco. Una pessima reputazione
intervista di Giuseppe Ciarallo

Con la pubblicazione del disco Chi non la pensa come noi del 2008, dove si cimenta egregiamente nella traduzione e nell’interpretazione di alcune canzoni del maître della canzone francese Georges Brassens, Alberto Patrucco dà una decisa sterzata alla sua carriera artistica, fino a quel momento caratterizzata principalmente da scrittura e interpretazioni nell’ambito del cabaret e della televisione. Dopo il disco, infatti, in rapida sequenza vengono concepiti l’omonimo recital, dove Patrucco è accompagnato dalla fida band Sotto spirito, il libro Necrologica – un libro lapidario, nella più pura tradizione di satira ‘macabre’, lo spettacolo La Belle Équipe in compagnia di Andrea Miro’ e Giangilberto Monti, lo spettacolo Molestia @ parte, scritto a quattro mani con Antonio Voceri e l’accompagnamento musicale arrangiato da Daniele Caldarini. È stata da poco pubblicata la seconda raccolta di canzoni del grande chansonnier, tradotte e interpretate dallo stesso Patrucco, questa volta in compagnia di alcuni amici: Segni (e) particolari.


Dunque Alberto, presentaci il tuo nuovo lavoro, i brani che contiene, raccontaci come è stato progettato, se è stato concepito per ospitare i tanti artisti che duettano con te, o se questa struttura è stata data in corso d’opera…
Modestia, anzi, pardon!… molestia a parte, trattasi del disco più bello del mondo. Scherzo, ovviamente… ma neanche tanto. Innanzitutto, ci tengo a dire che Segni (e) particolari, è composto da tredici perle brassensiane sin qui mai tradotte in italiano, arrangiate senza snaturarne la linea melodica. Questo lavoro ha visto la luce grazie all’impegno e al coinvolgimento di Giovanni Favero e Enrico Ruggeri. Con l’aria che tira, fosse stato per me non avrei pubblicato un secondo disco. Non perché l’idea non mi stuzzicasse – ho traduzioni sufficienti per stampare altri tre album – bensì per l’interesse che questo genere di opere oggi suscita tra gli addetti ai lavori, o presunti tali. Lo dico senza nessuna vis polemica, sia ben chiaro. Capisco il momento non propriamente sereno, comprendo un sacco di cose ma… stiamo parlando di Georges Brassens, perdio! Uno dei più grandi poeti del Novecento, un autore tradotto nelle lingue e nei dialetti più vari, in tutto il mondo.
Insomma, per dirla con Gianni Mura, il padre di tutti i cantautori. Niente, nessun fervore: elettroencefalogramma concavo. In sintesi il giudizio è sempre lo stesso: “Bello, bellissimo, fantastico” per poi giungere alla fatidica domanda: “Ma… quanto vende?”. Per inciso, solo sulla ‘sfiducia’, senza aver ascoltato nulla. Quindi, con queste ‘stimolanti’ premesse, ripeto, mi sarei ben guardato dal pubblicare il nuovo disco.

Invece, a conclusione di una chiacchierata su queste e altre amenità, Giovanni Favero mi chiede di fargli sentire le tracce prova, in pratica un cd cantato da me alla bell’e meglio e con più di un’idea di arrangiamento musicale abbozzata da Daniele Caldarini. Giovanni rimane colpito, si appassiona all’idea, ne parla a Enrico Ruggeri, Enrico ascolta i nuovi pezzi, anch’egli si entusiasma, ci vediamo, ne parliamo… Fin da subito pensiamo di coinvolgere Andrea Miro’, voce stupenda, musicista estrosa che io già conoscevo. Tra l’altro, l’idea di una voce femminile che cantasse le mie traduzioni di Brassens mi ha sempre intrigato parecchio, e così con Miro’ e Daniele Caldarini abbiamo scelto i brani, fissato gli arrangiamenti musicali e, di lì a poco, con Luigi Schiavone abbiamo iniziato le registrazioni. A lavoro in corso Ruggeri ci dice che gli piacerebbe cantare La non domanda di matrimonio (La non-demande en mariage) al che Giovanni Favero suggerisce l’idea di allargare le ‘incursioni’ artistiche. La cosa a me è piaciuta subito perché dava modo di rimarcare l’universalità e l’attualità dell’opera di Brassens, così ho contattato una serie di amici che hanno accettato la proposta con entusiasmo. Eugenio Finardi, Ricky Gianco, Enzo Iacchetti, Ale e Franz… è andata così. Un appassionante lavoro durato quasi due anni.


Ma veniamo a Brassens… Hai voluto aprire il tuo nuovo disco con La cattiva reputazione (La mauvaise réputation), che è una sorta di manifesto del pensiero brassensiano, un pezzo che contiene la summa dell’universo libertario dello chansonnier di Sète. Raccontaci il perché di questa scelta e delle particolarità di questo brano.
La cattiva reputazione è il manifesto dell’individualismo anarchico di Brassens. È una canzone che riassume in sé tutto lo stile più tipicamente brassensiano, una delle primissime che ha scritto. In proposito, cito un passo del bel libro di Antonello Lotronto Georges Brassens attraverso le sue canzoni: “Composta nei mesi della clandestinità, rappresenta il risultato di un periodo meditativo piuttosto lungo e delicato durante il quale Brassens verificava giorno per giorno le sue diversità rispetto al mondo borghese. Gli abiti trasandati, l’aspetto massiccio, i capelli lunghi, la vita stessa che conduceva, suscitavano nei suoi vicini sospetto e diffidenza. La stessa polizia doveva, come si dice, ‘tenerlo d’occhio’, se è vero che venne fermato e portato in gendarmeria per accertamenti. Così, viveva effettivamente da emarginato, usciva di rado e preferibilmente di notte, con qualche fidato amico d’infanzia. […] A ogni modo Georges non doveva rammaricarsi troppo di questo stato di fatto. In fondo lui si era sempre sentito differente, lontano dalle aspirazioni e dai principi morali borghesi. Così, se in un primo momento questa coscienza del suo ‘pensare diversamente’ poteva infastidirlo, con l’andar del tempo, maturava dentro di lui un sentimento di orgoglio e di autocompiacimento. In fondo quella diffidenza che la gente mostrava nei suoi confronti era la prova tangibile di una diversità di vedute che lui teneva a sottolineare. È da questo stato d’animo che nasce La mauvaise réputation, il momento della rivincita di una persona che fino a quel momento era rimasta a guardare quello che gli succedeva intorno. È anche una canzone capitale sotto tutti i punti di vista, riassumendo in sé tutto lo stile più tipicamente brassensiano: chi non ama La mauvaise réputation non ama Brassens.
Io credo che il punto nodale della canzone risieda nella frase: “La gente non ha simpatia verso chi segue un’altra via”. Pur non facendo nulla di male, disturba e infastidisce che qualcuno segua percorsi diversi da quelli battuti dalla maggioranza. Be’ mi è sembrato un buon motivo per aprire l’album proprio con quel pezzo. Non solo. Anche lo spettacolo teatrale che con Miro’ sto portando in giro, si apre con questa canzone.


Per me avere a disposizione una persona che è dovuta penetrare a fondo nel mondo di Brassens per scandagliarne ogni singola parola, per cercare il termine e il modo migliore per tradurla in italiano senza perdere il ritmo e la freschezza originale, è un privilegio raro. Perché Brassens rappresenta per davvero un universo… Mi viene in mente, e vorrei conoscere il tuo pensiero in merito, che Brassens è notoriamente anarchico, ateo, non ci va certo leggero, a suo modo, con religione e religiosi, eppure dai suoi testi sembrerebbe convinto che la vita dell’uomo sia regolata dalle ‘lune’ delle divinità legate alla tradizione greca e a quella dell’antica Roma, che ne influenzano scelte e destino. Le sue canzoni sono piene di Giove, Venere, Mercurio, Bacco, Pan, Cupido… Brassens, un miscredente d’immensa fede?
Più che ateo, direi agnostico. «Ho la sfortuna di non credere in Dio», diceva. Lasciando intendere che, rispetto a un credente, chi si consola con la propria autodeterminazione, facendo i conti solo con la propria coscienza, ha un’esistenza indubbiamente più faticosa. E alla domanda: «Dio esiste?», rispondeva: «Se Dio esiste, esagera».
Ascoltando le sue canzoni, si capisce che per Brassens tutto è relativo: la verità in tasca, quella con la “vi” maiuscola, non ce l’ha nessuno. Non crede ciecamente in alcun ideale che gli dia una ragione di vita ed è acerrimo nemico di ogni fanatismo, religioso o politico che sia. Sicuramente non crede in Dio, ma sono convinto ci abbia ‘pensato su’ molto spesso.

In proposito, la filosofia brassensiana sul suo rapporto con l’Altissimo e la fede, puntellata dalla sua sobria rassegnazione a non credere, è ben enunciata ne Le mécréant, letteralmente Il miscredente, dove, in buona sostanza, dice: io ci ho provato a credere, il mio bravo tentativo l’ho fatto; se è andato a vuoto, non è tutta colpa mia. Brassens non crede, però nei confronti dei credenti è attento, rispettoso. È quel rispetto che, nella strofa conclusiva di Quegli imbecilli nati in un posto (La ballade des gens qui sont nés quelque part), parlando dei campanilisti e rivolgendosi a Dio, lo porta a dire: “Preuve, peut-être bien, de votre inexistence” (sono “la prova, forse, della tua inesistenza”)… Ecco, quel forse, quel può darsi che rende la frase meno tranchant, oltre all’enorme resa dal punto di vista dell’ironia e del tratto satirico, a mio avviso rivela coerenza nel non voler ostentare alcuna verità, alcuna certezza, e anche un indubbio riguardo per chi non la pensa come lui. Crede con forza, questo sì, nella dignità dell’uomo e nella convinzione che nessun ideale o religione dovrebbe spingersi al punto di sovrastare la libertà e il pensiero di un individuo, la qual cosa lo porta a essere un convinto anticlericale. È contro tutte
le ‘chiese’ e mal sopporta ogni liturgia: religiosa e non. Ed è per questo motivo, allo scopo di opporsi al conformismo, alla morale imposta, per provocare i sentimenti puritani di officianti e baciapile e scuotere la loro falsa morale, che spesso fa entrare in azione qualche guastatore nelle sue canzoni, come per esempio Nonno Riccardo (Tonton Nestor). Un buon vecchio dispettoso che invitato a un matrimonio, al solo scopo di togliersi qualche ‘macigno’ dalla scarpa e provocare sdegno tra pie donne, parenti e invitati, nel momento clou della cerimonia manifesta qualche attenzione di troppo verso il sedere della sposa. Così, per il semplice gusto. E per vedere, alla luce del sole, l’effetto che fa.

Tra le citazioni ricorrenti, sparse un po’ dappertutto nella sua opera, troviamo nomi biblici – Sodoma e Gomorra, Geremia, Erode e Nestore – e mitologici, Saturno, Castore e Polluce, Tantalo, Pan, Bacco, Venere, Caronte, Plutone, come ne Le Grand Pan. A tal proposito cito Agnès Tytgat (nella traduzione dal francese di Giuseppe Setaro), che della questione tratta, meglio di quanto possa fare io: “La maggior parte delle canzoni di Brassens abbondano di riferimenti mitologici, simboli, immagini. Questo ricco immaginario, oltre che a manifestare l’immensa cultura letteraria di Brassens, situa la sua opera al di là delle norme proprie delle canzoni: Brassens non canta la quotidianità, più di quanto non descriva la realtà né invia alcun messaggio ideologico. Il poeta e la sua opera evolvono in un mondo parallelo dove il positivismo e la ragione non hanno diritto di cittadinanza: «Nella mia alchimia – scrive al suo amico Toussenot – è lo stupore dell’immagine ottenuta che mi rende riconoscente verso il pensiero nell’istante preciso in cui mi sento più profondo, più reale. Il mio linguaggio è l’incantesimo, come Villon». Ora, tra le canzoni di Brassens, ce n’è una – che scrive nel 1965, in piena maturità fisica ed artistica – che svolge il filo essenziale della sua simbologia di cui si ritrovano un’infinità di variazioni in tutte le sue altre canzoni: Il grande Pan. Canzone chiave di un’opera polisemica, essa sviluppa quattro temi e quattro campi simbolici principali in Brassens: L’UNO – l’individuo – e la simbologia della marginalità, («Bacco è alcolista»), il DUE e la simbologia dell’amore, («Venere si è fatta donna »), il NULLA e la simbologia della morte («La morte è naturale»), il TUTTO e la simbologia della trascendenza («Ho molta paura che la fine del mondo sia ben triste»).


Uno sguardo particolare Brassens lo riserva alle prostitute, che nelle sue canzoni sono sempre destinatarie innanzitutto di estremo rispetto, ma anche di solidarietà e affetto. Chissà come lo chansonnier avrebbe registrato, trasponendola poi nelle sue canzoni, la mutazione antropologica che in questi anni ha interessato anche le persone che fanno quello che comunemente viene definito “il mestiere più antico del mondo”: le prostitute di cui parla Brassens, quelle di Ragazze di vita (La complainte des filles de joie) per intenderci, sono state in gran parte sostituite dalle cosiddette escort, frequentemente ragazze ambiziose e arroganti che svolgono la professione (peraltro negando sdegnatamente ogni accostamento alle più sfortunate colleghe di strada) mettendo all’asta il proprio corpo al miglior offerente non per bisogno ma, in qualche modo per esercitare una certa forma di potere (il potere di apparire, di far parte di un mondo esclusivo e invidiato dalla massa). In questo le ‘ragazze’ assomigliano sempre più ai ‘rampanti’ dell’omonima canzone (Les croquants). Che fine ha fatto Irene, la tenera Nene, la cui pelle è “per la bocca del primo arrivato, a mani vuote e lo sguardo spaesato”?
Miro’ canta da sola Penelope e in quel “pur zampettando come gru” di Ragazze di vita tocca una delle quote liriche più alte del disco… Che si tratti della ragazzina di Le Père Noël et la petite fille, oppure di Penelope, o ancora della donna di Quatre-vingt-quinze fois sur cent, o di quella di Les croquants e di Embrasse-les tous, oppure infine quelle di La complainte des filles de joie, tutte queste figure femminili sono delle sorelle cui è toccata una cattiva sorte in un mondo dominato dai valori maschili: solo l’emarginato, e il poeta, possono essere vicini alle donne che devono conquistare la loro libertà di essere, così come altri lottano per assicurarsi il pane quotidiano.
Brassens, senza darlo a vedere, è un ardente difensore della causa femminile e in molti suoi versi racconta la possessività e l’indelicatezza maschile di cui molte donne, tutt’altro che libere di poter disporre del proprio corpo e della propria persona, sono vittime.

Brassens crede che l’immedesimazione sia il miglior modo di comprendere l’altro da sé, e così facendo indica una strada da percorrere, uno stile di vita in cui al primo posto c’è il rispetto per il prossimo, anche il più lontano e, in apparenza, l’incomprensibile o il riprovevole. È ciò che Brassens fa, per esempio, ne La complainte des filles de joie, una lunga e appassionata difesa delle “figlie del piacere”, viste per la prima volta da un punto di vista umano, senza i filtri della morale comune. Le prostitute non sono “macchine del piacere” sempre disposte e insensibili a tutto. “Non passano il tempo a giocare”, dice Brassens e ai borghesi che tanto ipocritamente le dispregiano, ricorda che essi hanno davvero pochi motivi per sentirsi migliori di loro.
La parola “puttana”, poi, appare solo nell’ultimo verso della canzone, dove Brassens la usa per rimproverare il ragazzotto di buona famiglia che disprezza e deride colei che per un possibilissimo guizzo del destino sarebbe potuta essere sua madre (ben sapendo l’onta che rappresenta, per alcuni, l’essere chiamati “figli di puttana”).
Brassens fa leva sulla sfera emozionale dell’ascoltatore: bene, tu ridi di queste donne, ma se si trattasse di tua madre, ne avresti lo stesso giudizio?

Mi sembra che la traduzione dei testi di Brassens ti abbia appassionato a tal punto, oltre che impegnato allo spasimo, fin quasi a diventare una piacevole ossessione. E siccome sono tante le canzoni del repertorio brassensiano che non hai ancora affrontato, ho come l’impressione che Segni (e) particolari non sia il capitolo conclusivo della tua storia col grande Georges. O sbaglio?
Non lo so, staremo a vedere. Fin qui ne ho tradotte quasi una sessantina e, tra Chi non la pensa come noi, il cd contenuto in Necrologica e quest’ultimo disco, pubblicate ventotto. Mi affascinano le sue storie, mi sorprende sempre il suo modo di fare poesia, e al contempo, canzone. Le mie traduzioni sono un bel po’ impegnative: mi ostino a rispettare lo schema poetico dell’autore e a tradurre per rime, non per assonanze. Per ora, mi auguro e spero che Segni (e) particolari si faccia sentire. In fin dei conti, questo disco è “parole che suonano e musica che parla”.

 

Giuseppe Ciarallo

 

 

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