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I monologhi di
Alberto Patrucco sorprendono per cura e attenzione al senso di ogni
singola parola, denunciano con eleganza linguistica la protervia del
potere, sono a volte violenti, altre lievi, comunque sempre tesi a denudare
un re oramai tanto arrogante quanto ridicolo. Riguardando oggi le sue
passate apparizioni televisive, confuso tra comici, anzi barzellettieri
senza arte né parte e capaci solo di banalissimi tormentoni,
ogni suo sketch risalta come una rosa in un campo di carciofi, o meglio
come un bel carciofo vero e pungente, in un campo di fiori finti. Per
questo vien da porgere al satirico attore la fatidica domanda di chatwiniana
memoria (lui, Bruce Chatwin, ovunque si trovasse si chiedeva: che ci
faccio qui?): dunque, Alberto, tu che ci facevi lì?
Di primo acchito mi verrebbe da risponderti: a saperlo… Poi invece,
riflettendo, la televisione in sé è un elettrodomestico
intrigante e tecnologicamente avanzato. Oggi, ha anche più programmi
della lavatrice. Il problema è che, finendoci dentro, il più
delle volte non ne esci ‘pulito’. Scherzi a parte, per dirla
con le parole dell’amico Paolo Hendel in quel bellissimo film
di Daniele Luchetti, Domani accadrà: se non si va, non
si vede. D’altronde ogni artigiano che si cimenti con una qualsiasi
forma artistica, dalla letteratura alla musica, dalla pittura al teatro,
crea per trovare un canale di comunicazione con chi la sua opera dovrà
leggere, ascoltare, osservare. E io, pur cosciente di non poter minimamente
scalfire un mondo granitico come quello della televisione e dello show
business, speravo almeno mi fosse concesso di mantenere un certo controllo
sul mio materiale e un livello accettabile di dignità ‘artistica’.
Pensavo al gruppo di comici entusiasti e allo spettacolo che andava
crescendo come a un campo fertile appena concimato, nel quale ognuno
di noi era chiamato a gettare il proprio semino per poi vedere germogliare
e raccogliere dei variopinti e profumati fiori. Di quel campo concimato,
nella mia memoria è rimasto solo un insopportabile odore di merda.
E giacché siamo in tema, voglio togliermi un sassolino dalla
scarpa. Trovo vergognosa l’ipocrisia di alcuni personaggi che
pur di giustificare la loro permanenza nel mondo dorato, mentendo sapendo
di mentire, asseriscono che non esiste la censura e che ogni artista
è libero di esprimersi senza alcun tipo di limitazione. È
chiaro che le cose non stanno proprio così. La censura è
tornata a battere come un metronomo i tempi della comunicazione, dai
telegiornali all’ultimo spettacolo d’intrattenimento (sono
stati capaci di tagliare la scena clou del film I segreti di Brokeback
Mountain, senza la quale l’intera narrazione perde totalmente
di senso). E gli artisti non hanno alcuna libertà di azione,
schiacciati come sono dai tempi sempre più ristretti, dall’imposizione
di squallidi tormentoni e dall’esigenza metodica, scientifica,
di abbassare sempre più il grado di comprensione del bello, quindi
del livello culturale dello spettatore. I padroni della comicità,
ai quali accennavo prima, sono le classiche persone che come dicono
a Napoli con un detto molto colorito: ‘chiagneno e fottono’.
Da una parte, diffondono un genere di comicità di bassissima
lega, dall’altra lamentano, da ipocriti soloni quali sono, che
‘non c’è più nessuno, in Italia, capace di
fare satira’. Sono loro, in fondo quelli di ‘chi non la
pensa come noi è un coglione!’.
Colgo nelle tue ultime parole il nemmeno tanto
velato invito a riportare il discorso sul binario dei tuoi attuali e
futuri impegni. Veniamo dunque al tuo ultimo lavoro, il disco Chi
non la pensa come noi, nel quale interpreti dodici brani di Georges
Brassens, inediti in italiano, tradotti per l’occasione da te
in collaborazione con Sergio Secondiano Sacchi. Conoscendo i tuoi monologhi,
ho trovato abbastanza naturale la tua empatia per l’opera del
grande chansonnier: vi ho trovato la stessa rudezza contrapposta all’eleganza
dei versi, la volgarità che si alterna alla gentilezza, lo spirito
aristocratico e insieme plebeo. Insomma un personaggio, Brassens, che
fa tesoro della più profonda tradizione culturale francese, che
partendo da Rabelais per arrivare a Vian pratica, con un uso colto persino
della scurrilità, una feroce satira antiborghese e anticlericale…
Ho cominciato ad ascoltare Brassens prestissimo, quando da bambino frequentavo
la casa dei miei zii. Quando poi, da adulto, ho riascoltato quelle canzoni
capendone il significato, anzi i significati che si rivelano stratificati
all’attento ascoltatore, me ne sono innamorato e ho cullato per
tanti anni il sogno di potermi cimentare con l’opera del Maestro,
anche per rendere giustizia alla sua arte sopraffina non certo adeguatamente
valorizzata in termini di diffusione.
Riguardo alla vena satirica di Brassens, hai ragione, affonda le proprie
radici in una tradizione tutta francese e che sinceramente stento a
ritrovare nell’ambito di altre culture. Che sia il frutto, questo,
di una importante rivoluzione che altri popoli non hanno avuto? I cantautori
di casa nostra, ce ne sono di straordinari come De André, Guccini,
De Gregori, non hanno lasciato un grande spazio all’ironia, come
chiave interpretativa dei loro lavori. Forse Gaber… Sì,
Gaber è stato il più vicino alla poetica di Brassens,
pungente, profondo, ironico, anticlericale, tanto feroce contro il potere
e la borghesia quanto ipercritico con le storture e le ipocrisie di
‘quelli della sua parte’.
Malgrado la bellezza e la profondità
dei testi (di cui l’autore non poteva non essere consapevole),
Brassens ha sempre affermato di attribuire maggior importanza alla musica
che alle parole. “Il mio piacere viene solo dalla buona musica.
Se voglio anche delle parole che funzionino, mi leggo Verlaine, Baudelaire”
dice all’amico, giornalista e prete cattolico André Sève
che lo sta intervistando. Anche da questo punto di vista mi sembra tu
abbia fatto un ottimo lavoro, accompagnandoti a musicisti del calibro
di Mauro Pagani, Giorgio Conte, Locasciulli, Lino Patruno, Gianni Coscia,
el flaco Biondini, Ellade Bandini e tanti altri…
Sì, ho avuto la fortuna di essere accompagnato, in questa mia
esaltante avventura, da musicisti di altissimo spessore artistico, tu
ne hai nominati solo alcuni… Tra gli altri credo sia giusto citare
Daniele Caldarini, grandissimo musicista nonché arrangiatore
di tutti i brani dell’album. Che dire? Mi sembra che il risultato
sia del tutto soddisfacente, stando anche ai giudizi che il pubblico
e la critica esprimono. La musica, in Brassens, è essenziale
– l’autore non perdeva occasione di sottolinearlo –
ma anche i testi lo sono. E di questo lui non solo era conscio, ma lo
voleva fortemente, altrimenti non avrebbe creato delle storie così
ben congegnate, non avrebbe curato in maniera maniacale il perfetto
equilibrio tra lingua colta, parlata popolare e slang; se avesse voluto
fare delle semplici anche se bellissime melodie orecchiabili, non avrebbe
sentito poi il bisogno di rimpolparle con parole che vanno a toccare
in profondità abissali temi quali la morte, l’amore gioioso
ma anche quello malato, l’ipocrisia, la sopraffazione, la devianza,
tutti argomenti, questi, che mal si sposano col semplice bel motivo
e che rischiano di essere indigesti al pubblico se non amalgamati con
una giusta dose di sana ironia.
Ma torniamo ai testi. Quali sono state le difficoltà
che hai incontrato nella traduzione, vista la diversità della
struttura morfologica delle parole tra il francese e l’italiano,
oltre all’abbondante uso di argot che Brassens fa nelle sue canzoni?
Ci tengo innanzitutto a chiarire che questo lavoro non è un tributo
a Brassens. Un atto d’amore, sì, ma non un tributo. Brassens
e le sue canzoni, che pure con molta fatica ho tradotto in italiano,
sono un pretesto, anzi un pre-testo in quanto rappresentano l’occasione
per parlare di tematiche molto attuali. Il mio spettacolo è un
recital in cui le canzoni si alternano ai monologhi che ho scritto con
Antonio Voceri, in una sequenza di senso compiuto. Dunque, l’idea
di tradurre e cantare Brassens è nata in primis da un’antica
passione e in secondo luogo – con questo, spero che nessuno si
senta offeso – dall’aver trovato poco ‘brassensiane’
le traduzioni sin qui fatte in Italia delle canzoni dell’insuperabile
chansonnier. Mi sembrava, ascoltandole nella nostra lingua, che perdessero
qualcosa della loro profonda bellezza, che venisse meno l’originale
‘originalità’, se mi si passa il termine. Ma mi chiedevi
delle difficoltà incontrate. Da buon masochista quale sono –
nel senso della scrittura, beninteso – le difficoltà ho
deciso di crearmele da solo, decidendo di operare nell’ambito
di paletti alquanto rigidi: innanzitutto quello di cimentarmi con canzoni
mai tradotte prima in italiano (senza avere, quindi, dei punti di riferimento),
e poi la decisione di trasporre i versi in rima anziché lavorare
per assonanza; in questo sono stato implacabile con me stesso, alla
ricerca di soluzioni linguistiche rigorosamente rispettose della poetica
di Brassens.
Ovviamente una traduzione letterale sarebbe stata metricamente impossibile
date le differenze tra la nostra lingua e il francese, così ricco
di parole tronche. Per restare fedele allo spirito dell’autore
ho dovuto quindi pensare ai testi da me partoriti non come veramente
‘brassensiani’ (come avrei potuto pretendere di eguagliare
la forza dell’originale?) ma come verosimilmente ‘brassensiani’.
Come in una inscindibile Trimurti della canzone
d’autore francese, il nome di Brassens viene spesso accostato
a quello di Ferré e di Brel (anche se i testi di quest’ultimo,
a mio avviso, hanno un respiro meno ‘epico’ rispetto ai
primi due). Trovo che nella poetica di Ferré l’anarchia
e la parola siano un’unica cosa: il coinvolgimento dei suoi versi
distruttivi, granitici, a volte veri e propri cazzotti nello stomaco,
è totale e inscindibile dalla sua militanza anarchica. In Brassens,
invece, che pure non ha mai nascosto le sue simpatie libertarie, la
ruvidità delle tematiche viene spesso stemperata da un’ironia
di fondo, che nel tempo è riuscita a procurare all’artista
persino le simpatie di quel ceto, da lui tanto ‘maltrattato’,
quale è la borghesia…
I nomi che hai appena fatto incutono timore e rispetto. Jacques Brel
ha avuto una vicenda artistica e umana a mio avviso molto legata alle
tematiche esistenzialiste. Ascoltare Brel che canta Amsterdam
è cosa che mette i brividi. E che dire di Ferré? Cazzotti
nello stomaco, sì, ma anche carezze nei suoi versi, amore per
gli ultimi e odio per i potenti, una forza poetica la sua, che si sposa
con una coerenza nei comportamenti, mantenuta costante per una vita
intera.
Ma Brassens, per me, ha qualcosa in più che lo rende unico. Brassens
è la pernacchia di Totò in faccia al potente di turno,
Brassens è quello che sa contrastarne la protervia con colte
argomentazioni, che sa ridimensionarlo con la sapiente invettiva, e
che sa bene che nulla ferisce di più dello sberleffo. Ecco, è
in Brassens, più che in Ferré che riconosco il famoso
detto anarchico: ‘sarà una risata che vi seppellirà’.
Premesso che non ho trovato un solo brano nel
disco che non abbia un valore artistico altissimo, sia nella traduzione
che nell’orchestrazione e nella capacità interpretativa,
io personalmente ho trovato più ‘mio’ rispetto agli
altri Stanze per uno svaligiatore, dove l’autore ringrazia
il topo d’appartamento che ha violato la sua abitazione per avergli
dato l’opportunità di scrivere una bella canzone (anch’io,
al pari del maestro francese, dopo una rapina subita in un locale, concludevo
un mio racconto con la seguente considerazione: quegli stronzi credevano
di avermi rubato qualcosa… e invece mi avevano regalato una storia
tosta da raccontare). Ma senza dubbio il pezzo più attuale del
disco è Quegli imbecilli nati in un posto, visto che
viviamo un momento storico sospeso tra globalizzazione e misero attaccamento
al proprio giardino, alle proprie confuse e sconosciute radici e culture,
che si traduce in paura e rifiuto del diverso, dell’altro da sé.
Permettimi una piccola divagazione sull’attualità dei testi
di Brassens. Volevo farti notare che ascoltando le sue canzoni è
rarissimo incappare in qualcosa che ti faccia identificare con precisione
l’epoca in cui la vicenda si svolge. Non ci sono punti di riferimento
temporali, non si parla di automobili, aerei, lampadine, radio, televisione.
Le canzoni di Brassens sono mondi atemporali e forse proprio per questo
resistono all’usura del tempo e rimangono, per le loro tematiche,
di un’attualità sconcertante.
Tornando alla tua considerazione, è vero, politicamente –
se per politica dobbiamo intendere il pensiero becero di una classe
che oramai esercita il potere per il potere fine a se stesso e che ha
perso di vista i più elementari sentimenti che dovrebbero essere
patrimonio, non della destra o della sinistra, ma del puro e semplice
essere umano – dicevo, politicamente parlando, Quegli imbecilli
nati in un posto è un brano terribilmente attuale in quanto
parla proprio di quegli uomini, limitati come il loro ristretto campo
visivo, che magnificano e difendono a spada tratta il loro misero orticello,
sotterrandovi la curiosità dello scoprire le bellezze del resto
del mondo. Persone con una confusione abissale nel cervello –
parlo soprattutto di quelli che più conosco e cioè dei
miei conterranei, ma gente così ce n’è dappertutto
– che cianciano di radici celtiche ma anche di radici cristiane,
del Dio cattolico apostolico (romano un po’ meno) ma anche del
Dio Po. Ma, Quegli imbecilli nati in un posto non è la più
attuale delle canzoni da me tradotte. Pensa a quanto dell’oggi
c’è ne I rampanti, in Babbo Natale e la fanciulla,
in Don Giovanni, ne La falsaria…
Fedele al detto ‘l’appetito vien
mangiando’ credo proprio che l’avventura con la poetica
di Brassens non si sia esaurita con l’uscita di Chi non la
pensa come noi. O sbaglio?
È proprio così. Sto lavorando alla traduzione di nuove
canzoni di Brassens, questa volta optando per una strada un po’
più aperta che comprenda anche un paio di testi già tradotti
in italiano molti anni fa. E se mi permetti vorrei concludere questa
interessante chiacchierata con una strofa tratta dalla canzone Il
plurale, i cui contenuti ci riportano, come accennavamo prima,
a un Brassens anarchico individualista il quale riconosce la massima
qualità dell’uomo nella sua unicità e che vede nel
consociativismo basato sull’interesse una sorta di corruzione
della natura umana, tanto da fargli cantare: “quando si è
più di quattro, si è già una banda di stronzi!”.
Alberto Patrucco è un comico
anticonformista che si presenta in palcoscenico semplicemente con la
sua faccia, la sua verve e un abito di scena scuro, in omaggio alla
scuola minimalista che imponeva massima attenzione alle mani e al volto.
Voce profonda, almeno quanto i temi che affronta, non vuole trasmettere
messaggi; dice e ripete che non ha niente da insegnare a nessuno e,
addirittura, afferma di non sapere di preciso ciò che vuole.
E non gliene importa niente. Perché, di sicuro, sa ciò
che non vuole.
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