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aprile - maggio 2012
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in giardino di Isabella Vaj |
| Afghanistan
e Ong: la bella vita delle Organizzazioni non governative e le misere
storie di vita quotidiana degli afghani per strada, in prigione e
a scuola, in un Paese martoriato dai conflitti e nelle mani del vecchio
potere dei Signori della guerra |
| Kabul in Winter.
Life without Peace in Afghanistan è un libro che dice
cose dure. Ann Jones, saggista newyorkese, collaboratrice del New
York Times e di The Nation, in tre lunghi capitoli – Per
strada, In prigione, A scuola – racconta storie di vita
quotidiana nella Kabul dell’occupazione americana, fornendo
dati cui dispiace credere, e spiega perché la guerra che l’Occidente
sta combattendo in Afghanistan è destinata alla sconfitta. Per strada Nel 2002, dopo la (effimera) cacciata dei talebani,
a Kabul avevano sede ottocento organizzazioni non governative: duecento
internazionali, circa seicento afghane finanziate dalle Nazioni Unite
o da governi stranieri. I direttori dei progetti, gli esperti, i tecnici
e i consulenti costituiscono il popolo degli international.
Le agenzie internazionali usano automezzi propri, con relativi autisti assunti a tempo pieno: come possono gli operatori essere sicuri che un taxi sia veramente un taxi e non una macchina di sequestratori o di kamikaze? Ogni giorno migliaia di veicoli scendono nelle strade della capitale già pullulanti di biciclette, carri trainati da cavalli, carretti di frutta e verdura spinti a mano tra una folla di pedoni: cambia-valute, imbonitori di vario tipo, venditori di carte telefoniche, accattoni, donne mendicanti, ciechi, mutilati, ragazzini che vendono giornali o che, in cambio di una piccola mancia, affumicano i passanti con l’assafetida per tenere lontano la cattiva sorte. Agli incroci i pedoni invadono la sede stradale fermando gli automezzi che fanno del paesaggio sonoro della città un delirio di clacson. Le strade sono piene di buche, di mucchidi spazzatura e di macerie, scivolose dopo una nevicata; e terribilmente insicure, nonostante siano pattugliate da soldati afghani, soldati americani, soldati tedeschi, inglesi, olandesi e turchi della forza di sicurezza internazionale, riconoscibili dalle uniformi. Ma per le strade ci sono anche soldati in uniformi non identificabili: sono le milizie private dei signori della guerra che siedono nel governo Karzai. Alle donne delle Ong non è permesso guidare, ma nessuno può impedire loro di assumere aitanti autisti. Gli uomini afghani hanno fama di essere “fieri, implacabili, spietati, selvaggi, traditori, in una parola: irresistibili”. Ann Jones racconta di una propria connazionale ossessionata dal suo bell’autista, sposato. Nel bilancio del progetto inserisce una voce di spesa esorbitante per automobile e autista, e quando riceve il denaro si compera l’uomo dei suoi sogni. In prigione Il rifiuto della donna di ubbidire è vissuto
dai maschi come un inaccettabile attacco all’ordine costituito,
incompatibile con la morale della società e come tale meritevole
di punizione. Il carcere femminile storico si trova nella Welayat,
non lontano dal centro di Kabul. La donna che ha il coraggio di denunciare alla polizia la violenza subita, in genere non è creduta, anzi, è ritenuta colpevole e incarcerata, per quello che da noi un tempo era chiamato ‘abbandono del tetto coniugale’. Se la donna denuncia di essere stata violentata, è accusata di zina, adulterio, sesso fuori dal matrimonio e perciò incarcerata. L’infrazione del codice d’onore della tribù, del clan, della famiglia, rende la reproba una ‘donna cattiva’ e il fatto che essa finisca in prigione lo dimostra. Di questo sono convinte anche le afghane alfabetizzate che lavorano con la Jones. Molto spesso l’accusa di zina è punita in famiglia: il padre o i fratelli uccidono la donna. Tale omicidio non è considerato un delitto: è un diritto dei maschi della famiglia ristabilire il proprio onore. Il sistema giudiziario afghano è un marasma:
esiste la Costituzione del 2004 che riconosce formalmente i diritti
dell’uomo, ed esistono i codici, ma i giudici spesso li ignorano
e condannano Il sistema giudiziario del governo centrale non ha alcuna autorità in gran parte del Paese, dove non esistono tribunali (né carceri) e dove sono la famiglia e i potenti locali, khan o mullah che siano, ad amministrare la giustizia. Persino a Kabul le cause contro le donne sono perlopiù risolte attraverso un accordo tra la famiglia dell’imputata e quella dell’accusatore, che accetta un compenso in denaro, o in animali. Non di rado il risarcimento avviene tramite giovani donne, spesso sotto i dieci anni, tenute a offrire servizi domestici e sessuali nella famiglia del maschio offeso. Questa consuetudine, benché formalmente condannata dal Codice penale, trova ampia applicazione, soprattutto nelle province. In Afghanistan la giustizia è una lotteria
“in genere in vendita almiglior offerente”. Tutti sanno
che la maggior parte dei giudici è avida e che il loro tornaconto
personale precede l’applicazione della legge. La corruzione
è la sola norma puntualmente applicata. Se la corruzione non
funziona non si esita a ricorrere alle minacce e alla violenza. Nell’ambito della formazione di avvocati difensori promossa da una Ong internazionale, la Jones assiste a un’accesa discussione tra esperti di diritto. “Mi misi le mani nei capelli, pregando che nessun italiano intervenisse nella discussione. Gli italiani […] erano stati scelti per ricostruire il sistema giudiziario afghano. Gli italiani! (corsivo dell’autrice, n.d.a.) Molti funzionari delle Nazioni Unite e delle Ong internazionali ritengono che sarebbe opportuno affiancare qualcuno agli italiani. In privato fanno battute sul fatto che la giurisprudenza italiana è perfetta per il futuro stato afghano, dominato come sarà dalla mafia del narco-traffico”. Questa la fama che ci siamo guadagnati nel mondo, con lo sprezzo della giustizia esibito dal nostro governo (e dal Parlamento) in questi anni. Ma gli italiani, per fortuna, non sono solo questo: in Afghanistan lavora anche Emergency – e l’ospedale di Lashkar-gah ha riaperto il 29 luglio scorso con le scuse ufficiali del governo afghano, che ha riconosciuto la totale innocenza dei tre operatori volontari arrestati in aprile. Come la costruzione di autostrade crea maggior traffico, così la creazione di nuove prigioni crea un maggior numero di donne che delinquono. In anni recenti il famigerato carcere di Pul-i Charkhi, costruito dal presidente Daud, fondatore della Repubblica afghana nel 1973, è stato aperto anche alle donne. Soprattutto prostitute. Nel 2005 si è calcolato che nei bordelli di Kabul lavorassero circa seimila donne (anche cinesi e filippine). E i bordelli sono frequentati esclusivamente da stranieri, soprattutto americani. Così le Nazioni unite hanno devoluto 300.000
dollari per costruire un nuovo carcere femminile, mentre mancano case,
scuole, ospedali e strutture che ospitino donne sole e bambini di
strada, si indigna Ann Jones. Ma, precisa con amarezza, un nuovo carcere
in cemento avrebbe dato agli operatori umanitari l’impressione
di star davvero ricostruendo l’Afghanistan e soprattutto di
contribuire a preservare la moralità della società.
La cosa disperante per la Jones è che persino A scuola L’autrice impara a proprie spese come essere una ‘vera’ operatrice umanitaria, impara il linguaggio delle Ong (che mostra un evidente scollamento tra parole e cose), rinuncia ad avere collaboratori volontari e, per essere credibile, presenta ai ‘donatori’ budget gonfiati. Tuttavia la sua idea di promuovererisultati piccoli, ma sicuri – educare gli educatori perché imparino a educare – è respinta in nome di un progetto di alfabetizzazione a livello nazionale. Impara che gli aiuti umanitari rispondono alle contingenti esigenze politiche dei governi paganti, non ai bisogni reali degli afghani. Per gli Stati Uniti “lo scopo degli aiuti umanitari è rendere il mondo sicuro e aperto al mercato americano”. Due obiettivi che non sembrano poter percorrere le stesse strade. La Jones indaga il modus operandi dei Paesi donatori nella ricostruzione e scopre come la stragrande maggioranza degli aiuti ritorni, attraverso vie non sempre trasparenti, agli imprenditori stranieri che si sono fatti garanti dei progetti presso il governo donatore. Un solo esempio: nonostante una compagnia internazionale si fosse candidata a ricostruire la superstrada Kabul-Kandahar per 250.000 dollari al chilometro, l’appalto venne affidato a un gruppo statunitense che aveva preventivato un costo di 700.000 dollari al chilometro. A distanza di qualche anno dalla sua costruzione, la strada sta già andando a pezzi. La voce ‘manutenzione’ non è mai stata prevista. Anche per quanto riguarda le scuole i fondi fanno giri tortuosi. I programmi di alfabetizzazione in parte finanziati dagli USA “sono organizzati da direttori internazionali, che coordinano consulenti internazionali che formano e coordinano formatori afghani ad alto livello che formano e coordinano formatori afghani di medio livello che formano e coordinano formatori sul campo che formano e coordinano insegnanti afghani che si stanno formando per insegnare alfabetizzazione a ragazze, donne, ragazzi e uomini afghani analfabeti in diversi luoghi sparsi nelle province”. La Jones scopre che per ‘province’ si intende il territorio poco oltre la periferia di Kabul. Non solo. Imparare a scrivere e a leggere richiede almeno due anni, ma spesso i corsi durano pochi mesi, lasciando deluse soprattutto le afghane: avrebbero voluto arrivare a leggere il Corano per verificare cosa effettivamente ha detto il Profeta sulle donne. I fondi sono distribuiti a cascata, ma nella caduta
solo il 20-30 per cento, nell’ipotesi più ottimistica,
finisce agli afghani; il resto ritorna in tasche americane. Quasi
nessuno di questi programmi è portato a termine, né
segue una valutazione rigorosa dei risultati. La conseguenza è
che gli afghani coinvolti nei progetti perdono la faccia
di fronte ai loro connazionali. Lo stesso vale per l’1,3 miliardi
di dollari che gli USA hanno speso nella ricostruzione dell’Afghanistan,
una cifra in gran parte mai arrivata a destinazione. La realtà è sempre più complessa di come la si possa descrivere, partendo da uno specifico punto di vista. Il quadro pessimistico descritto da Ann Jones in Kabul in Winter è inevitabilmente parziale, e risale al 2006. Tuttavia ho avuto occasione di verificare che, come l’autrice sostiene, gli aiuti umanitari aiutano soprattutto coloro che se ne fanno portatori. Il 4 e 5 giugno scorsi si è svolto ad Aosta il convegno internazionale “Restituire la memoria. Modi e forme dei linguaggi museali”; il titolo dell’intervento “La memoria dell’Afghanistan tra passato e presente”, nonostante l’estrema vaghezza, mi ha spinto a presenziare. Su uno sfondo di immagini di repertorio, la voce dei due relatori ha accennato a un progetto urbanistico per Herat. Parole ne sono state dette tante, ma non una è stata spesa sulla natura e sui contenuti del progetto, su chi lo finanzia e come, su quali obiettivi e quale tempistica si pone, su chi lo realizza e con quali metodologie e soprattutto su quale ruolo vi svolgono gli afghani. Nessun intervento occidentale, politico o militare, potrà avere successo e modificare sostanzialmente la realtà afghana se ignorerà la questione culturale, se non presterà ascolto agli afghani stessi. Kabul in Winter si chiude con una sorta di apologo. Ann Jones partecipa alla presentazione di abiti d’alta moda confezionati dalle vedove afghane di CARE, una Ong internazionale. Nel giardino dove si svolge la sfilata, alcuni americani insistono perché il cantante afghano ingaggiato per la serata canti per loro. Ma il cantante rifiuta. «Gli afghani non cantano in giardino» dice.
Kabul in Winter. Life without Peace in Afghanistan,
Ann Jones
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