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aprile - maggio 2012
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| La farsa
del Parlamento afghano: signori della guerra e narco-trafficanti siedono
sugli scranni dei deputati, gli aiuti internazionali finiscono nelle
tasche dei corrotti, mentre l’instabilità socio-politica
del Paese garantisce un’occupazione sine die |
| “La guerra in
Afghanistan procede come da programma, siamo sulla buona strada, anche
se il progresso è lento e il bilancio di vite umane molto pesante”.
Con queste parole il 16 dicembre 2010 Barak Obama annuncia che nel
luglio 2011 avrà inizio il ritiro delle truppe Usa dall’Afghanistan.
Perché l’avanzata dei talebani è stata fermata,
perché i capi di al-Qaeda sono indeboliti come mai dopo l’11
settembre, perché gli afghani sono ormai in grado di badare
a se stessi. Quindi è possibile passare alla ‘transizione’,
al trasferimento del compito di combattere i talebani ai militari
di Hamid Karzai. Nessuno di questi obiettivi è stato raggiunto, anzi la situazione generale dell’Afghanistan è di gran lunga deteriorata in questi nove anni: di Bin Laden non si sa più nulla; i talebani non danno alcun segno di arretrare dalle posizioni tenacemente riconquistate nel sud e nell’est del Paese (quasi la metà del territorio nazionale), mentre a nord stanno guadagnando terreno; gli attacchi suicidi, con l’appoggio non sempre occulto del Pakistan, sembrano in piena, incontrastata attività. Ma si tratta, per il momento, di terrorismo su suolo afghano, non americano o europeo, quindi di terrorismo minore. Sono 36 i militari italiani uccisi in Afghanistan dal 2001, 13 solo nel 2010. Ma i nostri politici sostengono con una risibile tautologia che “non si può parlare di aumento del pericolo, anche se è sbagliato parlare di diminuzione del rischio”. Sono quasi diecimila i civili afghani che i militari dell’Isaf hanno ucciso invece di difendere. L’esportazione della democrazia non ha dato
grandi risultati: l’elezione di Hamid Karzai nel 2009 è
stata frutto di brogli, ratificata con una procedura del tutto illegale.
Sui banchi del Parlamento afghano siedono gli stessi signori della
guerra, narco-trafficanti, talebani e corrotti di ogni sorta in parte
già presenti alla Loya Jirga del 2003, l’Assemblea Generale
degli Anziani che ha preceduto la prima elezione di Karzai sponsorizzata
dagli Usa. Il destino delle donne afghane continua a essere intollerabile:
ignoranza, mendicità, prostituzione, stupri, suicidi. Il titolo originale del libro riassume il programma
della lotta politica di Malalai: la denuncia dei signori della guerra
che tra il 1992 e il 1996 hanno devastato il Paese compiendo atrocità
sulla popolazione civile e che ora controllano il governo. Ma il libro
vuole anche mostrare il coraggio indefettibile degli afghani nella
loro ribellione trentennale a un destino imposto sia da invasori stranieri,
prima sovietici ora occidentali, sia da compatrioti spietati e corrotti
che impediscono al Paese di diventare una vera democrazia. Per raggiungere
questo scopo l’Afghanistan ha bisogno di scuole, di ospedali,
di sicurezza e di pace, scrive Malalai, non di droni, carri armati,
bombe e mine antiuomo. Malalai è nata nel 1978, qualche giorno prima
della Rivoluzione d’Aprile, preludio all’invasione sovietica
e nella sua giovane vita non ha mai conosciuto la pace. È originaria
del distretto montuoso di Anardara nell’ovest dell’Afghanistan,
figlia di un padre ‘vero’ mujahidin con radicata fede
democratica, che ha combattuto contro i sovietici, ma che dopo la
loro cacciata ha deposto le armi, a differenza dei mujahidin che Malalai
definisce ‘criminali’, il cui unico interesse è
il potere. Quando Malalai ha una quindicina d’anni, inizia
a insegnare a leggere e a scrivere a un gruppo di donne del campo
profughi, un’esperienza che darà una nuova direzione
alla sua vita. Vede film, ascolta musica e diventa una lettrice onnivora:
poesia, romanzi e soprattutto biografie. La vita di Nelson Mandela
le offre il modello da imitare. Ma sarà una frase del padre
a indicarle la via: «Perché non prendi in considerazione
l’idea di fare come i palestinesi e di lottare per il tuo Paese?»
Malalai inizia a elaborare un’utopia umanitaria che la esporrà
a minacce, vessazioni, attentati, ma non la smuoverà dai suoi
propositi. Un radicato laicismo la porta a riconosce la propria identità
solo nell’essere afghana, non nell’appartenenza etnica,
tribale o religiosa. Malalai tiene a chiarire che le atrocità
contro le donne non sono invenzione dei talebani, ma sono state praticate
dai signori della guerra che hanno negato diritti elementari in nome
di un’interpretazione restrittiva dell’islam. Le ordinanze
sull’abbigliamento e il comportamento femminili emesse dai signori
della guerra sono indistinguibili da quelle talebane. Sono stati i
jihadisti a obbligare le donne a portare il velo integrale, a proibire
loro di ridere in pubblico e a istituire il Ministero per la promozione
della virtù e la prevenzione del vizio. Anche Ahmad Shah Massoud,
considerato dall’Occidente l’eroe senza macchia e senza
paura dell’Alleanza del Nord, è definito “infame
criminale”, come tutti gli altri signori della guerra, accusato
di intascare soldi dagli Stati Uniti, dai trafficanti di eroina e
di esportare illegalmente le pietre preziose del Panjshir. Tra le vittime dell’11 settembre ci sono tutti
gli afghani che devono affrontare una nuova guerra, anche se con una
nuova speranza: la fine del fanatico regime talebano e il ritorno
della pace. A venticinque anni Malalai è la responsabile
di un ambulatorio a Farah, destinataria dell’ostilità
minacciosa delle autorità locali, ma anche della solidarietà
della popolazione. Le donazioni sempre più numerose permettono
di aprire anche un orfanotrofio che ospita una cinquantina tra orfani
e bambini che le famiglie non sono in grado di sfamare. Con uno stratagemma Malalai riesce a impossessarsi del microfono, a denunciare davanti alle televisioni di tutto il mondo la presenza all’Assemblea di questi signori della guerra chiedendo che siano giudicati come criminali da un tribunale internazionale. Dopo novanta secondi le viene tolto il microfono e nel putiferio generale Malalai è costretta a lasciare la Loya Jirga. La insultano chiamandola ‘infedele’ e ‘comunista’. Se il primo è un insulto tipicamente islamico, il secondo ha un suono sorprendentemente familiare. Non le viene più data la parola, quindi non può denunciare, come vorrebbe, il fatto che per la prima volta il suo Paese è definito con il nome di Repubblica Islamica dell’Afghanistan: nella nuova Costituzione la religione viene riconosciuta a fondamento dello Stato. Tuttavia Malalai e il gruppo con cui lavora riescono a far inserire nella Carta costituzionale il principio che “i cittadini dell’Afghanistan, uomini e donne, hanno uguali diritti e sono uguali davanti alla legge”. Ma il principio di uguaglianza è compromesso nel momento in cui la Carta afferma che “in Afghanistan, nessuna legge può essere contraria ai sacri dettami dell’Islam”. È noto che il Corano, come ogni testo sacro, è passibile di molte e contraddittorie interpretazioni e che quelle più tradizionali si riflettono nella shari’a, la legge islamica, riconosciuta come primaria fonte di diritto. A questa legge obbedisce la maggioranza dei giudici. Al suo ritorno a Farah, Malalai è acclamata
dalla folla che ripone in lei la speranza di riscatto dalla miseria
e dall’ingiustizia. Joya accoglie l’investitura consapevole
della responsabilità e dei rischi che questa comporta. D’ora
in poi sfrutterà la notorietà facendosi portavoce del
“suo popolo”, con un afflato più messianico che
politico. L’evocazione del ‘popolo’ mette in allarme
per la sua intrinseca ambiguità. Ma nel modo di pensare, parlare
e agire di Malalai non c’è spazio per l’ambiguità
e neppure per il dubbio. La verità le appare di una chiarezza
cristallina: da una parte ci sono i signori della guerra dall’altra
c’è il ‘suo popolo’. L’eco sui media internazionali del breve discorso di Malalai fa della ragazza di Farah un’eroina dei diritti umani. Da quel momento vive sotto scorta (privata), ma non ha rinunciato né a denunciare i delitti dei signori della guerra né a portare in tutto il mondo la voce di chi non ha voce. I numerosi attentati non hanno intimidito questa piccola donna dal volto di una bellezza severa che non è stata sedotta dalla facile prospettiva di riparare in Occidente. Ha continuato a sostenere, persino in contesti religiosi, la necessità del laicismo: dichiarare in una moschea di un Paese come l’Afghanistan che la religione è una faccenda privata, di ordine spirituale, è un atto di estrema temerarietà. Del resto una delle denunce che Malalai porterà avanti con perseveranza è l’uso strumentale della religione per limitare la libertà di parola e di stampa e per tenere le donne in uno stato di subordinazione. Il suo incontro con Karzai nel 2004 la porta alla
conclusione che per il presidente – che non trascura l’immagine
di sé da esibire all’Occidente: sulle spalle un variopinto
chapan di seta, in testa il colbacco di karakul – “prendere
ordini dalla Casa Bianca sia più importante che non preoccuparsi
delle condizioni di vita del popolo afghano”. Dalla sua debole
posizione in sella a un governo fantoccio Karzai deve rispondere a
un doppio ricatto: degli americani da un lato e dei signori della
guerra dall’altro. Il nuovo Parlamento nasce con gli antichi vizi:
il 60% degli eletti è costituito da signori della guerra e
dai loro accoliti (tra loro non pochi sono gli analfabeti), nonostante
sia stata dichiarata illegale la candidatura di capi militari e di
esponenti della milizia. Alla seduta inaugurale Malalai osserva gli
eletti alla Camera Bassa: ci sono i leader dell’Alleanza del
Nord, pagati dalla CIA in cambio dell’appoggio all’occupazione
americana; ci sono i sostenitori del sanguinario Gulbuddin Hekmatyar
(leader di Hezb-e-Islami, il Partito Islamico) che da sempre afferma
che le elezioni sono un’istituzione anti-islamica e quindi rappresentano
un regalo agli infedeli; c’è il signore della guerra
Abdul Rasul Sayyaf, sospettato di aver dato ospitalità a Osama
Bin Laden in Afghanistan e di essere mandante dell’assassinio
di Massud; c’è Abdul Rashid Dostum, designato da Karzai
Capo di stato maggiore, il signore della guerra più brutale,
il cui esercito privato ha commesso le azioni più efferate
sulla popolazione. Nel suo primo intervento in Parlamento Malalai torna
a denunciare i signori della guerra come aveva fatto alla Loya Jirga
nel 2003 e, come era accaduto allora, dopo qualche secondo il suo
microfono viene spento. La stessa cosa sarebbe accaduta nei due anni
successivi. A ogni denuncia Malalai corre il rischio di essere linciata
dai suoi stessi colleghi parlamentari. I signori della guerra non solo controllano il Parlamento,
ma anche il sistema giudiziario avendo nominato alla Corte Suprema
mullah di loro fiducia. L’attuale capo della Corte Suprema,
Abdul Salam Azimi, è stato legato al programma educativo sponsorizzato
da Usaid (United States Agency for international development) che
distribuiva i famigerati testi inneggianti al jihad. Tra i numerosi esponenti politici dei Paesi che
hanno inviato truppe in Afghanistan, Malalai incontra in Italia Massimo
d’Alema. “Dopo pochi minuti, ho capito perfettamente che
non avrebbe mosso un dito per aiutare il popolo afghano. Pertanto,
ai molti giornalisti che, al termine del colloquio, mi chiedevano
come mi sentissi risposi semplicemente: ‘Disperata’”. Malalai non crede che gli invasori con la loro potenza
militare e la loro tecnologia avanzata non siano riusciti ad annientare
“questi gruppuscoli di combattenti medievali”. Ritiene
che la loro guerra voglia essere infinita e che l’obiettivo
non sia né la ricostruzione del Paese, né l’instaurazione
della democrazia, ma assicurarsi un facile accesso alle ricchezze
energetiche e minerarie dell’Afghanistan e una presenza militare
permanente in Asia centrale: l’instabilità socio-politica
dell’Afghanistan garantisce un’occupazione sine die. In
questa prospettiva rientra il progetto di cooptare i ‘talebani
buoni’, cioè disposti ad assecondare gli interessi statunitensi.
(1) Cfr. Gli afghani non cantano in giardino, Isabella Vaj, Paginauno n. 19/2010
Altri articoli sull'argomento: Afghanistan: cultura, arte, tradizioni
di popoli antichi di Milton Rogas, Paginauno
n. 23/2011 Gli afghani non
cantano in giardino, di Isabella Vaj, Paginauno n. 19/2010 Iraq e Afghanistan: analisi di un fallimento di Fabio Damen Imperialismo e lotte nazionali di Fabio Damen, Paginauno n. 8/2008
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