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Cineforum

 

Lavorare per vivere, non vivere per lavorare
di Iacopo Adami
Recensione del film 7 minuti, Michele Placido

Cosa sono sette minuti sottratti alla pausa pranzo di fronte alla paura del licenziamento? Perché è questa l’unica condizione posta da Madame Rochette (Anne Consigny) alle trecento operaie della Varazzi Tessile, di cui il colosso francese Rochette & Co. è diventato socio di maggioranza. Un’offerta impossibile da rifiutare – o così sembrerebbe. E, infatti, quando Bianca (Ottavia Piccolo) si reca dalle sue compagne del consiglio di fabbrica per dare la notizia, tutte vorrebbero subito votare a favore. Ma è proprio l’apparente insignificanza di tale richiesta a permettere di approfondire le modalità del conflitto Capitale/lavoro. Con questo film, tratto dall’omonimo spettacolo teatrale di Stefano Massini, a sua volta ispirato alla battaglia condotta nel gennaio 2012 dalle operaie della Maison Lejaby di Yssingeaux (Alta Loira), Michele Placido torna su un tema a lui caro e lo fa con uno sguardo estremamente lucido.

Del resto, si tratta di una storia antica, eppure attualissima. Infatti, quello che Madame Rochette pretende dalle operaie è sacrificare tempo di vita a quello di lavoro. In termini marxisti, è l’estrazione di plusvalore assoluto, che nel regno del capitalismo avanzato e dell’industria 4.0 rappresenta ancora il metodo più semplice e diretto per garantire maggiori profitti ai detentori di grandi capitali (1).

Ma torniamo daccapo: in fondo, si tratta solo di sette minuti. Sì, sette minuti al giorno per ognuna delle trecento lavoratrici, che, sommati, fanno novecento ore di lavoro in più al mese – a parità di salario, ovviamente. “È come se tirassero dentro altre operaie” riflette Greta (Ambra Angiolini), dopo che Bianca glielo fa notare. “Assumere senza assumere... se sono furbi questi”. Ecco spiegato il modo in cui Madame Rochette intende aumentare la produzione, secondo quanto aveva dichiarato all’inizio ai fratelli Varazzi. Senza contare che, come sottolinea Marianna (Violante Placido), con quelle novecento ore di lavoro in più al mese, la direzione potrebbe anche decidere che alcune delle operaie sono in esubero e licenziarle.

Una strategia coerente con quella in atto da diverso tempo in Europa e che, a livello legislativo, ha visto il suo coronamento in Germania col Piano Hartz, in Italia col Jobs Act e in Francia con la Loi Travail. La narrazione dominante è sempre la stessa: la crisi economica impone delle riforme che garantiscano alle imprese una maggiore libertà di azione, in modo da incentivare gli investimenti e tranquillizzare il mercato azionario. E poco importa che siano i lavoratori a farne le spese con l’indebolimento della posizione contrattuale e l’erosione di diritti, tutele e salario.

Di ciò è ben consapevole Ornella (Fiorella Mannoia) quando afferma: “Siccome il momento è quello che è, questi, con la scusa della crisi, fanno come gli pare”. Un atteggiamento che può avere anche conseguenze immediatamente tragiche, come ricorda Isabella (Cristina Capotondi): “Ve lo ricordate che è successo in quella fabbrica al nord ad agosto? È andato a fuoco un intero capannone. Ci sono morti dentro tre operai, tre padri di famiglia. I proprietari avevano deciso di fare un taglio al personale degli impianti antincendio. Pure là il consiglio di fabbrica aveva votato. Voto favorevole, solo per risparmiare”.

Stesso discorso vale per Marianna, finita sulla sedia a rotelle in seguito a un incidente sul lavoro dovuto alla mancata manutenzione dei macchinari. Del resto: “C’è una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo”. Sono parole di Warren Buffett, che nel 2008 la rivista Forbes stimava l’uomo più ricco del mondo, mentre nel 2015, coi suoi 72,7 miliardi di dollari, è sceso al secondo posto, dopo Bill Gates.

Il concetto secondo cui la popolazione debba necessariamente dividersi tra una piccola élite che considera sacro il proprio tempo di vita e una massa di esseri umani di seconda categoria da sfruttare a piacimento è reso con grande raffinatezza da Placido e Massini nella prospettiva di Madame Rochette di rientrare a Parigi in serata per partecipare alla festa di compleanno del nipotino. Per lei è inconcepibile che il consiglio di fabbrica voglia valutare attentamente la sua proposta, facendole così perdere l’aereo. Una tematica sottolineata anche dalle frequenti inquadrature sugli orologi.

Dal punto di vista di Madame Rochette, i suoi affetti hanno molto più valore di quelli delle operaie. Del resto, la sua pretesa è solo l’ultima di una lunga serie, che travalica cronologicamente l’acquisizione della fabbrica. Infatti, quando trent’anni prima Bianca e Ornella avevano iniziato a lavorare, la pausa pranzo durava quarantacinque minuti. Poi era diventata di trenta e, infine, di quindici, a cui andrebbero sottratti ora i sette di Madame Rochette. Un invito a votare di stomaco, senza riflettere, poiché, se si fosse trattato di lavorare gratuitamente un’ora in più, le operaie si sarebbero ribellate. Infatti, come dice Bianca: “Ci mettono alla prova per vedere cosa possono ottenere. Però sono furbi. Non chiedono tutto subito. Sennò si andrebbe allo scontro. Usano un’altra strada: la lettera, i sorrisi, solo sette minuti… Come si fa a non accettare? E siccome tutto dice di accettare, io rifiuto”.

Ma c’è anche chi non è d’accordo con la sua analisi. Per esempio, Hira (Clémence Poésy) vede nella fusione con la Rochette & Co. l’occasione per liberarsi di Donato Varazzi (Donato Placido), il quale, forte della sua posizione, l’assilla con continue avance, nonostante sia sposata e fedele al marito. Quando Greta rimprovera Micaela (Sabine Timoteo) e le altre straniere di non avere dignità in quanto non vengono in Italia a lavorare, ma a chiedere l’elemosina, dimodoché si sentono “le pecore salvate dal pastore”, Hira, che è albanese, si infiamma: “La mia dignità non l’ho mai regalata a nessuno! A nessuno! Io da mesi resisto a un ricatto, non mi date lezioni!” E, alla domanda di Greta sul perché non denunci Donato Varazzi, risponde: “Ma che… Che faccio? Metto una firma e lo rovino? E poi mi fanno fuori? Ma te lo immagini cosa vuol dire uscire di casa dopo una cosa del genere? Chi te lo dà il lavoro?”

A livello simbolico, il ricatto subìto da Hira richiama quello sociale, che interessa tutti i lavoratori, ma rispetto al quale quelli immigrati sono più vulnerabili. Ed è proprio su tale vulnerabilità che il Capitale gioca per fomentare quella guerra tra poveri da cui deriva una sottomissione pressoché totale ai suoi diktat. Basti pensare a quanto afferma Kidal (Balkissa Maiga): “Bianca, per me è già tanto avere un lavoro. Quando loro mi hanno chiamato, non volevo credere che c’è questa pausa per mangiare. [...] Ma io posso benissimo mangiare mentre lavoro. Con una mano mangio, con l’altra lavoro”.

E ancora: “Voi siete nate qui e per voi è tutto normale. Lavorare, lo stipendio, stare qua stasera a parlare. Io qui ci vivo da dodici anni. A casa mia ho lasciato un altro mondo, dove tutto sta per venire addosso da un momento all’altro. Sempre, di continuo. Forse sbaglio, ma credo che voi qui parlate di paura, senza sapere cos’è. La paura vuol dire che non ti puoi fidare di nessuno, mai. Perché, se tutto sta sempre per crollare, la cosa più importante diventa salvarsi. Punto! E per salvarsi non ci sta regola, non ci sta nessuno che ti aiuta. Prima ti metti in salvo, poi prendi un respiro, ti guardi attorno... E tu vedi la tua salvezza quanto è costata. A chi è costata. Io penso che voi qui cominciate a conoscere la paura solo ora. Perché solo ora, con le fabbriche che chiudono, i fallimenti, le crisi, gli attentati voi cominciate ad aver bisogno di salvarvi”.

Una tematica che emerge anche ne I compagni di Mario Monicelli, nel momento in cui gli operai, guidati dal professor Sinigaglia, fanno irruzione nella baracca di Salvatore, il siciliano emigrato a Torino che vorrebbe continuare a lavorare, nonostante lo sciopero. L’intento sarebbe dargli una lezione, senonché, vedendo la miseria in cui vive, hanno pietà di lui e gli danno il permesso di recarsi in fabbrica. E pure John Steinbeck in Furore affronta lo stesso argomento. La famiglia Joad è, infatti, una della tante che, dopo essere state scacciate dai campi dove lavorano da generazioni, si trasferiscono in California, attratte da certi volantini in cui si promette lavoro.

Peccato sia una trappola dei padroni per pagare meno la manodopera. Emblematico il seguente passaggio: “E gli emigrati sciamavano per le contrade, e nei loro occhi c’era la fame, e nei loro occhi c’era il desiderio. Non avevano discorsi, non avevano criteri, non avevano altro che la loro quantità e il loro bisogno. Quando c’era lavoro per un uomo, dieci uomini lottavano per averlo – e la loro unica arma era il ribasso di paga. Se quello lavora per trenta centesimi, io ci sto per venticinque. Se quello lavora per venticinque centesimi, io ci sto per venti. No, pigliate me, ho fame. Lavoro per quindici centesimi. Lavoro per qualcosa da mangiare. I miei figli. Dovreste vederli. Gli sono spuntati dei cosi neri, pustole, e non riescono a muoversi. Gli ho dato della frutta che c’era per terra, e gli si è gonfiata la pancia. Pigliate me. Lavoro per un pezzetto di carne. Ed era un affare, perché le paghe scesero e i prezzi rimasero alti. I grossi proprietari erano contenti e fecero distribuire altri volantini per far arrivare altra gente. E le paghe scesero e i prezzi rimasero alti. In attesa di tornare ai tempi della schiavitù” (2).

Gli immigrati hanno storicamente funzionato come esercito di riserva, per abbassare i salari. Ciò che è cambiato negli ultimi anni, con la globalizzazione, le delocalizzazioni e poi la crisi economica, è che a essere in competizione tra loro sono ora tutti i lavoratori, e quelli stranieri fungono politicamente da capro espiatorio, per spostare il conflitto da verticale (Capitale/lavoro) a orizzontale (autoctoni/stranieri). Emblematico il discorso di Micaela sulle amiche che incontrava sull’autobus ogni mattina, recandosi a lavoro: “Prima eravamo in cinque, poi in quattro, poi ancora tre... Ora sono rimasta sola. E magari da domani smetterò anch’io”.

La storia di Furore è la storia di una presa di coscienza, quella di Tom Joad. E lo stesso si può dire di 7 minuti. Basti pensare al monologo di Isabella: “A me questa storia dei sette minuti non mi piace. Non mi piace perché riguarda tutti. Quelli che stanno là fuori e pure quelli che lavorano in altre fabbriche. E pure mia figlia riguarda. [...] Stamattina siamo passati di fronte a Mira Lanza: fa venire i brividi. Era una fabbrica modello europeo, ci stavano pure le villette per gli operai. Adesso sembra che l’hanno bombardata. Le fabbriche chiudono, mettono i lucchetti ai cancelli. È per quello che, quando siamo rientrate per votare, io ho votato Sì. Poi quello che ci stiamo dicendo, quello che sta venendo fuori... Se votiamo Sì, che succede? Ci teniamo il posto. Poi si prendono i sette minuti, la notizia va sui giornali, magari la gente la legge... Altri proprietari, altri imprenditori la leggono. All’improvviso c’è questa una notizia, grossa come una casa. Nelle fabbriche c’è un nuovo gioco. Invece di aggiungere i diritti, li tolgono. Se accettiamo, in altre cento, mille fabbriche arriveranno lettere come questa. [...] Se prima di noi ci fosse stato qualcuno disposto a rinunciare a qualche diritto pur di lavorare, noi non staremmo qua a discutere. Noi saremmo state obbligate a votare Sì. Se rifiutiamo, se difendiamo questi sette minuti, altre operaie in altre fabbriche potranno lottare per difendere i propri diritti. Perché ci siamo state noi, prima: le operaie della Rochette & Varazzi. Grazie a noi, grazie al nostro voto”.

E non è un caso che proprio a questo punto le si rompano le acque. Viene così suggerita l’idea secondo cui per guardare lucidamente al futuro (la figlia di Isabella) è necessaria la memoria storica (le precedenti lotte dei lavoratori), anche in rapporto alla coscienza di classe (i sette minuti che riguardano tutti). Ed è proprio questo che i detentori di grandi capitali temono di più. Non per niente la loro logica è il dividi et impera.

Logica che si concretizza non solo negli attriti tra Greta e le lavoratrici straniere, ma anche nei dubbi espressi da Kidal, Micaela, Sandra (Luisa Cattaneo) e Angela (Maria Nazionale), secondo cui Bianca avrebbe potuto raggiungere un accordo personale con Madame Rochette e i fratelli Varazzi, essendo stata diverso tempo sola con loro in qualità di portavoce del consiglio di fabbrica. È questo il momento in cui Bianca decide di abbandonare l’incarico, dopo aver pronunciato le seguenti parole: “Grazie, Kidal. Mi hai fatto capire una cosa, che è tutto finito. Hai ragione, la paura è dappertutto. Qui, fuori, dappertutto. È finita. Siamo qui a farci a pezzi solo per salvare la pelle”.

Ma si tratta di una sconfitta apparente. Il film si conclude, infatti, con la vittoria del No, grazie al voto decisivo di Alice (Erika D’Ambrosio), un’operaia di appena vent’anni, la cui giovinezza ha lo stesso valore simbolico della figlia di Isabella. Si ha così il coronamento di una dinamica evidentemente ispirata a La parola ai giurati (1957) di Sidney Lumet, dove il personaggio interpretato da Henry Fonda – all’inizio l’unico a esprimere dei dubbi sulla colpevolezza dell’imputato, così come Bianca è la sola in 7 minuti a difendere il No nel corso della prima votazione – riesce a spostare il parere degli altri membri della giuria dalla sua parte. Riferimento
che non riguarda solo la struttura narrativa, ma anche il tema, poiché in entrambi i casi si parla di giustizia: giudiziaria nel lavoro di Lumet, sociale in quello di Placido. Un invito a ricordarsi anche dell’ottimismo della volontà in un’epoca in cui il pessimismo dell’intelligenza ha per forza di
cose il sopravvento.

 

Iacopo Adami

 


1) Cfr. Collettivo Clash City Workers, Il tempo di lavoro che si divora la vita, Paginauno n. 49/2016
2) John Steinbeck, Furore, Bompiani


 

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