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Partito 5 stelle: la post ideologia del Capitale
di Giovanna Cracco

Il programma economico del M5s e lo sguardo benevolo delle élite industriali-finanziarie

Ripercorrendo la storia politica italiana degli ultimi vent’anni, ci si rende conto che la Terza Repubblica non poteva che nascere sull’onda di un partito che si dichiara “né di destra né di sinistra”.
Da un lato, l’abbraccio del Pd al neoliberismo e l’Unipolarismo politico che ne è conseguito, mascherato da bipolarismo, hanno mandato in soffitta il pensiero di sinistra nella sua ontologica radice – l’inconciliabile contrapposizione Capitale/lavoro, come ben sa Marchionne – e creato, grazie anche alla complicità dei principali media in mano a grande industria e finanza, quel cittadino post ideologico che ora ha voltato le spalle al centrosinistra e votato per Grillo; dall’altro, le inchieste giudiziarie hanno sollevato il velo della vera natura di comitati d’affari di Pdl e Lega Nord – grandi affari, non certo piccola e media industria – generando rabbia e indignazione in quei piccoli imprenditori che, abbandonati alle grinfie delle banche e della crisi economica, hanno risposto alle sirene pragmatiche di Grillo che sostituisce la parola ‘politica’ con ‘amministrazione’.

Tuttavia, per quanto si sforzino il leader genovese e i grillini, parlamentari e non, è la stessa struttura economica capitalistica a produrre una società divisa in due classi, di cui la sovrastruttura politica destra/sinistra non è altro che la rappresentanza in Parlamento dei relativi interessi, per loro natura antitetici: una legge, o favorisce l’imprenditore, che fa profitti sfruttando il lavoro degli operai, o favorisce il lavoratore, che non possiede altro che la propria forza lavoro da vendere sul mercato. Fino a oggi il Movimento 5 stelle (ma sarebbe ora di iniziare a chiamarlo partito) è riuscito a evitare una chiara presa di posizione, data la natura locale della politica in cui si è mosso: all’interno dei confini comunali, dove è nato nel 2008, si è infatti presentato nelle vesti di lista civica – inserendosi quindi in un filone politico che già negava la contrapposizione destra/sinistra e rivendicava la necessità di una semplice ‘buona amministrazione’ – e ha portato avanti quei temi neoambientalisti ‘universali’ e di facile consenso rappresentati dalle cinque stelle: acqua, ambiente, energia, trasporti, sviluppo.

Ma nell’arena della politica nazionale non sarà in alcun modo possibile sottrarsi a una scelta di campo, e in alcun modo varrà il mantra ripetuto dai grillini: “Voteremo le leggi che vanno bene per i cittadini”. Perché i ‘cittadini’ non sono affatto un insieme omogeneo interclassista, per quanto possano credere di esserlo dopo vent’anni di martellamento culturale da pensiero unico.

In realtà, un aiuto a dipanare la nebbia su che cosa rappresenti la post ideologia di Grillo la dà il programma elettorale presentato (quindici pagine totali, suddivise in sette punti: Stato e cittadini, energia, informazione, economia, trasporti, salute, istruzione); la vaghezza e l’esiguità di alcune proposte economiche e la precisione di altre, mostrano infatti un chiaro intento conservatore rispetto all’attuale sistema capitalistico; a conferma che sempre, chi si dichiara né di destra né di sinistra è, all’atto pratico, di destra, non fosse altro per il fatto – e non è il caso di Grillo, come vedremo, ma forse è il caso dei suoi attivisti ed elettori, ne siano essi consapevoli o meno – che la sua ‘neutrale’ immobilità finisce per sostenere lo status quo.

Analizziamo la parte del programma relativa all’economia.
Alcune proposte mirano alla trasparenza e alla moralizzazione del capitalismo industriale e finanziario (“abolizione delle scatole cinesi in Borsa, abolizione di cariche multiple da parte di consiglieri di amministrazione nei consigli di società quotate, divieto di incroci azionari tra sistema bancario e sistema industriale, introduzione di un tetto per gli stipendi dei manager delle società quotate in Borsa e delle aziende con partecipazione rilevante o maggioritaria dello Stato, impedire ai consiglieri di amministrazione di ricoprire alcuna altra carica nella stessa società se questa si è resa responsabile di gravi reati, abolizione delle stock options, impedire l’acquisto prevalente a debito di una società” - il programma fa l’esempio di Telecom Italia – “divieto di nomina di persone condannate in via definitiva come amministratori in aziende aventi come azionista lo Stato o quotate in Borsa” – è citato il nome di Scaroni all’Eni); altre si prefiggono lo scopo di dare maggior voce ai singoli cittadini (gruppo interclassista) e ai piccoli azionisti (“introduzione della class action, introduzione di strutture di reale rappresentanza dei piccoli azionisti nelle società quotate”); altre possono essere definite di politica economica (“impedire lo smantellamento delle industrie alimentari e manifatturiere con un prevalente mercato interno, favorire le produzioni locali, abolizione dei monopoli di fatto, in particolare Telecom Italia, Autostrade, Eni, Enel, Mediaset e Ferrovie dello Stato, disincentivare le aziende che generano un danno sociale” – il programma cita l’esempio dei distributori di acqua in bottiglia); un punto va ad alleggerire le spese di servizi per i cittadini (“allineamento delle tariffe di energia, connettività, telefonia, elettricità, trasporti agli altri Paesi europei”), un altro a sostegno delle imprese non profit (“sostenere le società non profit”), infine un punto si occupa del debito pubblico (“riduzione del debito pubblico con forti interventi sui costi dello Stato con il taglio degli sprechi e con l’introduzione di nuove tecnologie per consentire al cittadino l’accesso alle informazioni e ai servizi senza bisogno di intermediari”). Al lavoro sono dedicati due soli punti: “Abolizione della legge Biagi” e “sussidio di disoccupazione garantito”.

Ora: a fronte del conflitto di classe dall’alto portato avanti dal Capitale negli ultimi anni – il progressivo smantellamento dei contratti collettivi nazionali a favore della contrattazione di secondo livello e della famigerata ‘produttività’, e la recente modifica dell’articolo 18 – proporre semplicemente di abolire la legge 30 e di fissare un sussidio di disoccupazione – definito più volte in campagna elettorale, in un modus comunicativo (volutamente?) ambiguo, ‘reddito di cittadinanza’, che è ben altra cosa – non rappresenta certo la messa in discussione dei cardini di un sistema economico basato sullo sfruttamento dell’uomo, né tanto meno un approccio critico e approfondito all’attuale struttura sociale. Al contrario, l’inserimento nel programma di due proposte dal facile consenso, vista l’attuale crisi economica, mediate da un messaggio estremamente semplificato, a fianco di molte altre ben più numerose e precise che mirano a riformare in senso etico la struttura capitalistica (come se il capitalismo fosse riformabile, una falsa soluzione alla disuguaglianza sociale prodotta da questo sistema economico e propagandata anche dalla Chiesa di Ratzinger, con l’enciclica Caritas in veritate) hanno tutto l’aspetto di uno specchietto per le allodole.

Un approccio alla questione del lavoro confermato anche dal fatto che nel comizio di chiusura di campagna elettorale a Roma, a parlare di lavoro sia salito sul palco un imprenditore, che dopo aver denunciato la chiusura di tante piccole imprese e quanto la politica abbia abbandonato a se stessa la sua categoria (lo Stato che per primo non paga ma pretende le tasse, dice), parla dei ‘suoi’ operai e si commuove dicendo: “Questa settimana ho dovuto lasciare a casa quattro persone”.
Ma non è tutto.

Il fatto che Grillo esploda come fenomeno politico nel 2005, con la nascita del blog e poi dei Meetup, ossia grazie all’incontro fatale con Gianroberto Casaleggio, è una realtà ormai portata all’attenzione pubblica da tutti i media, che hanno puntato i riflettori sulla figura di questo guru della rete; una persona rimasta nell’ombra durante i primi anni del Movimento, e poi costretta a salire alla ribalta dalle voci sulla sua esistenza che iniziavano a circolare nell’opinione pubblica. Tuttavia concentrarsi sul singolo uomo, un personaggio che tra l’altro si presta a catalizzare su di sé l’attenzione – schivo, sfuggente, stregonesco, di poche parole – fa sì che altri aspetti di questa collaborazione passino in secondo piano, al punto che anche Gianroberto Casaleggio appare essere uno specchietto per le allodole. La Casaleggio associati s.r.l., infatti, non è solo Gianroberto Casaleggio.

Nata nel 2004, tra i fondatori della società e seduto nel consiglio di amministrazione (fino all’ottobre 2012) troviamo anche Enrico Sassoon, classe 1948, giornalista economico dal lungo curriculum imprenditoriale. Inizia la sua carriera all’Ufficio Studi della Pirelli, specializzandosi in analisi finanziarie e del sistema economico e industriale italiano; dal 1977 al 2003 ricopre diversi ruoli all’interno del gruppo Il Sole 24 ore, affiancando anche altri incarichi come quello di direttore responsabile della rivista di management L’Impresa (dal 1985 al 1998) e del settimanale Mondo economico (dal ‘93 al ‘97); nel 1996 fonda la Global Trends s.r.l., di cui è tuttora presidente del consiglio di amministrazione, società che svolge attività di studio, ricerca e comunicazione in campo economico, manageriale e ambientale per aziende e istituzioni sia pubbliche che private, e dieci anni dopo crea la StrategiQs Edizioni, di cui è ancora oggi amministratore delegato.

Quest’ultima si occupa prevalentemente della pubblicazione della Harvard Business Review (di cui Sassoon è direttore responsabile nell’edizione italiana), la rivista per manager e professionisti d’impresa che fa capo alla Harvard Business School, la prestigiosa scuola di economia dell’università di Boston. Dal 2005 al 2008 ricopre la carica di direttore responsabile di Affari internazionali, rivista online di politica, strategia ed economia, oggi diretta da Stefano Silvestri, editorialista de Il Sole 24 Ore dal 1985, presidente dell’Istituto Affari Internazionali dal 2001 (think tank di cui la rivista è organo di stampa) e tuttora membro della Trilateral.

Già questo basterebbe per farsi un’idea di chi sia Enrico Sassoon, ma c’è dell’altro.
Dal 1998 al 2006 è stato amministratore delegato dell’American Chamber of Commerce in Italy (e tuttora siede in consiglio di amministrazione), a tutti gli effetti un covo di multinazionali riunite per gestire e tutelare i propri interessi nel Belpaese (vedi box).

 

American Chamber of Commerce in Italy

Nel consiglio di amministrazione di American Chamber of Commerce in Italy, accanto a Enrico Sassoon siedono, tra gli altri (1):

• David H. Thorne, ambasciatore Usa in Italia;
• Vittorio Terzi, direttore McKinsey & Company Italia;
• David Bevilacqua, consigliere Cisco Systems Italy;
• Mario Mascolo, presidente e amministratore delegato 3M Italia;
• Maria Pierdicchi, direttore Standard & Poor’s area sud Europa;
• Eugenio Sidoli, presidente e amministratore delegato Philip Morris Italia;
• Roberto Antonucci, direttore commerciale American Airlines Italia;
• Giuseppe Cattaneo, membro comitato esecutivo Aspen Institute Italia;
• Nicola Ciniero, presidente e amministratore delegato IBM Italia;
• Carlo D’Asaro Biondo, presidente di Google Italy per l’Europa Meridionale e Orientale, Medio Oriente e Africa;
• Gianmaria Donà Dalle Rose, amministratore delegato Twentieth Century Fox Home Entertaintment Italia;
• Daniel Frigo, presidente e amministratore delegato Walt Disney Company Italia;
• Stefano Lucchini, direttore Relazioni internazionali e comunicazione Eni;
• Alessandro Minuto Rizzo, consulente strategico Enel;
• Carlo Persico, responsabile Servizio International Network, Direzione internazionale IntesaSanpaolo;
• Cesare Romiti, presidente onorario Rcs Editori e membro del comitato esecutivo Aspen Institute Italia;
• Stefano Venturi, amministratore delegato Hewlett-Packard Italia;
• Giancarlo Villa, presidente e amministratore delegato Esso Italia.


(1) Per la lista completa vedi http://www.amcham.it/default.asp?id=358

 

Attualmente, pare che Enrico Sassoon sia uscito dalla Casaleggio associati. Nel settembre 2012, infatti, dichiara in una lettera al Corsera la sua intenzione di vendere le quote possedute, denunciando “un’informazione distorta e malata” che avrebbe speculato sulla sua presenza all’interno della società interpretando il suo ruolo “come rappresentante di più o meno precisati ‘poteri forti’ intenzionati a infiltrare, tramite la Casaleggio Associati, il blog di Beppe Grillo e, tramite Gianroberto Casaleggio, il movimento politico”. “Non rappresento alcun potere forte, né in generale né nello specifico, né ritengo che alcun potere forte si senta rappresentato da me”, dichiara, e conclude: “Lascio la società perché i miei interessi personali e professionali sono altrove, ma anche per spezzare il filo delle speculazioni interessate. Mi auguro che serva” (1).

Le affermazioni di Sassoon e il suo abbandono, tuttavia, non cancellano il fatto che è stato socio fondatore e consigliere cda fino a ottobre 2012, e risulta difficile credere che il suo sia stato un mero investimento finanziario a profitto, dato che la società, dopo l’esplosione iniziale, ha visto progressivamente ridurre gli utili fino a chiudere il 2011 in perdita, sotto di 57.807 euro (i dati del bilancio 2012 non sono a oggi ancora disponibili). E suonano curiose la tempistica – dopo la vittoria elettorale alle regionali in Sicilia e mentre Grillo si stava organizzando per le elezioni nazionali – e la preoccupazione di salvaguardare l’immagine del movimento politico – una preoccupazione che mal si concilia con l’interesse puramente economico di chi ha fatto semplicemente un investimento finanziario. Di certo c’è l’intenzione di “spezzare il filo delle speculazioni interessate”, di ritirarsi nell’ombra nel momento in cui la sua presenza nella Casaleggio associati è divenuta oggetto di interesse e domande.

Se il recente ritiro di Sassoon resta, sotto alcuni aspetti, nebuloso, iniziano invece a essere più decifrabili gli ingredienti della perfetta miscela che ha innescato l’esplosione del blog e del conseguente fenomeno politico di Grillo: le capacità nel gestire marketing e strategie di rete di Gianroberto Casaleggio – attraverso il meccanismo dei cosiddetti influencer, persone che agiscono in rete e sono in grado di influenzare e dirottare l’opinione del popolo del web (“senza l’influencer non si può vendere”, scrive Casaleggio sul sito, e anche un’opinione si vende al pari di un qualsiasi prodotto [2]) – si sono unite alla ragnatela di relazioni presenti in quel terreno economico-finanziario-editoriale su cui Sassoon passeggia bellamente da una vita, per quanto se ne dichiari estraneo. Ecco che appare sotto un’altra luce il fatto che nel dicembre 2005, ad appena un anno dalla nascita, Il Sole 24 ore assegni il Premio WWW, miglior sito italiano nella categoria news e informazione, al blog di Grillo; che nel 2008 l’Observer lo collochi al nono posto tra i blog più influenti al mondo; che nello stesso anno Time lo inserisca nella lista dei venticinque migliori blog del pianeta.

Diviene più decifrabile anche il cambio di rotta operato da Grillo dal 2005 in poi, ossia dall’inizio della fusione intellettuale con la Casaleggio associati: l’attacco al sistema economico delle multinazionali portato avanti dal comico genovese al tempo degli spettacoli nei palazzetti dello sport sparisce dall’agenda, e oggetto dei suoi strali diviene la casta politica italiana, disonesta e corrotta.
Un cavallo su cui puntare per una sicura scalata elettorale, data la corruzione endemica che caratterizza fin dagli anni Ottanta la politica nazionale e l’esplosione delle inchieste giudiziarie che, per l’ennesima volta, hanno scoperchiato il vaso di Pandora.

Difficile pensare che l’unione Casaleggio-Sassoon-Grillo sia stata casuale, visti i perfetti risultati che ha portato.
All’interno del connubio, il comico genovese appare sempre più aver assolto al ruolo di Howard Beale in Quinto Potere, il film di Sidney Lumet del 1976: la funzione di catalizzatore, e poi di incanalatore, della legittima frustrazione e avversione dei cittadini nei confronti della classe politica. L’uomo in grado di trascinare gli italiani alla finestra a urlare: “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!”. L’uomo giusto al posto giusto.

“Il blog era un’opportunità per Grillo come per pochissime altre persone in questo Paese,” afferma Gianroberto Casaleggio in un’intervista rilasciata nel 2005, “perché per avere una grande evidenza, una grande popolarità, cioè un grande successo in rete, tu devi partire dalla reputazione e dalla popolarità preesistente offline; se tu non hai credibilità in rete non puoi andare, perché non puoi sottrarti al confronto, non puoi dire le cose senza che vengano credute, e la prima volta che sbagli o dici una cosa non corretta, tu sei fuori dalla rete. Quindi la rete è uno strumento molto importante, sarà probabilmente il più importante nei prossimi anni per la politica, però uno strumento che possono usare in pochi” (3).
Grillo era uno di quei pochi.

Non sorprendono dunque le dichiarazioni post elettorali di Leonardo Del Vecchio, esponente di spicco del capitalismo italiano che conta, quello dei salotti buoni, patron di Luxottica, influente azionista di Generali e Unicredit, collegato tramite i consiglieri che siedono nel cda dell’azienda di famiglia al Gruppo L’Espresso, a Il Sole 24 ore, alla Pirelli, ad Autogrill dei Benetton, che si dice “fiducioso” e “tranquillo” (anche i mercati “non vanno male, hanno perso solo il primo giorno”) e non disdegna l’idea di vedere Grillo alla presidenza del Consiglio, e conclude dicendo: “A me poi questo fatto di ragionare sulle idee non dispiace” (4). Quelle idee né di destra né di sinistra, ma solo buone o cattive, a detta dei grillini.

Se nella cultura italiana fosse sopravvissuta anche solo l’ombra di un pensiero di sinistra, diventerebbe quasi superfluo soffermarsi sulle dinamiche con cui il fenomeno Grillo è esploso, sui legami di Enrico Sassoon, sul dibattito (sterile) in merito al grado di democrazia interna al Movimento; perché basterebbe il sostegno di Del Vecchio a Grillo per capire di quali interessi di classe è portatore il Partito 5 stelle e dunque collocare a destra la sua politica; e per confermare, ancora una volta, che il pensiero post ideologico è solo il nuovo abito di cui si veste il Capitale.

 

Giovanna Cracco

 

 

(1) E. Sassoon, Sassoon, lascio la Casaleggio associati, sui blog calunnie razziste, Corriere della sera, 23 settembre 2012
(2) http://www.casaleggio.it/2009/06/gli_influencer.php
(3) Intervista di Luca Martera a Gianroberto Casaleggio, 2005
http://www.youtube.com/watch?v=wwp32DDRrck
(4) Elezioni, il patron di Luxottica Leonardo Del Vecchio si scopre grillino: «Il comico premier? Perché no», L’Huffington Post, 28 febbraio 2013, http://www.huffingtonpost.it/2013/02/28/elezioni-il-patron-di-luxottica_n_2781091.html

 

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